
Una premessa è subito necessaria: davanti alla morte, il dolore e la tragicità dell’evento non hanno categorie. Lo strazio al quale i genitori, i parenti o gli amici sono sottoposti è certamente inimmaginabile da chi ne è al di fuori, da chi ne legge qualche rigo sui giornali o ne sente parlare al tg. In questi ultimi anni alcuni casi di cronaca ci hanno ripresentato, a distanza di tempo, l’italico vizio della martirizzazione di ragazzi che sfortunatamente hanno perso la propria vita – giovane – in maniera violenta e, peggio, per mano di appartenenti alle forze dell’ordine. Martirizazzione quanto mai fuori luogo.
Tragici episodi accaduti non con lo sfondo di una Baghdad qualsiasi, ma di normalissimi e pacifici luoghi: piazze cittadine o autostrade. Non è nostra intenzione rifare un processo e men che meno stabilire colpe. Noi ci limitiamo però ad osservare questa abitudine oramai consolidata della stampa che non pone quelle domande sì sgradevoli (ma ancorate alla realtà dei fatti) utili per giudicare il più obiettivamente possibile la situazione da parte di un lettore qualsiasi.
E’ stato così per la morte di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova nel 2001, e così si è ripetuto per la morte del tifoso laziale, Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola ed il cui processo si è concluso ieri.
Dagli istanti successivi alla loro morte violenta, in entrambi i casi è cominciata l’agiografia da parte di chi aveva conosciuto questi bravi ragazzi protagonisti di un momento di non certo lucida follia. Processi di piazza mediatici nei confronti degli agenti delle forze dell’ordine senza alcun diritto di difesa. Solo la voglia insana di scendere per strada a gridare la propria rabbia e trasformarla di nuovo, in quella violenza protagonista di quegli attimi. Purtroppo già lo sappiamo che per molti, in questo strano paese, basta indossare una divisa per essere già colpevole, per passare dalla parte del violento, dell’arrogante. Agli occhi di quei molti cresicuti a pane e ‘68, lo Stato ed i suoi servitori sono ancora i nemici.
Di Genova ricordiamo tutti la città messa a ferro e fuoco, cassonetti incendiati, i feriti…tutti ricordiamo quella guerra urbana scatenata da quattro ragazzotti violenti, così si volle far passare il tutto. Di Genova però ricordiamo anche le foto di quegli istanti in quella piazza dove morì quel ragazzo. La nostra domanda, non serve però a sminuire la morte di chicchessia. Non abbiamo mai letto da nessuna parte perchè per manifestare pacificamente sia necessario coprirsi il volto, indossare caschi, brandire estintori o bastoni di legno e scaraventarsi contro qualcuno. E invece…invece navigando qua e là vediamo quella maledetta sequenza fotografica ancora oggi descritta come l’esecuzione.
Domande mai poste nemmeno nel caso, tornato ala ribalta ieri, del giovane tifoso laziale ucciso anche qui da un colpo d’arma da fuoco ed anche qui sparato da una pistola d’ordinanza. Nei giorni successivi, i particolari che affioravano sulla rissa andavano in secondo piano coperti dalla rabbia degli amici contro questo stato carogna che assolda dei killer. Nessuno a chiedersi perchè, in questo caso, allo stadio qualcuno ci si reca con delle pietre in tasca…per esempio.
Eppure anche qui il silenzio. Lo spazio è dato per gridare all’ingiustizia di una sentenza. Per urlare allo Stato che si deve vergognare per le sentenze che nei processi non fanno la giustizia voluta. Anzi, è una occasione in più per scatenare di nuovo rabbia e violenza per le strade. Quella violenza unica responsabile di queste due tragiche morti.




