Il chiacchericcio che l’opposizione ha scatenato oggi per le nomine RAI, non può che scatenare uno sbadiglio per chi non ha la memoria corta. Un gesto per nulla celato di insofferenza verso un argomento che può solo far sorridere, oggi.
In questa occasione il detto “chi è senza peccato scagli la prima pietra” non fu mai più appropriato per quei signori della sinistra, maghi come gli altri a spartire poltrone, promuovere, epurare secondo una propria versione del tanto vituperato manuale Cencelli (ma vi ricordate l’ultimo governo Prodi? Pure gli amministratori di condominio di spartivano).
E’ il Telecencelli davanti al quale i sinistri piddini potrebbero, anzi dovrebbero, sprofondare nella vergogna.
Facciamo un piccolo viaggio indietro nel tempo andando a vedere i racconti dei quotidiani dell’epoca. Decidiamo, per non annoiarvi, di andare non tanto lontano ma di partire dal 1997:
Anni luce fa per come corre, oggi, la politica italiana. Il dossier e’ sul tavolo del Cda che dovra’ decidere nei prossimi giorni. Sono previsti 38 nuovi capiredattori, 31 vice – capiredattori, 28 capi – servizio e 20 inviati. Il metodo e’ quello classico, il Cencelli, rivisitato alla luce del maggioritario. La parte del leone la fa il Pds, una buona fetta va ai Popolari e una piccola quota premiera’ i giornalisti di area Rifondazione Comunista.
Così scriveva il Corriere della Sera. Si anche loro, i duri e puri, abili ad ergersi censori del malcostume altrui. Ma le vergogne non si fermano qui. Perchè può cambiare il Premier ma non cambiano le abitudini. Nemmeno per la quintessenza del potere ex comunista, il baffo più snob del centrosinistra: Maximo D’Alema. Anno 1998:
A sostenere il giornalista che guida l’Ansa per il TG1 un asse Pds – Ppi. La vera questione aperta e’ la direzione generale. Vertice Rai, D’Alema prende tempo.
E ne prende tanto, da febbraio fino a giugno per la fumata bianca e tante caselle sistemate: Sinistra e cattolici dell’ Ulivo si dividono gli incarichi. Borelli al TG1 e Fava al tg3. Una decisione un po’ sofferta, ratificare le nomine concordate ieri sera durante una cena a casa del presidente Roberto Zaccaria.Nessuna indignazione. E si perchè è nell’italia all’ombra dell’ulivo che si facevamo le nomine fuori dalle sedi istituzionali. Altrochè Palazzo Grazioli. Nomine così pluraliste che un vecchio comunista come Cossutta sul tema della lottizzazione dichiarava: “Adesso la chiamano “pluralismo”, ma la minestra e’ sempre la stessa”. O, ancora, Macaluso, altro grande vecchio del socialismo italiano, che si trova a criticare le nomine Rai «lottizzate» con la promozione di «dirigenti amici degli amici di Prodi».
Si arriva al 29 febbraio 2000. In Rai, nel frattempo qualcosa cambia, dopo Zaccaria, a viale Mazzini approda Petruccioli ed un nuovo direttore generale. Il Polo poi Cdl chiede maggiore visibilità, grida all’occupazione Rai da parte del centro sinistra governativo.. insomma nessun nuovo argomento: l’opposizione, di qualsiasi colore, fa quello. E loro, i puri del centrosinistra, quelli sempre moralmente superiori agli altri proseguono il loro personale spoil system. Democraticamente ovviamente.
Arriviamo così al 2001. Berlusconi torna a Palazzo Chigi più forte di prima e più esperto. Chi lo dava per politicamente morto si è dovuto ricredere (per l’ennesima volta). Ora alla Rai comandano loro. Al TG1 Mimun, al TG2 Mazza etc etc. E loro, da sinistra, tornano a gridare – o, meglio, sbraitare – contro l’occupazione armata del centrodestra in marcia su Saxa Rubra. Una polemica il cui eco non fa in tempo a smorzarsi che nel 2006, col ritorno del centrosinistra e di Prodi a Palazzo Chigi. Il copione cambia. Ad un Mastella che manifesta perplessità per l’ennesimo Raibaltone, Maximo D’Alema ribatte dalla Festa dell’Unità che alla direzione del Tg1 c’ è ancora Mimun, a quella del Tg2 c’ è ancora Mazza, e così in tutti gli altri incarichi. E’ chiaro però che “non può durare così all’ infinito“. Un preavviso di sfratto. E’ il ritorno dei cosacchi alla difesa del pluralismo condito con qualche foglia di ulivo. Si tratta per raggiungere un compromesso, nomi che piacciono a tutti: di qua e di là. Si farnetica sulla necessità di trasmettere in diretta il cda Rai dedicato alle nomine, ci si scandalizza perchè Prodi ha portato al seguito della sua visita in Libia una troupe di Sky anziche della Rai. Per Berlusconi siamo in “emergenza democratica“, ma solo fino al settembre 2006. Il metodo Cappon, nuovo dg Rai, convince tutti e si da il via al pacchetto di nomine che piace tanto. Riotta è al tg1. Nel frattempo la guerra si gioca in un altro campo: il CdA. Si perchè nel moribondo governo Prodi il problema primario diventano le nuove regole per eleggere il Cda dell’Azienda, perché – dice un consigliere ds - “abbiamo il dovere di smuovere le reti dall’ attuale stallo e di rispondere alle accuse di chi giudica la Rai un’ azienda ferma, bloccata”. Insomma altre nomine in arrivo. Il Cda è claudicante per l’epurazione di un consigliere sul quale si esprimerà successivamente il TAR. Una sentenza, vale la pena di ricordarlo, che dimostrerà che quando si parla di spregio delle regole chi è moralmente superiore dovrebbe soltanto starsene, ancora una votla, zitto.
Invece i giornali già titolano:
L’ Unione accelera sui nuovi incarichi: Ruffini verso Raiuno, Mazza «insidia» Marano.
La storia diventa quindi attualità.Insomma un altro giro di giostra fermato da un imprevisto. Prodi cade, a Palazzo Chigi torna Berlusconi, e si torna – subito – a parlare, di nomine di riforma del Cda Rai, si torna a gridare che in Italia la democrazia è in pericolo, si affilano le armi giudiziarie. E l’attualità diventa storia: se da una parte l’attuale maggioranza sceglie e litiga su chi mandare al Tg1 o al Tg2, dall’altra parte - la sinistra che non tratta la spartizione della Rai - sceglie e litiga su chi mandare al Tg3 e alla direzione della terza rete.
Insomma si torna alla storia di tutti i giorni. La solita. Tra uno sbadiglio e l’altro.