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	<title>DAW blog/NEWS.com &#187; usa</title>
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		<title>Primarie Usa, l&#8217;inutile grande notte di Santorum. E in tanti sognano Jeb Bush&#8230;</title>
		<link>http://www.daw-blog.com/2012/02/08/primarie-usa-linutile-grande-notte-di-santorum-e-in-tanti-sognano-jeb-bush/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 17:23:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilsenatore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Notte di grandi sorprese e grande notte per Rick Santorum. Non è un gioco di parole, ma la sintesi estrema di quanto accaduto nell&#8217;ultima tornata di primarie svoltesi ieri negli Stati Uniti. Andavano alle urne il Minnesota, il Missouri e il Colorado e il risultato è stato unanime: ha vinto l&#8217;ultraconservatore e cattolicissimo Rick Santorum, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter" title="santorum" src="http://farm8.staticflickr.com/7150/6842081771_c8df0282d7.jpg" alt="" width="480" height="359" /></p>
<p>Notte di grandi sorprese e grande notte per <strong>Rick Santorum</strong>. Non è un gioco di parole, ma la sintesi estrema di quanto accaduto nell&#8217;ultima tornata di primarie svoltesi ieri negli Stati Uniti. Andavano alle urne il <strong>Minnesota</strong>, il <strong>Missouri</strong> e il <strong>Colorado</strong> e il risultato è stato unanime: ha vinto l&#8217;<strong>ultraconservatore e cattolicissimo</strong> Rick Santorum, uno che non è riuscito neppure a farsi rieleggere al Senato dai suoi concittadini della Pennsylvania che l&#8217;hanno visto all&#8217;opera per sei anni tra le scartoffie del Congresso.</p>
<p>Il dato però fondamentale è che <strong>Romney</strong>, nonostante quanto si potesse pensare, non ha goduto del vento in poppa dopo la grande vittoria in Florida e l&#8217;ottima performance in Nevada. <strong>Ha perso</strong>, e anche male. I sondaggi lo davano dieci punti avanti in Colorado, Stato che quattro anni fa vinse con il 60% dei voti, mentre sapeva già di essere spacciato in Minnesota e Missouri. Ai conservatori <strong>Mitt non piace proprio</strong>, e neanche la paura di riconsegnare il paese a Obama li fa convergere su chi ha<strong> l&#8217;unica possibilità di sconfiggere il presidente in carica</strong>.</p>
<p>Aritmeticamente parlando, le primarie di ieri <strong>non contavano nulla</strong>, dal momento che non assegnano direttamente delegati (il Missouri non ne assegna proprio, visto che il voto era una specie di sondaggio), però il fatto che Romney non riesca a sfondare indica ancora una volta che la corsa verso la nomination di Tampa sia ancora piena di ostacoli, e l&#8217;ipotesi di un <strong>terzo incomodo</strong> che faccia da pacificatore delle diverse e conflittuali anime del campo repubblicano è sempre lì, anche se improbabile.</p>
<p>Un nome? Molti (anche dentro l&#8217;establishment) sognano <strong>Jeb Bush</strong>, uno dei pochi di cui Obama avrebbe davvero paura.</p>
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		<title>Il responso della Florida: Romney è l&#8217;unico candidato credibile</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 12:16:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilsenatore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Florida ha dato l&#8217;atteso responso: Mitt Romney è l&#8217;unico candidato credibile per la galassia repubblicana. Non che ci fossero dubbi, ma il voto di uno Stato da sempre cruciale e strategico (sia per le primarie che per le presidenziali vere e proprie) a favore del mormone milionario sa tanto di consacrazione definitiva. La Florida, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter" title="romney" src="http://farm8.staticflickr.com/7013/6800887177_3f51f2da89.jpg" alt="" width="480" height="270" /></p>
<p>La Florida ha dato l&#8217;atteso responso: <strong>Mitt Romney</strong> è l&#8217;unico candidato credibile per la galassia repubblicana. Non che ci fossero dubbi, ma il voto di uno Stato da sempre cruciale e strategico (sia per le primarie che per le presidenziali vere e proprie) a favore del mormone milionario sa tanto di consacrazione definitiva.</p>
<p>La <strong>Florida</strong>, infatti, non è uno Stato come gli altri: è una sorta di microcosmo, di <strong>compendio dell&#8217;America</strong>. Pensionati, neri, cubani, ispanici, disoccupati. Tutti rappresentati tra Tallahassee e Miami, in proporzioni più o meno uguali. Ecco perché la vittoria chiara e netta di Romney gli consente un allungo che se non è decisivo, poco ci manca. Anche perché il <em>Sunshine State</em> è uno dei pochi (purtroppo) che assegna ancora tutti i delegati in palio al vincitore, grazie alla regola del <strong><em>the-winner-take-all</em></strong> che se adottata a livello nazionale consentirebbe primarie più rapide e indolori per un grande partito. Ne sa qualcosa Hillary Clinton, logorata nel 2008 da una ripartizione proporzionale dei delegati che l&#8217;ha portata fino a giugno, prima della resa.</p>
<p>Romney ha battuto con <strong>15 punti di scarto</strong> Newt Gingrich, travolto dal suo stesso populismo (aveva promesso di insediare una <strong>colonia umana sulla Luna</strong> in caso di conquista della Casa Bianca) e dagli spot martellanti che la campagna dell&#8217;ex governatore del Massachusetts ha messo in piedi. Nessun colpo basso, nessuna menzogna: solo la descrizione asciutta di quanto <strong>folle</strong> possa essere l&#8217;idea di affidare la possibilità di battere Obama ad uno come Gingrich.</p>
<p>Ora il carrozzone si sposta in Nevada e poi in Maine, terreni dove Romney non dovrebbe avere grandi difficoltà a incassare una confortante vittoria (da tenere sott&#8217;occhio la possibile <strong>ripresa di Paul</strong> in questi due Stati). Poi, tra Arizona e Michigan, si veleggerà verso il SuperTuesday di marzo, che potrebbe (ma il condizionale è sempre d&#8217;obbligo quando si parla d&#8217;America) certificare quello che tutti pensano senza poterlo dire: <strong>non c&#8217;è nessun altro al di fuori di Mitt</strong>. Della serie, prendere o lasciare.</p>
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		<title>Primarie repubblicane, tutto riaperto quando sembrava tutto chiuso</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 10:59:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilsenatore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tutto riaperto quando sembrava che tutto fosse ormai chiuso. Romney è riuscito nell’impresa di dilapidare in quattro giorni più di dieci punti di vantaggio sui suoi inseguitori, consegnando così il South Carolina nelle mani di un altro dei troppi repubblicani impresentabili che hanno deciso di buttarsi a capofitto nelle primarie 2012, Newt Gingrich. L’ex speaker [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter" title="gingrich" src="http://farm8.staticflickr.com/7141/6747987827_486f805ffc.jpg" alt="" width="480" height="272" /></p>
<p>Tutto riaperto quando sembrava che tutto fosse ormai chiuso. Romney è riuscito nell’impresa di dilapidare in quattro giorni più di dieci punti di vantaggio sui suoi inseguitori, consegnando così il <strong>South Carolina</strong> nelle mani di un altro dei troppi repubblicani impresentabili che hanno deciso di buttarsi a capofitto nelle primarie 2012, <strong>Newt Gingrich</strong>. L’ex speaker della Camera ha conquistato una valanga di voti, il 40 per cento contro le briciole di tutti gli altri (Romney si è miseramente fermato a quota 27,8 per cento) e ora guarda alla<strong> Florida</strong> con grande ottimismo e coltivando ben più di una speranza di vittoria.</p>
<p>A Mitt il mormone è <strong>successo di tutto</strong> in quest’ultima settimana: prima dall’Iowa hanno fatto sapere che si erano sbagliati, e che tra i campi e i maiali di Des Moines aveva vinto Santorum il cattolico ma amatissimo dagli evangelici, poi uno scoop televisivo ha svelato conti di Romney alle <strong>Cayman</strong> e infine la riluttanza a mostrare la dichiarazione dei redditi (dovrebbe farlo domani). Risultato scontato: <strong>consensi a capofitto</strong> e boom del più populista, demagogico e <strong>pericoloso</strong> dei candidati.</p>
<p>Newt Gingrich, uomo dalle molte mogli e dai <strong>molti fallimenti</strong>: nel 1994 conquistò il Congresso grazie al celebre Contratto con l’America, poi fu fatto fuori dai suoi stessi colleghi repubblicani in quanto aveva manifestato evidenti segni di incapacità e di squilibrio. Un folle che propiziò il bis di Clinton nel ’96 e che <strong>a forza di flop fu costretto ad abbandonare la politica attiva</strong>. Anni dopo, però, gli è tornata la voglia di fare il protagonista, ed eccolo pronto a cavalcare il movimento Tea Party e tutto ciò che sia contro il sistema, <strong>contro Washington</strong> (sistema di cui lui ha fatto parte ai massimi livelli).</p>
<p>E’ inutile dire che se Gingrich sarà il prescelto, <strong>Obama sarà rieletto</strong>: Newt non pescherebbe neppure un voto tra gli indipendenti (categoria che da sempre decide le presidenziali made in Usa) e probabilmente non coalizzerebbe dietro di sé tutta la galassia repubblicana. E’ anche per questo che torna a spargersi la voce dell’”uomo nuovo”, della carta di riserva, del <strong>Mister X</strong> pronto a scendere in campo tentando di riacciuffare per i capelli il moribondo.</p>
<p>Gente che possa avere possibilità concrete di battere Barack nelle fila repubblicane ce n&#8217;é, ma chissà se davvero qualcuno avrà il coraggio di salire su questo carro sempre più malmesso. Un indizio lo avremo domani, quando il bravo Governatore dell’Indiana, <strong>Mitch Daniels</strong>, terrà il contro-discorso sullo<strong> Stato dell’Unione</strong>. Dopo Obama. Se andrà bene (e negli ultimi anni i flop sono stati tanti), non è escluso che si butti nella mischia.</p>
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		<title>Queste pazze pazze primarie repubblicane</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 13:18:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilsenatore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le primarie repubblicane iniziate la scorsa settimana con il caucus dell’Iowa non saranno ricordate di certo come memorabili, anzi. Sembra una sfida a chi ha più difetti, a chi è più impresentabile e inadatto a stabilirsi con tutti gli onori e la musichetta dell’Hail to the Chief alla Casa Bianca il prossimo 6 novembre. Eppure, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter" title="primarie usa" src="http://farm8.staticflickr.com/7020/6666692895_ff93abf1d9.jpg" alt="" width="480" height="279" /></p>
<p>Le <strong>primarie repubblicane</strong> iniziate la scorsa settimana con il caucus dell’Iowa non saranno ricordate di certo come memorabili, anzi. Sembra una sfida a chi ha più difetti, a chi è più impresentabile e inadatto a stabilirsi con tutti gli onori e la musichetta dell’Hail to the Chief alla Casa Bianca il prossimo 6 novembre. Eppure, un primo verdetto (checché ne dica Repubblica) è stato dato:<strong> Mitt Romney ha vinto</strong>. Per soli 8 voti, certo. Ma ha vinto. E non era impresa facile.</p>
<p>Quattro anni fa, infatti, tra i campi di grano e gli allevamenti di maiali dell’Iowa, a trionfare (con percentuali da capogiro) fu Mike Huckabee, laureato in teologia e di professione pastore battista. Insomma, non di certo un liberal della East Coast. Oggi, a portarsi a casa la vittoria in uno Stato pieno zeppo di evangelici devoti è un <strong>miliardario mormone del Massachusetts</strong>. Vincere laggiù, per uno dal profilo come quello di Romney, è un’impresa.</p>
<p>E pazienza se dietro di lui si sia piazzato l’improbabile italo-americano<strong> Santorum</strong>, uno che si candida alla presidenza con un programma costruito attorno alla parola “aborto” (non stiamo scherzando). Santorum ha fatto il surrogato di Huckabee, è stato il nome su cui hanno puntato coloro che alla tradizione e alla fede pensano in ogni ora del giorno e della notte. Resta il fatto che Santorum è<strong> molle</strong>, e il fatto di essere stato già trombato quand’era senatore della Pennsylvania (nel 2006 il suo ko da incumbent 59-41 rimane tutt’oggi il <strong>più ampio margine di sconfitta</strong> per un senatore uscente dal 1980) dimostra quanto fumosa sia la sua candidatura. E’ possibile che vada avanti ancora, che riesca a togliersi qualche bella soddisfazione in Stati conservatori, ma riuscire ad ottenere la nomination è un’impresa&#8230; biblica. A meno che non si crei una sorta di <strong>grande coalizione anti-Romney</strong> fra tutte le schegge impazzite repubblicane, dalla già ritirata <strong>Michelle Bachmann</strong> (che solo il giorno prima di abbandonare la corsa si paragonava alla Thatcher) a Newt Gingrich, fino a Rick Perry.</p>
<p>C’è poi il più pazzo dei pazzi, quel <strong>Ron Paul</strong> che vorrebbe ritirare tutte le truppe americane da ogni angolo del pianeta, sopprimere la Fed, e incolpare gli ebrei di ogni disastro che ha colpito il pianeta. Sì, perché il vecchio Paul è ancora convinto che a tirar giù le torri gemelle a New York siano stati i <strong>perfidi giudei</strong>. Difficile che gli americani, pur con candidati non granché, votino la versione stelle e strisce di <strong>Giulietto Chiesa</strong>.</p>
<p>Domani ne sapremo di più con il voto del <strong>New Hampshire</strong>. Vincerà Romney, con un margine ampio. La cosa interessante sarà vedere la tenuta del duo Santorum-Paul.</p>
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		<title>Delute il dato su Pil Usa, visto al ribasso</title>
		<link>http://www.daw-blog.com/2011/11/22/delute-il-dato-sul-pil-usa-visto-al-ribasso/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 13:39:23 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[usa]]></category>

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		<description><![CDATA[(Il Sole 24 Ore Radiocor) &#8211; Washington, 22 nov &#8211; La crescita del pil americano nel terzo trimestre dell&#8217;anno e&#8217; stata rivista al ribasso al 2% dal 2,5% comunicato in via preliminare trenta giorni fa. Il dato, pubblicato oggi dal dipartimento del Commercio, e&#8217; inferiore alle stime degli analisti che si attendevano una flessione piu&#8217; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Il Sole 24 Ore Radiocor) &#8211; Washington, 22 nov &#8211; La<br />
crescita del pil americano nel terzo trimestre dell&#8217;anno e&#8217;<br />
stata rivista al ribasso al 2% dal 2,5% comunicato in via<br />
preliminare trenta giorni fa. Il dato, pubblicato oggi dal<br />
dipartimento del Commercio, e&#8217; inferiore alle stime degli<br />
analisti che si attendevano una flessione piu&#8217; contenuta al<br />
2,3%. Riviste lievemente al ribasso anche le stime<br />
dell&#8217;inflazione. Il Pce e&#8217; infatti cresciuto del 2,3% su base<br />
annuale anziche&#8217; del 2,4% mentre la componente core e&#8217; salita<br />
del 2%, un decimo in meno della lettura preliminare.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>++ Portavoce Obama: &#8220;Non è che se in Italia cambia il Governo si risolvono i problemi&#8221;++</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 19:31:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilsenatore</dc:creator>
				<category><![CDATA[breaking news]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla domanda se gli Usa siano preoccupati da un eventuale caduta del governo Berlusconi, Ben Rhodes, vice consigliere per la Sicurezza Nazionale,  ha risposto: &#8220;Per l’Italia vale il discorso della Grecia. Se ci sono cambiamenti di governo non cambiano i problemi del Paese&#8221;.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alla domanda se gli Usa siano preoccupati da un eventuale caduta del governo Berlusconi, Ben Rhodes, vice consigliere per la Sicurezza Nazionale,  ha risposto: &#8220;Per l’Italia vale il discorso della Grecia. Se ci sono cambiamenti di governo non cambiano i problemi del Paese&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;L&#8217;11/9? Un evento di una bellezza sublime, onore agli arabi che hanno spappolato gli aerei contro le Torri&#8221;</title>
		<link>http://www.daw-blog.com/2011/09/12/l119-un-evento-di-una-bellezza-subline-onore-agli-arabi-che-hanno-spappolato-gli-aerei-contro-le-torri/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 13:22:33 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[11 settembre]]></category>
		<category><![CDATA[attentati]]></category>
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		<description><![CDATA[Un intervento delirante. Farneticante. Si dovrebbero attivare subito, immediatamente e urgentemente tutte le procedure per un TSO alla persona di Franco Piperno, ex leader di Potere Operaio, che sul Quotidiano di Calabria ha scritto una follia dietro l&#8217;altra. Cosa ha scritto? Che l&#8217;11 settembre è stato un &#8220;evento di una bellezza sublime&#8221;, e che bisonorebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter" title="evento 11 9" src="http://farm7.static.flickr.com/6176/6140372434_f401b17f6c.jpg" alt="" width="480" height="270" /></p>
<p>Un intervento delirante. Farneticante. Si dovrebbero attivare subito, immediatamente e urgentemente tutte le procedure per un TSO alla persona di Franco Piperno, ex leader di Potere Operaio, che sul Quotidiano di Calabria ha scritto una follia dietro l&#8217;altra. Cosa ha scritto? Che l&#8217;11 settembre è stato un &#8220;evento di una bellezza sublime&#8221;, e che bisonorebbe rendere onore agli &#8220;intellettuali arabi  che hanno spappolato gli aerei catturati contro le Torri Gemelle, condensando, in quel gesto collettivo, la volontà generale delle moltitudini arabe&#8221;. E poi tutta una serie di banali e patetiche considerazioni antiamericane, che vi lasciamo leggere &#8211; se volete &#8211; integralmente qui sotto. Rimane, comunque, il delirio di un uomo, di questo Franco Piperno, che insulta la memoria dei 3.000 morti durante gli attentati dell&#8217;11 settembre. Bellezza sublime l&#8217;11 settembre? Mah, sicuramente la bellezza è negli occhi di chi guarda, e quelli di questo Piperno saranno sicuramente occhi maledetti colmi di un odio accecante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;editoriale di Franco Piperno sull&#8217;11 settembre, <a href="http://www.ilquotidianoweb.it/it/calabria/cosenza_undici_settembre_dieci_anni_dopo_franco_piperno_new_york_torri_aerei_evento_occiden.html">pubblicato</a> dal Quotidiano di Calabria:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Quella mattina di settembre a New York, un mattino qualunque sotto un sole smarrito che già ha il sapore d’autunno, il formicolio sub umano della megalopoli &#8211; la grande Babilonia &#8211; l’oggi che si annuncia non diverso da ieri; poi, inatteso, in poco più di un’ora, lo svelamento, l’apocalissi: le Twin Towers, le Torri Gemelle che, avvolte dentro un fumo nero, implodono su se stesse quasi fosse argilla: l’odio arabo che chiama dal cielo l’americano “middle class” e gli dice di buttarsi giù dal grattacielo perché è giunta per lui la morte, la fine dell’immunità dalla strage che cala sibilando dagli spazi aerei, privilegio di cui gode da tempo, da troppo tempo, New York; e con essa il paese dove sventola la bandiera a stelle e strisce.<br />
Il codice retorico nordamericano ha rapidamente metabolizzato l’evento : un vile attentato dei terroristi islamici agli States per l’azione di libertà e pace che gli USA svolgono, generosamente e da più di mezzo secolo, globalmente, in tutto il mondo. “Enduring Freedom” ha proclamato il loro presidente. L’elaborazione mediatica del lutto s’è svolta sulla ricognizione dell’identità perduta dei corpi straziati, il pianto sconsolato di migliaia di parenti ed amici, il fatale eroismo del solito pompiere raccontato dall’immancabile collega sopravvissuto, gli attestati televisivi di lealtà alla bandiera rilasciati dall’arabo americanizzato &#8211; il tutto avvolto nella micidiale polvere di titanio contenuto nei meta materiali adoperati per costruire le due Torri. La falsa coscienza dell’America, l’ideologia, qui ha operato al massimo della sua potenza occultante.<br />
Ma l’America non è solo quella che compare in televisione. Norman Chomsky, uno dei quattro intellettuali per il quali l’onore degli States può ancora salvarsi, visitando le rovine di Ground Zero, colto da una pietà inane, ha avvertito che da quel groviglio dantesco di carne che mescolava alla rinfusa i cadaveri degli assassini e delle loro inconsapevoli vittime, s’alzava un lamento, un coro abissale di milioni d’anime che ancora vagano come spettri non avendo trovato una degna sepoltura: i tedeschi di Dresda, gli italiani di Firenze, i giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, gli arabi di Bagdad, tutti civili e tutti innocenti allo stesso titolo dei newyorkesi.<br />
Nell’emozione onirica di Chomsky v’è più verità che nell’analisi di migliaia di esperti, giornalisti o accademici che siano. Infatti, se adoperiamo Il criterio di McNamara – il segretario di stato americano all’epoca della guerra nel Vietnam – che misura la produttività del complesso &#8211; militare industriale attraverso il rapporto tra il numero di morti inflitte al nemico rispetto a quelle subite, si vede che, per quanto riguarda la guerra di Bush, siamo ad un rapporto cento ad uno; nettamente meglio di quanto fossero riusciti a fare i nazisti che, nella rappresaglia, si limitavano a dieci per uno; e tuttavia, occorre riconoscerlo, ancora lontani dal record che detengono i cittadini dello stato ebraico: per ogni israeliano ucciso vengono condannati a morte almeno mille palestinesi, anziani, donne, bambini, senza favoritismi per nessuno.<br />
Insomma,per il criterio di Mac Namara, gli arabi sono ancora in credito di alcune centinaia di migliaia di morti civili.<br />
A dieci anni di distanza la stampa americana continua a rappresentare quell’evento come un vile attentato su persone inermi, senza alcun giustificato motivo. Rimuovono, appunto, ciò che è stato fatto dagli americani nel Medio Oriente : una rete fitta di basi per proteggere i corrotti regimi di quei paesi, e assicurarsi così il controllo militare delle grandi riserve petrolifere. Chi non sta a casa propria?<br />
Quanto alla viltà dell’agguato , come si fa ad onorare i mercenari americani che per mestiere uccidono, utilizzando i droni per non correre alcun rischio; uccidono, per la mercede, esseri umani che non hanno alcun motivo di odiare; mentre andrebbero considerati vili quel pugno audace di intellettuali – alcuni di loro avevano perfino superato l’esame di fluidodinamica—che, utilizzando dei temperini, si impadroniscono di quattro enormi aerei di linea, facendo fronte agli equipaggi e a centinaia di passeggeri, per uccidersi ed uccidere, schiantandosi sui quei mostri di vetro e cemento simboli dell’impero americano?<br />
Qualsiasi possa essere il vincolo di fraternità culturale che lega la sorte dell’ europeo all’ americano, è del tutto evidente che l’ammirazione dell’uomo libero , non scevra da raccapriccio, va agli insorti e non ai mercenari – il coraggio temerario del corpo umano che si fa beffa della potenza tecnologica e la rivolge contro coloro che l’ hanno fabbricata.<br />
Per questi ed altri motivi, noi, l’undici di settembre, nel decennale di quell’evento dalla bellezza sublime, chineremmo, se solo le avessimo, le nostre bandiere per pietà verso gli americani morti per caso e ad onore degli intellettuali arabi &#8212; a noi, per altro ostili, ma certo umani, troppo umani &#8212; che hanno spappolato gli aerei catturati contro le Torri Gemelle, condensando, in quel gesto collettivo, la volontà generale delle moltitudini arabe.<br />
Manca ancora la parola del poeta che racconti questa impresa da eroi maledetti. In ogni caso, quel che è certo è che l’undici di settembre a New York, come la decapitazione di Luigi Capeto, l’assalto bolscevico al Palazzo d’Inverno, la Sorbona occupata nel ’68, la caduta del muro di Berlino, è una rappresentazione icastica che farà nido nell’immaginario collettivo, perché segna la fine di una epoca e ne annuncia una nuova. A dispetto tanto delle anime belle quanto degli ipocriti che hanno sentenziato prematuramente l’impotenza controproducente della violenza collettiva.</p>
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		<title>Obama: maggioranza degli americani disapprova suo operato</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Sep 2011 21:58:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Domani Barack Obama si presenterà davanti al Congresso. Presenterà l’annunciato piano per il rilancio dell’economia e dell’occupazione, e già le polemiche sono pronte a divampare. I repubblicani sono sul piede di guerra e non vedono l’ora di azzannare la preda ferita, cercando così di dare al Presidente il colpo di grazia. Il compito di Obama [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter" title="obama flop" src="http://farm7.static.flickr.com/6072/6123573479_dfdd091d6b.jpg" alt="" width="480" height="270" /></p>
<p>Domani <strong>Barack Obama</strong> si presenterà davanti al Congresso. Presenterà l’annunciato piano per il rilancio dell’economia e dell’occupazione, e già le polemiche sono pronte a divampare. I repubblicani sono sul piede di guerra e non vedono l’ora di azzannare la preda ferita, cercando così di dare al Presidente il colpo di grazia. Il compito di Obama sarà più arduo che mai, giacché non solo parlerà davanti ad un Congresso sempre più tiepido nei suoi confronti, ma lo farà sapendo che (per la prima volta da quando ha fatto ingresso alla Casa Bianca)<strong> il 51% degli americani disapprova apertamente il suo operato</strong>.</p>
<p>Sono queste le dure cifre dei sondaggi, sempre più negativi per colui che solo tre anni fa prometteva una svolta, una rinascita. Il poll del Wall Street Journal/Nbc certifica anche che per il <strong>75%</strong> degli intervistati gli States stanno andando nella direzione sbagliata, e che dal crack finanziario del settembre 2008 non si era più visto un tale indice di pessimismo. In più, solo<strong> il 40% si dichiara disposto a ridare fiducia a Barack Obama</strong> nel 2012.</p>
<p>E’ una situazione delicata, difficile. Sarebbe catastrofica se dall’altra parte della barricata ci fosse un Reagan o un uomo dalla personalità così forte da imporsi subito alla ribalta. Ad oggi (ma le sorprese sono dietro l’angolo), in campo repubblicano regna sovrana la normalità. C’è Perry (favorito), ci sono Romney e la Bachmann. Probabilmente ci sarà pure la Palin. Ma nessuno di questi sembra essere un gigante, un <strong>trascinatore di folle</strong> in grado di rinsaldare il partito e di <strong>stuzzicare il fronte moderato</strong> che guarda più al candidato che al programma in occasione delle presidenziali. Eppure, se i numeri dell’economia stagnante continueranno a martellare l’America (<strong>crescita zero</strong> ad agosto, disoccupazione al 9%), potrebbe bastare anche un candidato normale per far uscire il Messia dell’Illinois dalla Casa Bianca.</p>
<p>La rimonta per Obama inizierà domani, davanti al Congresso: dovrà parlare chiaro, dovrà proporre misure efficaci, rapide e soprattutto credibili. Senza fare pasticci o incunearsi in estenuanti trattative che inevitabilmente porteranno a compromessi che danneggeranno in primo luogo lui. Vedremo <strong>se sarà in grado</strong> di farlo.</p>
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		<title>Chi è Rick Perry? (Quasi) nessuno</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 09:35:30 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="perry" src="http://farm7.static.flickr.com/6066/6102756718_7817772924.jpg" alt="" width="480" height="270" /></p>
<p><em>“Con la fede in Dio, il sostegno della mia famiglia e la fede incrollabile nelle virtù dell’America, mi candido alla Presidenza degli Stati Uniti”</em>. Con questa frase mirabilmente meditata e di sicuro effetto, il Governatore del Texas <strong>Rick Perry</strong> ha annunciato ai suoi connazionali la “fatale decisione” di <strong>scendere in campo</strong>, sparigliando le carte nella (per ora) sonnolenta corsa in campo repubblicano per aggiudicarsi la palma di sfidante di Barack Hussein Obama alle elezioni del prossimo anno.</p>
<p>Perry, da dieci anni alla guida dello Stato che <strong>ha prodotto più posti di lavoro</strong> in questi tempi di crisi, ha già staccato nei principali sondaggi l’abulico<strong> Mitt Romney</strong> e i vari paladini del <strong>Tea Party</strong>, dal vecchio Ron Paul all’<strong>impresentabile</strong> (lei sì, a differenza della Palin Governatore dell’Alaska) <strong>Michele Bachmann</strong>, che dopo aver dichiarato di essere <em>“sottomessa a mio marito”</em>, ha sostenuto che <em>“l’uragano Irene non è altro che un messaggio divino”</em>.Della schiera repubblicana, uno si è già ritirato (<strong>il bravo Pawlenty</strong>), uno posa per Vogue (l’ex Ambasciatore in Cina <strong>Huntsman</strong>), altri come<strong> Santorum</strong> sono il necessario elemento folkloristico che in ogni gara verso le presidenziali l’America presenta.</p>
<p>E’ ancora presto per tirare le somme, ma se tutto rimarrà immutato, <strong>con ogni probabilità Perry vincerà le primarie</strong> del suo partito, sfidando il 6 novembre 2012 Barack Obama. Il Governatore del Texas è un osso duro: <strong>non ha mai perso un’elezione</strong> cui ha partecipato ed è privo di quell’aura di santità che gli americani ora guardano con fastidio dopo il disastro obamiano. Non a caso, nelle sue prime uscite Perry si è ben destreggiato nel mostrarsi come uno del popolo, come<strong> l’uomo che si può incontrare in coda dal benzinaio</strong> o al bancone del bar di fiducia. Schiaffoni al Presidente e al Congresso, <strong>insulti al capo della Fed Reserve Bernanke</strong> e strizzatina d’occhio molto intensa all’ala (minoritaria ma decisiva) dei Tea Party per assicurarsene i voti utili a tagliar fuori Romney &amp; co.</p>
<p>Ad ogni modo, <strong>Rick Perry non è niente di che</strong>. Il Grand Old Party, pur dilaniato al suo interno, avrebbe potuto trovare candidati ben più forti, ma che per un motivo o per l’altro hanno scelto di non prendere parte al gioco. E così, i vari <strong>Ryan</strong>, Daniels e Christie stanno a guardare. Fuori (sembra ormai certo) anche <strong>Marco Rubio</strong>, l’ispano-americano che alle scorse mid-term ha trionfato in Florida. Rubio è da tenere d’occhio: i suoi discorsi (anche di politica estera) sono il <strong>perfetto manifesto del conservatorismo americano</strong>. L’eccezionalità della Repubblica-Impero che viene rimarcata con forza in ogni passaggio. Potrebbe formare un <strong>ticket con qualche altro candidato</strong>, o presentarsi direttamente tra quattro anni.</p>
<p>I motori sono già belli caldi: la caccia alla Casa Bianca è cominciata. Ne vedremo delle belle.</p>
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		<title>Tutti perdono e nessuno si dimette</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 12:34:56 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://farm3.static.flickr.com/2290/5750226115_c40e86d6b1_z.jpg"><img src="http://farm6.static.flickr.com/5106/5750769474_8813bcd340.jpg" alt="tutti ko" width="280" height="391" /><br />
</a></p>
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<p>Obama ha perso in modo drammatico le elezioni e non ha più la maggioranza. Sarkozy ha preso una batosta dietro l&#8217;altra. La Merkel è stata umiliata e ha perso il Senato. Cameron in Inghilettera non brilla più.  Zapatero ha preso una storica batosta di 10 punti dai popolari.  Ma nessuno si dimette e tutti continuano a governare. A Milano Berlusconi non vince al primo turno, la sinistra perde voti, ma lui è l&#8217;unico capo di governo al mondo che dovrebbe dimettersi. Perchè, ci dicono, in Italia il vento è cambiato.</p>
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<p>La sinistra italiana, o quel che ne rimane, ha preso la palla al balzo lunedì scorso per chiedere a gran voce le immediate <strong>dimissioni di Berlusconi</strong> da Presidente del Consiglio. <strong><em>“Il Governo è finito”</em></strong>, <em>“Il risultato di Milano è tremendo, un colpo durissimo al Governo”</em>, <em>“I cittadini hanno dato lo <strong>sfratto al Cavaliere</strong>”</em>, sono alcune delle frasi che gli indignati esponenti dell’opposizione hanno pronunciato sui giornali o in qualche talk-show televisivo. Insomma, se Berlusconi non se ne va dopo aver perso il primo turno a Milano, abbiamo la prova che <strong>siamo in un Regime</strong>. Chiaro il concetto? Chi perde le Amministrative (anche al primo turno) deve dimettersi, altrimenti significa che il Paese è vittima di una dittatura.</p>
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<p>Proviamo per un attimo a fare il giro del Mondo, quello libero, moderno ed occidentale. Novembre 2010: <strong>Obama</strong>, Presidente degli Stati Uniti, <strong>perde in modo netto e drammatico le elezioni di mid-term</strong>: non ha più la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, se la cava per un soffio al Senato e consegna un’enormità di Stati ai Governatori repubblicani. Si è dimesso, per caso? Qualcuno ne ha chiesto la testa o anche un solo rimpasto nell’Amministrazione? Ovviamente no. In <strong>Francia</strong>, Sarkozy ha preso una batosta dietro l’altra, perdendo tutte le regioni (perfino la Corsica) tranne l’Alsazia, <strong>scomparendo</strong> a livello di cantoni e vedendo il proprio nome cancellato da tutti i sondaggi che pronosticano il secondo turno alle Presidenziali del 2012. Si è dimesso? No, ha addirittura promosso una guerra in Africa. Andiamo in <strong>Germania</strong>, magari lì le cose sono diverse… Invece no. Angela <strong>Merkel </strong>viene <strong>umiliata </strong>ogni mese dalle elezioni amministrative che si tengono nei vari Länder (anche quelli storicamente in mano democristiana e considerati a prova di catastrofe elettorale), perdendo il Senato federale e gradimento presso i tedeschi. Eppure, è saldamente alla guida della Cancelleria a Berlino.</p>
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<p><strong>Inghilterra</strong>? Neppure a Londra <strong>Cameron </strong>sorride: le ultime consultazioni non sono state di certo brillanti, e la coabitazione con i LibDem scricchiola sempre di più. Nessuno, però, si sognerebbe di chiedere la testa del Primo Ministro. E che dire della <strong>Spagna</strong>? Ieri Zapatero ha preso una batosta che rimarrà nella storia: <strong>dieci punti in meno</strong> dei popolari, disfatta a <strong>Barcellona</strong> (persa dopo 32 anni), sconfitta in regioni importanti, consenso ai minimi e gente in piazza. Dimissioni? <strong><em>“Mai! No alle elezioni anticipate!”</em></strong>, ha fatto sapere a notte fonda il Bambi iberico.</p>
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<p>Da noi, invece, si urla allo <strong>scandalo ed al regime</strong> se Berlusconi non se ne va. E per cosa dovrebbe andarsene? Semplice, perché il suo candidato non è riuscito a vincere al primo turno a <strong>Milano</strong>, una città che cinque anni fa (con un <strong>centrodestra compatto</strong> e al completo) fu vinta con il<strong> 51%</strong> dei voti. Senza contare che, una settimana fa, il candidato della sinistra ha preso<strong> tremila voti in meno rispetto a Ferrante,</strong> da tutti considerato un kamikaze per aver sfidato (perdendo) la Moratti nel 2006.</p>
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<p>Ma questo, da noi, non conta. <strong>Noi siamo in Italia</strong>.</p>
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<p>(C) RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
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<p><em>Vi ricordiamo che siamo costantemente in diretta, con aggiornamenti, notizie e appofondimenti, <strong>esclusivamente</strong> nelle nostre pagine ufficiali su <strong><a href="http://www.facebook.com/dawblog" target="_blank">Facebook</a></strong> (dovete cliccare sul “Mi Piace” per seguirci) e <strong><a href="http://twitter.com/daw_blog">Twitter</a></strong>. <strong>Seguiteci</strong>.</em></p>
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		<title>Un cadavere non è un trofeo</title>
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		<pubDate>Tue, 03 May 2011 12:41:53 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://farm6.static.flickr.com/5105/5683162651_d53ee21278.jpg"><img src="http://farm6.static.flickr.com/5063/5683729868_8bbe231daf.jpg" alt="cadavere obama trofeo" width="280" height="391" /></a></p>
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<p>2003, uccisi i figli di Saddam. Il mondo chiede le foto dei cadaveri, gli americani le pubblicano. I terroristi, poco dopo, si scatenarono in attentati. 2006, ucciso Al Zarqawi. Il mondo chiede le foto, gli Usa le pubblicano. Poche ore ed è vendetta: 47 morti. Oggi il mondo chiede le foto del cadavere di Bin Laden, ma Obama non deve cedere alle pressioni dei complottisti. Che  negheranno anche di fronte alla foto del corpo. E saranno pure i primi ipocriti a piangere per i morti degli inevitabili attentati di vendetta.</p>
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<p>Nel 2003, quando i soldati agli ordini di David Petraeus presero a cannonate il covo in cui si rifugiavano i figli di Saddam, <strong>Uday</strong> e <strong>Qusay</strong>, il Mondo chiedeva a gran voce l’esibizione dei corpi martoriati. Dopo qualche ora, le foto con i cadaveri cuciti alla bell’e meglio fecero il giro di tutti i principali network. Il giorno dopo, i terroristi, evidentemente indignati per lo spettacolo dato in pasto alla morbosità pubblica, si scatenarono in <strong>devastanti attentati</strong>.</p>
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<p>Tre anni più tardi, in un briefing a Baghdad, i generali statunitensi annunciarono la morte del leader locale di Al Qaeda, <strong>Abu Musab al Zarqawi</strong>, sotto una gigantografia del cadavere tumefatto. Poche ore dopo, la vendetta: <strong>47 innocenti iracheni morirono</strong> in un attentato. I fanatici erano stati aizzati dalla visione del loro leader abbattuto come una vacca al macello.</p>
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<p>Oggi, l’opinione pubblica, specie quella che ama i <strong>complotti </strong>e le <strong>cospirazioni</strong>, esige che Obama le mostri il trofeo di caccia: le <strong>foto del cadavere</strong> di <strong>Osama Bin Laden</strong>. La questione è quanto mai delicata: è opportuno, in una situazione incandescente come quella che sta vivendo il Medio Oriente, mostrare il volto straziato e martoriato di colui che per molti esaltati è già un Martire? <strong>Probabilmente no</strong>.</p>
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<p>Certo, in questo clima di perenne complotto, in questo pianeta dove c’è ancora chi sostiene che Hitler sia scappato in Argentina a bordo di un sottomarino e sia morto serenamente nelle Pampas, sarebbe stato forse meglio vedere subito la <strong>prova tangibile</strong> della fine certa del principe del terrore. Prova che in ogni caso arriverà, come hanno dichiarato più fonti interne all’Amministrazione di Washington.</p>
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<p>Eppure, anche quelle foto, anche quei video <strong>non saranno sufficienti a zittire</strong> coloro che in queste ore anziché esultare per un evento storico e sacrosanto, si sono messi a scavare nel torbido delle cose che non tornano, nelle teorie oscure e complottiste così care a Giulietto Chiesa. <strong>Obama ha fatto bene</strong> ad andare con i piedi di piombo, a ragionare sul <strong>modo più delicato</strong> per gestire la morte (tragica e miserevole) del personaggio più scomodo che ci fosse sulla Terra.</p>
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<p>Obama si è ricordato che in <strong>Pakistan</strong> e in <strong>Afghanistan</strong> centinaia di migliaia di americani (e di loro alleati) sono impegnati quotidianamente contro i tentacoli di ciò che Bin Laden creò più di vent’anni fa. Ha compreso che la <strong>strada migliore</strong> da percorrere era quella di adottare un <strong><em>low profile</em></strong>, almeno nella prima fase.</p>
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<p>Nervi saldi e tranquillità, per stemperare gli animi più focosi ed irascibili. Ai complotti e alle cospirazioni ci pensino gli altri, quelli che guardano tutto con malizia e sospetto. Anche la morte del <strong>più cruento assassino</strong> dei nostri tempi.</p>
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<p>(C) RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
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		<title>Giulietto Chiesa, il negazionista</title>
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		<pubDate>Mon, 02 May 2011 16:33:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Ora tutto torna. Giulietto Chiesa, che per anni ci ha spiegato che l&#8217;11 settembre era tutta una montatura, è tornato oggi a fare il suo lavoro: il negazionista. Ha detto che Al Qaeda non esiste più dal 2000, perché &#8220;ce lo dicono i francesi&#8221;. E poi, la morte di Osama Bin Laden? Lui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://farm6.static.flickr.com/5148/5680620232_b5e32d8155_z.jpg"><img src="http://farm6.static.flickr.com/5029/5680620684_c283e42dc9.jpg" alt="chiesa" width="280" height="391" /></a></p>
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<p>Ora tutto torna. Giulietto Chiesa, che per anni ci ha spiegato che l&#8217;11 settembre era tutta una montatura, è tornato oggi a fare il suo lavoro: il negazionista. Ha detto che Al Qaeda non esiste più dal 2000, perché &#8220;ce lo dicono i francesi&#8221;. E poi, la morte di Osama Bin Laden? Lui non ci crede. E con la prova del DNA? &#8220;No, nemmeno&#8221;. Ecco, lui non si fida nemmeno del DNA.</p>
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<p>Eccolo lì, puntuale come un orologio svizzero. Poteva evitare di far sentire la propria voce il leader supremo dei complottisti mondiali, al secolo <strong>Giulietto Chiesa</strong>? Ma figuriamoci! Ha scritto libri, articoli, è andato in tv per dieci anni spiegandoci che l’11 Settembre è una montatura, una <em>“menzogna di proporzioni planetarie”</em>, un<strong><em> “complotto contro l’umanità”</em></strong>. Ci ha svelato retroscena al limite del fantascientifico, al limite del ridicolo. Ci ha raccontato che Bin Laden non c’entrava nulla, che <em>“la verità non è celata in un posto solo, e <strong>meno che mai in una grotta afghana</strong>”</em>. Ci diceva, con tono grave e solenne, che dietro le stragi di quella giornata c’era una persona in particolare: <strong>George W Bush</strong>.</p>
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<p>Oggi, dieci anni dopo, mentre il successore del presunto assassino e stratega degli attentati americani annuncia al Mondo che <strong>“Giustizia è fatta”</strong>, il buon Giulietto spande inchiostro per spiegarci che bisogna stare molto attenti, che troppe cose non quadrano, che <strong><em>“ci devono far vedere il cadavere”</em></strong>.</p>
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<p>E il DNA? No, <strong>non bisogna fidarsi neppure del DNA</strong>! Motivo? Beh, perché<em> “basta chiedersi <strong>quanto costa la parcella di un collegio di analisti del DNA</strong>, specie se si tratta di medici militari, e il problema è risolto”</em>. Capito? Anche davanti alla prova delle prove, il codice genetico perfettamente compatibile, il più complottista dei complottisti direbbe che non è vero, che Osama non è morto, che è <strong>tutta una montatura</strong>.</p>
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<p>D’altronde, come spiega oggi l’arguto giornalista, <em>“i francesi hanno detto che Al Qaeda <strong>non esiste più dal 2002</strong>, e che prima era formata solo da <strong>40 elementi</strong>”</em>.</p>
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<p>In realtà, Giulietto Chiesa stamattina in diretta su Raitre è riuscito ad andare addirittura oltre, sfiorando le <strong>vette del ridicolo</strong>: <em>“<strong>Al Qaeda non esiste più dal 2000</strong>. Sempre che sia esistito qualcosa di simile a ciò che la Grande Fabbrica dei Sogni e delle Menzogne ci ha venduto in questi anni”</em>.</p>
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<p><strong>Serve qualche commento?</strong> No, sarebbe superfluo. Certe dichiarazioni è meglio lasciarle così, senza didascalia. A forza di cadere e scadere nel ridicolo, non si tocca più terra.</p>
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		<title>Gli Usa con Silvio: esilio per Gheddafi</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 19:36:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilsenatore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; “Guardate che Gheddafi non si arrenderà mai, prima di essere deposto farà un bagno di sangue”, diceva inascoltato Silvio Berlusconi. Oggi anche gli Stati Uniti se ne rendono conto e anche gli Stati Uniti iniziano a pensare all&#8217;esilio, ad un salvacondotto, ad una pensione dorata in qualche Stato amico del Colonnello. &#160; &#160; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://farm6.static.flickr.com/5308/5635716020_2ff9bd7f25_z.jpg"><img src="http://farm6.static.flickr.com/5221/5635135201_070023becf.jpg" alt="gheddafi" width="280" height="391" /></a></p>
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<p>“Guardate che Gheddafi non si arrenderà mai, prima di essere deposto farà un bagno di sangue”, diceva inascoltato Silvio Berlusconi. Oggi anche gli Stati Uniti se ne rendono conto e anche gli Stati Uniti iniziano a pensare all&#8217;esilio, ad un salvacondotto, ad una pensione dorata in qualche Stato amico del Colonnello.</p>
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<p>Gheddafi non ha alcuna intenzione di andarsene, di mollare. Tutt’altro. E’ pronto a <strong>lottare fino alla fine</strong>, con brutalità e cercando di fare il possibile per <strong>umiliare</strong> i cosiddetti volonterosi che hanno deciso di ficcare il naso nella zuffa tra clan della Cirenaica e della Tripolitania. Questa è, secondo l’autorevole opinione del New York Times (che ha interpellato parecchie fonti a Washington), la conclusione cui sarebbero giunti la Casa Bianca ed il Dipartimento di Stato. <strong>Ma che bella scoperta! </strong></p>
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<p>Dopo aver tentennato per settimane davanti alle pressioni anglo-francesi, dopo aver acconsentito a partecipare alla missione umanitaria (pur con tanti, troppi se e ma), dopo aver scritto lettere ai giornali in cui si chiariva che una Libia con Gheddafi al potere è <strong>inimmaginabile</strong>, ora c’è la retromarcia. Abbattere il dittatore? <strong>Macchè!</strong> Anzi, meglio pensare all’<strong>esilio</strong>, ad un salvacondotto, ad una pensione dorata in uno degli Stati che non hanno ratificato il Trattato di Roma che istituisce la Corte Penale Internazionale.</p>
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<p>Insomma, spedire il Colonnello dove non potrà mai essere processato per crimini contro l’umanità. Ma come? Non ci avevano detto che bisognava bombardare Tripoli per portare Gheddafi in un <strong>tribunale internazionale</strong>? Sciocchezze, suvvia. Le cose cambiano.</p>
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<p>E’ bello constatare che i falchi e i falchetti, bombaroli e neocolonizzatori, siano alla fine giunti alle stesse conclusioni che qualcuno, <strong>magari dall’Italia</strong>, aveva profetizzato più di un mese fa. <em>“Guardate che Gheddafi non si arrenderà mai, prima di essere deposto farà un bagno di sangue”</em>, diceva inascoltato <strong>Silvio Berlusconi</strong>. Aggiungeva, il Premier, che semmai bisognava discutere di esilio, di <strong>soluzione alternativa</strong> ai bombardamenti sul bunker alla periferia della capitale libica. E tutti gli ridevano dietro, tutti dicevano che bisognava agire subito seguendo Sarkozy e Cameron, che <strong>bastava sganciare qualche Cruise</strong> per convincere il Rais ad arrendersi.</p>
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<p>Solo uno stolto (o un invasato) poteva pensare di <strong>chiudere la partita libica in pochi giorni </strong>(come ci raccontavano da Parigi). Berlusconi lo sapeva, lo intuiva, <strong>raccomandava prudenza</strong>. Vanamente. Ed oggi i nodi vengono al pettine, con gli Stati Uniti che (fonte Corriere della Sera) <strong>chiedono all’Italia di collaborare</strong> per cercare un Paese pronto ad accogliere Gheddafi. Come diceva Berlusconi, come chiedeva l’Italia. Ancora una volta a ragione.</p>
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		<title>E ora Obama si nasconde</title>
		<link>http://www.daw-blog.com/2011/04/05/e-ora-obama-si-nasconde/</link>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 14:58:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilsenatore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Tre anni fa Obama era ovunque. Spot, manifesti, poster, tazze del tè. Oggi annuncia la ricandidatura alla Casa Bianca ma il suo volto non compare. Per gli strateghi della comunicazione Obama non funziona più. Meglio affidarsi alla gente comune. Non si sbaglia mai. Ora, con tatto, avvisate quelli che Obama-è-il-Messia. &#160; &#160; &#160; Che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://farm6.static.flickr.com/5021/5592484310_4310f43db7_z.jpg"><img src="http://farm6.static.flickr.com/5227/5592484488_e1c17aa290.jpg" alt="obam" width="280" height="392" /></a></p>
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<p>Tre anni fa Obama era ovunque. Spot, manifesti, poster, tazze del tè. Oggi annuncia la ricandidatura alla Casa Bianca ma il suo volto non compare. Per gli strateghi della comunicazione Obama non funziona più. Meglio affidarsi alla gente comune. Non si sbaglia mai. Ora, con tatto, avvisate quelli che Obama-è-il-Messia.</p>
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<p>Che <strong>Barack Obama</strong> si candidi per un secondo mandato alla Casa Bianca non fa notizia. Fa notizia, invece, il fatto che nel<strong> video</strong> che lancia la sua candidatura il suo <strong>volto non compaia mai</strong>, neppure per un secondo. Due anni e mezzo fa vedevamo il suo faccione ovunque, dai poster di Shepard Fairey alle tazze da té, mentre ora si prospetta una campagna (almeno nella sua fase iniziale) dove <strong>BHO lascerà campo ad altri,</strong> a gente comune.</p>
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<p>E così, infatti, il video <strong><em>“It begins with us”</em></strong> (“Si inizia da noi”) passa in rassegna un bianco sessantenne della North Carolina, un’ispanica del Nevada, una manager del Colorado, un’afroamericana del Michigan e uno studente newyorkese. A fare da sfondo, una ragazza dalle chiare origini asiatiche che parla del Presidente come del <em>“senatore sfavorito vincitore nel 2008”</em>.</p>
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<p>L’immagine è quella di un’America <strong>profondamente obamiana</strong>, multietnica, prevalentemente giovane, sognatrice. Eppure, l’assenza del protagonista, di colui che con la sua sola presenza cartonata riusciva ad <strong>acchiappare voti e curiosità</strong>, si sente.</p>
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<p>Obama è <strong>favorito</strong>, come è generalmente favorito ogni Presidente uscente dal primo mandato (l’unica eccezione in epoca recente è Carter), anche perché <strong>dall’altra parte sono divisi</strong> al punto da dover rinviare il primo dibattito interno alla Reagan Library. L’indice di gradimento di Barack è fermo ad un <strong>modestissimo 42%</strong>, ma ad oggi basterebbe per fargli ipotecare la conferma alla Casa Bianca.</p>
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<p>Certo, è ancora presto per le incoronazioni: la battaglia si preannuncia <strong>lunga e lenta</strong>, con le primarie repubblicane tutte da inventare e da seguire con attenzione: prevarranno i cavalli di ritorno come Romney o Huckabee? Oppure la spunteranno i bravi amministratori alla Chris Christie? Solo il tempo saprà darci risposte. L’imperativo, per tutti, è <strong>prudenza</strong>. L’economia sembra in ripresa, ma non al punto da far dire che la crisi è definitivamente alle spalle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un passo falso sul delicato terreno finanziario potrebbe rappresentare un <strong>ko da cui sarebbe poi difficile riprendersi</strong>. Ed è anche per questo che il Messia che dell’immagine ha fatto uno dei fattori-chiave della sua vittoria, preferisce rimanere <strong>nell’ombra</strong>. Almeno per ora.</p>
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		<title>Eddai, fatevene una ragione</title>
		<link>http://www.daw-blog.com/2011/02/25/eddai-fatevene-una-ragione/</link>
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		<pubDate>Fri, 25 Feb 2011 15:30:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilsenatore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri ad Annozero Luttwak ripeteva: &#8220;gli Usa hanno la massima fiducia nell&#8217;Italia anche nella crisi libica&#8221;. Ma Santoro non era d&#8217;accordo. E&#8217; impossibile, diceva. Oggi è lo stesso ex Ambasciatore Spogli a scrivere al Corriere: &#8220;Italia miglior alleato in Europa. Nessuno ha mai sostenuto con pari lealtà e coerenza l&#8217;America come Berlusconi. Neppure Prodi&#8221;. Ieri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.facebook.com/dawblog"><img class="alignnone" title="obama berlusconi" src="http://farm5.static.flickr.com/4104/5197957325_d7b983346f.jpg" alt="" width="393" height="293" /></a></p>
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<p>Ieri ad Annozero Luttwak ripeteva: &#8220;gli Usa hanno la massima fiducia nell&#8217;Italia anche nella crisi libica&#8221;. Ma Santoro non era d&#8217;accordo. E&#8217; impossibile, diceva. Oggi è lo stesso ex Ambasciatore Spogli a scrivere al Corriere: &#8220;Italia miglior alleato in Europa. Nessuno ha mai sostenuto con pari lealtà e coerenza l&#8217;America come Berlusconi. Neppure Prodi&#8221;.</p>
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<p>Ieri sera ad Annozero, Edward <strong>Luttwak</strong> sosteneva che gli Stati Uniti continuano a nutrire la massima considerazione e <strong>fiducia nei confronti dell’Italia</strong>, anche in merito alla crisi libica. Nonostante <strong>Santoro non fosse d’accordo</strong> con il politologo americano, tanto da dirglielo in faccia, le prove che Washington ha interesse a far svolgere un ruolo di mediazione di primo piano all’Italia sono evidenti.</p>
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<p>Innanzitutto, l&#8217;invito della Clinton a Berlusconi perchè telefonasse a Gheddafi, al fine di convincerlo a bloccare i raid su Bengasi. In secondo luogo, ed è notizia delle ultime ore, la <strong>telefonata di Barack Obama</strong> allo stesso Cavaliere in cui si concordava <strong>un’azione comune e continua</strong> per fronteggiare “la crisi e le sue possibili conseguenze”.</p>
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<p>Qualcuno farà notare che si tratta di <strong>rituali della politica</strong>, di doveri istituzionali, ma che in realtà a Washington si pensa <strong>tutto il male possibile</strong> dell’Italia e di Berlusconi. D’altronde, <strong>Wikileaks</strong> è lì a dimostrare quanto poco contiamo sulla scena mondiale.</p>
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<p>A tal proposito, oggi fa sentire la propria voce uno dei protagonisti di quei file trafugati, l’ex <strong>Ambasciatore Spogli</strong>. In una lettera al Corriere della Sera, l’ex Rappresentante diplomatico a Roma scrive che <em>“nella frenesia di segnar punti a proprio vantaggio”</em> la stampa italiana non ha evidenziato <em>“il giudizio imparziale sui rapporti tra Italia e Stati Uniti instaurati da Silvio Berlusconi”</em>, anche perché <em><strong>“gli Stati Uniti non hanno miglior alleato europeo dell’Italia </strong>sul continente europeo”</em>. Ma in cosa si traduce questa partnership ce lo spiega ancora Spogli:<em> “Una <strong>collaborazione così intensa</strong> ha contribuito a innalzare l’Italia a una <strong>statura senza precedenti</strong> sulla scena politica internazionale. Dal 2000 in poi l’Italia ha assunto una posizione di <strong>grande rilievo</strong> sul palcoscenico  mondiale tra i Paesi del G8”</em>.</p>
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<p>Certo, qualche ossessionato obietterà che anche in questo caso si tratta di cose ovvie e scontante, di banalità. Sbagliato, perché Spogli su <strong>Prodi</strong> e il suo trabiccolo altrimenti chiamato Governo usa parole ben diverse: <em>“Benché la coalizione di Prodi abbia appoggiato la maggior parte degli interventi americani &#8211; con l’importante eccezione dell’Iraq &#8211; <strong>nessuno ha mai sostenuto con pari lealtà e coerenza</strong> le posizioni politiche americane come Silvio Berlusconi”</em>.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Insomma, non sono tutti uguali. C’è alleato ed alleato, e <strong><em>“nei confronti di Berlusconi l’America ha un debito di gratitudine”</em></strong>. Gli ossessionati cerchino di farsene una ragione.</p>
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		<title>Giudice, per chi vota?</title>
		<link>http://www.daw-blog.com/2011/02/19/giudice-per-chi-vota/</link>
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		<pubDate>Sat, 19 Feb 2011 12:21:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Come viene scelto un collegio giudicante in un Paese civile? Negli Usa lo si fa pubblicamente e NON a porte chiuse. Inoltre è impensabile che un caso con risvolti sessuali sia affidato a SOLE DONNE. In America, nel processo a OJ Simpson, veniva chiesto ai candidati giurati: &#8220;PER CHI VOTA?&#8221;. Provate a pensare a farlo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.facebook.com/dawblog"><img class="alignnone" title="us law" src="http://farm6.static.flickr.com/5179/5457807855_132b4231c2.jpg" alt="" width="280" height="166" /></a></p>
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<p>Come viene scelto un collegio giudicante in un Paese civile? Negli Usa lo si fa pubblicamente e NON a porte chiuse. Inoltre è impensabile che un caso con risvolti sessuali sia affidato a SOLE DONNE. In America, nel processo a OJ Simpson, veniva chiesto ai candidati giurati: &#8220;PER CHI VOTA?&#8221;. Provate a pensare a farlo in Italia…</p>
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<p>In Italia, i grandi e piccoli giornali accomunati dall’antiberlusconismo militante <strong>godono</strong> per il fatto che a giudicare il Premier sarà un collegio composto esclusivamente da donne. C’è chi come Famiglia Cristiana parla di “nemesi”,  e c’è chi storce il naso prefigurando una <strong>vendetta</strong> del gentil sesso  nei confronti di Berlusconi. Ma nei Paesi davvero <strong>civili e democratici</strong>, dove le toghe non si sognano neppure di fare politica attiva e di tentare di buttar giù governi legittimati dalle urne, sarebbe possibile tutto ciò? Prendiamo la più grande democrazia del Mondo, gli <strong>Stati Uniti</strong>.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Qualche giorno fa <strong>il Foglio</strong> ha descritto alla perfezione <strong>come oltreoceano si sceglie un collegio giudicante. </strong>Per carità, è vero che il sistema giuridico è diverso, che noi non abbiamo la giuria popolare, però qualche utile accorgimento per evitare imbarazzi e polemiche potrebbe essere adottato anche nel nostro Paese. <strong>Qualche esempio? </strong>Intanto la Corte Suprema di Washington ha stabilito che la selezione della giuria deve avvenire <strong>pubblicamente</strong>, in modo trasparente, <strong>non a porte chiuse</strong>. Il motivo? Semplice: “perché la giuria in un processo rappresenta un cardine della democrazia”.</p>
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<p>Ma c’è di più: negli Stati Uniti sarebbe <strong>impensabile</strong> che a giudicare un caso con risvolti sessuali fosse un <strong>collegio di sole donne</strong>. Anche in questo caso, la Corte Suprema ha espresso più di una perplessità sul fatto che casi di stupro, di paternità e di affidamento vengano affidati ad una giuria composta da sole donne. Un’attenzione alla selezione talmente maniacale da sfociare, spesso, nella <strong>sfera più intima</strong> dell’individuo. Basti pensare che nel 1972, in occasione di un processo a sette disertori del Vietnam, ai potenziali giurati fu chiesto addirittura <strong>che riviste leggessero</strong>, in modo da non correre il rischio di portare in aula qualche progressista. E domande impensabili per il nostro Paese furono fatte ai candidati-giurati quando si trattò di comporre la giuria per il caso di O.J. Simpson. <strong>“Per chi vota?”</strong>, “Cosa pensa del matrimonio interrazziale?”, “Ha mai corteggiato una persona di un’etnia diversa?”, <strong>“Si considera politicamente militante?&#8221;.</strong></p>
<p><strong><br />
 </strong></p>
<p>Ecco, provate a pensare se questa ultima domanda fosse stata fatta a uno delle <strong>decine di giudici</strong> chiamati a processare Berlusconi negli ultimi 17 anni. Probabilmente, non si sarebbe potuto celebrare neppure un processo a carico del Cavaliere, <strong>per mancanza di personale</strong> con i requisiti adatti. <strong>E’ un altro Mondo</strong>, non c’è nulla da fare.</p>
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		<title>Il bacio di Giuda</title>
		<link>http://www.daw-blog.com/2011/02/11/il-bacio-di-giuda/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Feb 2011 12:26:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilsenatore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La notizia di ieri, proveniente dall’Egitto, non è tanto la decisione di Hosni Mubarak di rimanere (almeno formalmente) al timone del Paese, quanto la lacerazione dei rapporti con gli Stati Uniti. Il passaggio più convinto e convincente della conferenza stampa dell’anziano Rais è stato quello in cui ha chiarito che l’Egitto non accetterà mai interferenze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.facebook.com/dawblog"><img class="alignnone" title="mubarak obama" src="http://farm6.static.flickr.com/5097/5436147188_dc51819309.jpg" alt="" width="280" height="347" /></a></p>
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<p>La notizia di ieri, proveniente dall’Egitto, non è tanto la decisione di <strong>Hosni Mubarak</strong> di rimanere (almeno formalmente) al timone del Paese, quanto la <strong>lacerazione dei rapporti</strong> con gli Stati Uniti. Il passaggio più convinto e convincente della conferenza stampa dell’anziano Rais è stato quello in cui ha chiarito che l’Egitto <strong>non accetterà mai </strong>interferenze straniere e che mai sarà lo Stato satellite di una potenza. Chiaro il riferimento al <strong>discorso fuori dal Mondo</strong> pronunciato poche ore prima da<strong> Barack Obama</strong>, pronto a salutare <em><strong>“la svolta storica”</strong></em> che fino a prova contraria non è ancora avvenuta. Obama persevera nei suoi errori, sbaglia tutto: stringe mani a destra e a sinistra, senza sapere chi è l’individuo che sta oltre quella mano. Ammicca agli Ayatollah e riceve schiaffi, appoggia una rivoluzione in Egitto mettendo a rischio la tenuta stessa di un equilibrio di per sé fragilissimo in quell’area maledetta, senza sapere chi verrà dopo Mubarak.</p>
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<p>Già, perché <strong>questo è il punto</strong>. Va bene strizzare l&#8217;occhio ad una rivolta popolare contro il satrapo, va bene emozionarsi dinnanzi ai giovani che da giorni stazionano in piazza Tahrir chiedendo di cambiare. Ma il problema non è cosa accade ora, bensì <strong>cosa accadrà dopo</strong>. Quando le telecamere si spegneranno, quando Mubarak se ne sarà andato, quando Obama non farà più le coccole ai manifestanti del Cairo, quando Hillary Clinton avrà finito di cambiare idea ogni tre ore. Se vogliamo la <strong>stabilità del Vicino Oriente</strong>, se crediamo almeno un po&#8217; alla possibilità che prima o poi il <strong>processo di pace</strong> possa riprendere, non possiamo che guardare con terrore e <strong>preoccupazione</strong> ad un Egitto in fermento ed in crisi. Il Paese arabo più popoloso, con l’esercito meglio attrezzato e più numeroso, non può diventare <strong>preda di avvoltoi</strong> desiderosi di sbranare la preda ferita.</p>
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<p>Mubarak, nel suo trentennio, <strong>ha garantito ad Israele la pace</strong>. E per questo ha pagato con l’allontanamento per un periodo dalla Lega Araba, con l’odio di molti dei suoi vicini, con le accuse delle organizzazioni terroristiche e con l’assassinio di un suo Presidente. Mubarak ha saputo essere un <strong>interlocutore affidabile</strong>, lungimirante, corretto. Oggi, se guardiamo le carte in tavola, le alternative per l’Egitto sono una peggio dell’altra: c’è chi parla di <strong>El Baradei</strong> (che sarebbe null’altro che una marionetta mossa da non si sa bene chi), c’è chi vede lo spettro dei (per ora) silenti <strong>Fratelli Musulmani</strong>, c’è chi ipotizza un colpo di Stato delle Forze Armate. E su tutto ciò, ed è la cosa che più dovrebbe allarmare, <strong>aleggia l’incertezza</strong>, l’instabilità. Il caos.</p>
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<p>La prospettiva <strong>più probabile</strong> è che tutto cambi perché tutto resti uguale. Per un Rais che se ne va, ce ne sarà un altro pronto ad arrivare. E anche stavolta, <strong>l&#8217;Occidente arriverà tardi</strong>, sbagliando tutto. Come Sempre.</p>
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		<title>100R: Reagan, ultimo immortale</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Feb 2011 12:31:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[No, sul Monte Rushmore non c’è ancora, nonostante periodicamente si firmino petizioni per scolpire il suo volto accanto a quello di Washington, Jefferson, Lincoln e Teddy Roosevelt. Se ci si ferma un attimo a riflettere e a sgranare come un rosario tutta la serie dei Presidenti degli Stati Uniti, dal primo all’attuale, ci si accorgerà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.facebook.com/dawblog"><img class="alignnone" title="reagan rushmore" src="http://farm6.static.flickr.com/5254/5420851415_2bbfdb101b.jpg" alt="" width="280" height="196" /></a></p>
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<p>No, <strong>sul Monte Rushmore non c’è ancora</strong>, nonostante periodicamente si firmino petizioni per scolpire il suo volto accanto a quello di Washington, Jefferson, Lincoln e Teddy Roosevelt. Se ci si ferma un attimo a riflettere e a sgranare come un rosario tutta la serie dei Presidenti degli Stati Uniti, dal primo all’attuale, ci si accorgerà che la memoria di pochi di loro è <strong>destinata a rimanere scolpita nell’eternità</strong>. Uomini rimpianti, in grado di unire dietro la propria figura una Nazione complessa e contraddittoria come quella americana. Uomini il cui vuoto lasciato al termine del loro mandato ancora si sente. Uomini per cui si prova solo <strong>nostalgia</strong>.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Sicuramente, l’ultimo degli Immortali è <strong>Ronald Wilson Reagan</strong>, 40° Presidente degli Stati Uniti, che oggi avrebbe compiuto <strong>cento anni</strong>.<em> The Gipper</em>, questo il suo soprannome, ha incarnato più e meglio di altri l’essere americano. Il suo doppio mandato alla Casa Bianca è stato la riproposizione in chiave moderna della mitica epopea che sta alla base dell’esistenza stessa degli Stati Uniti: il viaggio continuo e incessante verso la <strong>mitica Frontiera</strong>.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>E nessuno più di Reagan avrebbe potuto spronare un popolo disilluso e depresso come quello che usciva dagli anni del Vietnam, dagli scandali di Nixon e dalle umiliazioni subite da Carter, a credere nuovamente che <strong>in America tutto era possibile</strong>. Che i sogni avrebbero potuto realizzarsi. L’importante era <strong>crederci</strong>, essere ottimisti e guardare al domani con fiducia. Gli otto anni di Reagan alla guida degli States hanno avuto proprio questa missione: non si trattava di allargare ulteriormente il territorio del continente, di guerreggiare contro gli indiani o gli spagnoli per giungere al Pacifico. Bisognava <strong>combattere quotidianamente</strong> per rispolverare negli americani l’<strong>orgoglio</strong> di appartenere ad una grande Nazione, la migliore. E lui, corroborato da un ottimismo tipicamente californiano, cerò di condurre al meglio questa battaglia.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Si trattava di <strong>scaldare i cuori</strong>, di offrire una speranza a chi iniziava a riporre nel cassetto la bandiera a stelle e strisce, a chi pensava che lo Zio Sam stesse ormai morendo, travolto dal peso delle proprie illusioni. Il Mondo, invece, avrebbe dovuto accorgersi che gli Stati Uniti esistevano ancora, che rappresentavano ancora il <strong>faro per l’umanità</strong>, che erano in grado di rinnovare il loro messaggio di speranza e di civiltà. Una potenza che avrebbe dovuto tornare davvero a <strong>fare la potenza</strong>, senza piegarsi a negoziare con chi le sbarrava il passo. Chiunque si frapponesse sulla strada verso il sogno, verso il compimento del proprio destino, andava eliminato. Il <strong>messaggio era chiaro ed incontrovertibile</strong>: nessuno avrebbe mai potuto impedire all’America di diventare ancora più grande, di esportare i propri ideali nel Mondo.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Una battaglia senza esclusione di colpi, che portò <em>The Gipper</em>, proprio alla fine del suo viaggio, a sconfiggere l’<strong>Impero del Male</strong>, il nemico per eccellenza. E lo fece <strong>senza sparare un colpo</strong>. Un Cremlino abbattuto con la forza delle idee, asfissiato dal messaggio liberale proveniente da Washington ed impaurito dalla poderosa industria bellica che Reagan aveva tirato a lucido negli anni Ottanta. Una vittoria schiacciante che tuttavia <strong>non umiliò mai il nemico</strong>. Il Presidente, infatti capì prima di tutti, che Gorbachev era l’interlocutore giusto per chiudere una volta per tutte la Guerra Fredda. Ci parlò, lo incontrò, ci negoziò. Ma questo non gli impedì mai di ribadire quello che pensava del Comunismo: &#8220;<em>Dicono che ci siano due posti dove il comunismo funziona: in cielo dove non ne hanno bisogno, e all&#8217;inferno, dove ce l&#8217;hanno già&#8221;</em>.</p>
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<p>Un <strong>viaggio terminato</strong> in una fredda giornata di gennaio del 1989, sulla scaletta di un elicottero che lo portava via per sempre dalla Casa Bianca. Una <strong>missione compiuta</strong>, come gli disse in quel momento il suo fedele Consigliere alla Sicurezza Nazionale, Colin Powell, quasi con le lacrime agli occhi: <strong><em>&#8220;Today the World is quite, Mister President&#8221;</em></strong>. E la risposta fu un sorriso, senza una parola. Happy Birthday, Ronnie.</p>
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		<title>100R: Obama non è Reagan</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Feb 2011 12:30:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa, Time si chiedeva in copertina perché Obama amasse Reagan. Sì, perché ultimamente, con il nuovo anno soprattutto, va di moda dire che Barack Hussein assomiglia tanto a Ronald Wilson. Il motivo? L’apertura al centro dell’attuale Presidente. In realtà, l’accostamento è una mossa dei compiacenti giornali (quotidiani e periodici che siano) della East [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.facebook.com/dawblog"><img class="alignnone" title="reagan obama" src="http://farm6.static.flickr.com/5133/5420839047_f0ecd10a13.jpg" alt="" width="280" height="377" /></a></p>
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<p>Qualche giorno fa, <strong>Time</strong> si chiedeva in copertina <strong>perché Obama amasse Reagan</strong>. Sì, perché ultimamente, con il nuovo anno soprattutto, va di moda dire che Barack Hussein assomiglia tanto a Ronald Wilson. Il motivo? L’apertura al centro dell’attuale Presidente. In realtà, l’accostamento è una mossa dei <strong>compiacenti giornali </strong>(quotidiani e periodici che siano) della East Coast che tentano in ogni modo di preparare la rielezione dell’uomo per il quale si sono calati le braghe. Nel 2008 hanno puntato tutto sull’uomo nuovo, sull’afro-americano che diventa Presidente compiendo i sogni di Kennedy e Johnson.</p>
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<p>Fiumi di inchiostro per tirare la volata a Obama, contro tutto e tutti. Perfino contro la favorita della penultima ora, Hillary Clinton. Una mossa mediatica per tentare di<strong> sfruttare al meglio il centenario di Reagan</strong>, per agganciare al carro dell’ultimo Presidente in grado di vincere una elezione con 49 Stati dalla sua parte contro 1 all’avversario, il claudicante attuale inquilino della Casa Bianca. Tra i due, <strong>non c’è nulla che li unisca</strong>, se non la capacità oratoria.</p>
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<p>Prendiamo ad esempio la delicata questione del <strong>Vicino Oriente</strong>, incandescente come non accadeva da anni. <strong>Mai e poi mai</strong> Reagan avrebbe scaricato un alleato strategico come Mubarak su due piedi come fatto da Obama. Mai e poi mai Reagan avrebbe fatto sapere al Mondo di <em>“attendersi una rapida transizione in Egitto per consentirne la piena democratizzazione”</em>. The Gipper non era un idealista <em>deviato</em>, uno di quelli pronti a riempirsi la bocca con i diritti umani senza sapere neppure cosa siano. Solo uno sciocco può pensare chero<strong> in dieci giorni</strong> il Vicino e Medio Oriente si diano improvvisamente regimi democratici, ossia che accada quello che non si è mai verificato, nonostante ogni sforzo compiuto. Obama <strong>manca di Realpolitik</strong>, non riesce ad andare oltre il proprio naso.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>E’ un democratico, come lo furono Wilson e Carter. Il primo fu, con la sua risistemazione della cartina d’Europa dopo la Grande Guerra, una delle cause del Secondo conflitto mondiale, l’altro è passato alla storia per il disastro nell’approccio all’Iran khomeinista. Reagan, invece, quando le cose si misero male, pensò bene di spedire un <strong>razzo sulla casa di Gheddafi</strong> a Tripoli. E mai, The Gipper, si sarebbe sognato di <strong>tendere la mano all&#8217; Ayatollah</strong> di turno invitandolo a sedersi attorno ad un tavolo per affrontare temi cari all’umanità. Una mano, quella di Obama, sulla quale Ali Khamenei ci sputò sopra. E non serviva interrogare la lampada di Aladino per sapere che sarebbe andata così.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Infine, avremmo tanto desiderato vedere lo stesso ardore, la stessa vicinanza che la Casa Bianca sta manifestando oggi al popolo egiziano anche <strong>due anni fa</strong>, quando migliaia di giovani iraniani sfidavano i basij e i pasdaran lungo i viali di Teheran chiedendo che il tiranno fosse cacciato. Molti di loro finirono nelle prigioni senza che se ne sapesse più nulla. Altri, sono morti sull’asfalto, colpiti da qualche cecchino ben addestrato. Eppure, quella rivoluzione verde rimase senza veri appoggi internazionali, senza che l’America del Messia hawaiano facesse poi tanto. Paura di rompere i già delicati equilibri dell’area, si disse allora. <strong>Una paura che Ronald Reagan avrebbe sfidato</strong> immediatamente. Come era solito fare.</p>
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		<title>Obama è con Silvio (non con Fini)</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 14:34:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Avete presente tutti i discorsi dei finiani sul fatto che Obama sarebbe innamorato perso del loro capo, che gli Stati Uniti non vedrebbero l’ora di far fuori Silvio Berlusconi per dare avvio alle celebrazioni dell’ingresso a Palazzo Chigi dell’uomo che in fatto di trasformismi e cambiamenti d’opinione politica ha superato Clemente Mastella?  Balle, tutte balle. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://farm5.static.flickr.com/4104/5197957325_d7b983346f.jpg"><img class="alignnone" title="berlusconi obama" src="http://farm5.static.flickr.com/4104/5197957325_d7b983346f.jpg" alt="" width="393" height="293" /></a></p>
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<p>Avete presente tutti i discorsi dei finiani sul fatto che <strong>Obama sarebbe innamorato perso del loro capo</strong>, che gli Stati Uniti non vedrebbero l’ora di far fuori Silvio Berlusconi per dare avvio alle celebrazioni dell’ingresso a Palazzo Chigi dell’uomo che in fatto di trasformismi e cambiamenti d’opinione politica ha superato Clemente Mastella?  <strong>Balle, tutte balle. </strong></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>L’ennesima conferma arriva da <strong>Edward Luttwak</strong>, consulente al Dipartimento di Stato e membro del prestigioso National Security Council, l’organismo ristretto che viene attivato in occasione delle crisi più gravi a livello globale che Washington si trova ad affrontare (insomma, non proprio il Gabinetto di Futuro e Libertà). Ebbene, stando alle parole di Luttwak:</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<blockquote><p><em>“a Washington considerano sicuramente Fini un politico serio e lo rispettano, ma <strong>non fanno affatto il tifo per un cambio di governo</strong>, <strong>anzi è vero il contrario</strong>, hanno forti preoccupazioni per la stabilità di Berlusconi, che è considerato dalla Casa Bianca <strong>un eccellente alleato e un galantuomo</strong>”</em>.</p>
</blockquote>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Un galantuomo? E tutta la Ruby-story, le D’Addario con i racconti sulle perversioni del Cavaliere infojato? E Lele Mora con i suoi pulmini stracolmi di giovani vergini da sacrificare al vigore taurino del Premier? <em>“Il giudizio su Ruby o su certi comportamenti di Berlusconi sono formulati in quest&#8217;ottica, cioè nel <strong>timore che possano minare la continuità del suo operato</strong>. <strong>Se Berlusconi restasse altri dieci anni, gli Usa sarebbero ben contenti</strong>”</em>, continua l’analista statunitense. Addirittura ben contenti? E come la mettiamo con la delicata questione dei rapporti che il Cavaliere intrattiene con Putin e Gheddafi? Semplice, <em>“non sono considerate strategiche da Washington, che le giudica come una forma di attivismo personale suo, nel contesto di un <strong>legittimo interesse italiano</strong> che non tocca il rapporto con gli Usa”</em>. Interessante quanto ovvio, scontato.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>Qualcuno dirà che mai e poi mai in pubblico Washington avrebbe potuto affondare Berlusconi, ma qui si va oltre: il riconoscimento del ruolo del Presidente del Consiglio è<strong> totale</strong>, senza tentennamenti. Inoltre, le uniche immagini di Fini negli States sono quelle in compagnia di Nancy Pelosi. Sì, proprio lei, la speaker uscente della Camera. Appena trombata e cacciata dal posto che conservava da tre anni. Della serie, chi tocca Fini, <strong>muore</strong>.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
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