Articoli marcati con tag ‘pdl’

Colpo di Stato

lunedì, 8 marzo 2010
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E’ morta la democrazia. L’Italia è un regime. Sì, ora lo possiamo dire. Questa sera, stiamo vivendo  la pagina più buia della nostra Repubblica. Il Tar del Lazio ha infatti deciso di usare come carta igienica il decreto interpretativo firmato dalla più alta carica dello Stato, il Presidente della Repubblica, cestinando la lista del principale partito italiano, della provincia di Roma e della Capitale. I romani non avranno il diritto di votare i loro rappresentanti, non potranno farlo. Sulle schede troveranno listini e listoni, ma non il Popolo della Libertà. Ricorso respinto. E dopo il danno, la beffa: la discussione sul merito del ricorso del partito più votato dagli italiani è stato fissato al 6 maggio, quando le elezioni saranno passate da un mese e mezzo. Un insulto alla decenza, una carognata. Un tribunale che non rispetta le leggi della Repubblica, una congrega che commette abusi. “Il decreto interpretativo non può trovare applicazione perché  la Regione Lazio ha dettato proprie disposizioni in tema elettorale esercitando le competenze date dalla Costituzione”, hanno scritto i magistrati. In pratica, la sentenza è diventata la dichiarazione alle agenzie degli avvocati del Pd: un semplicissimo copia-incolla.

Al di là di formalismi interpretati quasi sempre a vantaggio di una determinata parte politica, rimane lo scempio di vedere milioni di elettori esclusi dal più elementare e basilare diritto di ogni realtà democratica: il voto. E, non a caso, il primo ad esultare per questa decisione del Tar è il leader fascista Antonio Di Pietro. Contento di vincere facile.

Caro Fini, scendi da quel trono

martedì, 2 marzo 2010
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Sapete cosa avrebbe fatto il segretario di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini se uno dei massimi rappresentanti del partito, anzi uno dei fondatori di An, avesse detto qualcosa del tipo: “così com’è Alleanza Nazionale non mi piace”? L’avrebbe cacciato. Espulso. Ridicolizzato. Messo ai margini. Perché il suo modo di dirigere Alleanza Nazionale era quello. Democrazia interna? Manco a parlarne, figuriamoci.

Oggi Gianfranco Fini, fondatore del PdL insieme a Silvio Berlusconi, ha dichiarato che al PdL “ci sono affezionato” ma “così com’è non mi piace”. E Fini non ha tutti i torti, il PdL non piace a tanti, ma lui è Gianfranco Fini e ultimamente quando parla del suo partito lo fa solo ed esclusivamente con spirito distruttivo.

I sospetti che Fini abbia in mente altro, e che le sue critiche siano in realtà dettate da ambizioni (future) di natura esclusivamente personale sono più che fondati. Questo suo continuo logoramento del PdL e della figura di Berlusconi, che è il Presidente del Consiglio espresso dal suo partito, è davvero sconcertante. E’ troppo comodo il suo ruolo, troppo facile fare il Padre della Patria dallo scranno più alto di Montecitorio. Troppo facile distruggere il PdL per poi ricostruirlo a sua immagine e somiglianza, esattamente come Alleanza Nazionale. Fini è un politico navigato, e sebbene come stratega politico è un mezzo disastro, sa bene che certe sue dichiarazioni in piena campagna elettorale fanno più male di quelle di un Bersani o di una Sabrina Ferilli qualsiasi. Eppure le fa. Perché non abbandona le comodità del Presidenza della Camera e si mette a fare politica sul serio, quella che ha a che fare con la realtà, con il concreto, con la gente, quella che ha bisogno di mediazioni, smettendola di fare il Pontefice? Proposta: dimentichiamo le sue oscene iniziative politiche durante gli scorsi governi di centrodestra (la richiesta di discontinuità, la coppia con Follini, la guerra con Tremonti, la magnifica idea delle “tre punte”, etc), perché non va oggi a fare il coordinatore del PdL, visto che ci è tanto affezionato?

Chiudiamo il PdL per un panino

domenica, 28 febbraio 2010
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Io non so chi sia questo tizio che doveva depositare la lista del PdL per la provincia di Roma, non voglio neanche sapere il suo nome. Non so nemmeno se lasciare i pacchi delle firme incustodite in corridoio costituisca la prassi normale, non so niente perché non sono pratico di queste cose. Non so se quella gente con la sciarpa viola in quel corridoio fosse una cosa normale. Ma il termine per presentare le liste era mezzogiorno, e a mezzogiorno quelle liste non sono state presentate. Il tizio che doveva farlo, che ripeto non so chi sia e manco voglio saperlo, era uscito “a farsi un panino“. Un panino. Sarà stato mica il McItaly del Ministro Zaia? E così il PdL rischia di ritrovarsi senza lista sulla scheda elettorale per colpa della fame di quel tale, che invece di fare l’unica cosa che doveva fare (stare lì) è andato a mangiare. Un panino. Che poi pensateci un attimo: la Bonino sta facendo lo sciopero della fame e il PdL perde la lista per un panino. Pazzesco.

I ricorsi non so come finiranno, ma sono sicuro che se fosse capitato agli altri ci sarebbe già la raccolta firme di Repubblica, l’intervento di “costituzionalisti” per spiegare che quella lista deve tornare sulla scheda, le prese di posizione di senatori a vita, ex presidenti, popolo viola e Sabrina Ferilli. Ma poco importa, quella lista è giusto che resti fuori dalla scheda elettorale. Lo sbaglio c’è stato, ed è gravissimo: cose da principianti, anzi nemmeno. Se il PdL, il partito più grande del Paese, è in mano a questa gente allora c’è da rimanere senza parole. Tanto vale chiuderlo. Chiudiamo il PdL. Per un panino, sì.

Basta poco, che ce vo’?

venerdì, 26 febbraio 2010
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“Bisogna fare attenzione a tutte queste intercettazioni che spesso provocano danni inimmaginabili”

Lo ha detto Berlusconi? No, anche se potrebbe essere. Sono parole di Gianfranco Fini, stranamente allineato sulla stessa lunghezza d’onda del Cavaliere. Caspita, un miracolo? No, ma molto peggio. L’imprenditore Mokbel, quello del senatore Di Girolamo, parlando con un boss della ‘ndrangheta ha fatto il nome di Gianfranco Fini. Attenzione, nel merito sicuramente Fini non c’entra niente con quella gente. Ma la pubblicazione di quell’intercettazione basterebbe per fare i titoli dei giornali a caratteri cubitali  (ma Fini non è Berlusconi, quindi niente titoloni). O basterebbe per una puntata intera di Annozero (ma Fini non è Berlusconi). O basterebbe per scatenare qualche giudice ad aprire qualche indagine (ma Fini non è Berlusconi). Di sicuro è bastata, quell’intercettazione, per far scendere dal trono il Presidente della Camera e riportarlo sulla terra. Per abbandonare, per pochi istanti chiaramente, quel moralismo, quel perbenisimo e quel teatrino (che fa tanto farepassato) che ormai quotidianamente ci regala. E’ bastato poco, tutto sommato.

Galan rinunci, il Veneto alla Lega non è un delitto

martedì, 20 ottobre 2009
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bergalan

Giancarlo Galan è stato (ed è) senza dubbio un eccellente Governatore del Veneto. Non lo mette in dubbio nessuno del suo partito e pochi anche nello schieramento avverso, tanto che pezzi del Pd sarebbero pronti ad appoggiarlo in una corsa in solitaria se Berlusconi dovesse preferirgli un candidato della Lega. Ed è qui che sorge il problema, il solito problema tipicamente italiano. C’è poca propensione ad accettare di passare la mano, e per mantenere la poltrona si è disposti a tutto, perfino ad andare a braccetto con la sinistra combattuta fino ad oggi. Galan è Presidente della Regione ininterrottamente da 15 anni, non 15 giorni. Siccome non è un monarca, è legittimo che prima o poi qualcuno possa reclamare il suo posto. La Lega in Veneto vale il 30% ed è praticamente alla pari con il Pdl. Perché dovrebbe esserle preclusa ogni possibilità di ottenere la Regione? All’Udc, che valeva nettamente meno, fu regalata la Sicilia. Stesso dono al partito personale di Lombardo. E, a differenza, di Casini e del reuccio di Catania, i leghisti si sono dimostrati in questi anni (quasi) sempre fedeli alla causa.

Galan avrebbe tutte le ragioni di questo mondo per difendere il peso del partito cui appartiene, se le sue intenzioni fossero davvero queste. Invece, passa le giornate a dichiarare che comunque lui si candiderà ugualmente, fregandosene del Pdl e strizzando un occhio e mezzo all’Udc (che altrimenti verrebbe tagliata fuori da tutto) e a quegli ambienti chic del Partito Democratico increduli di poter avere un qualche ruolo di rilievo in una corsa che sarebbe già chiusa prima ancora della partenza. Dare una regione alla Lega non è un delitto, rientra nell’ordine naturale delle cose e di un’alleanza di governo. Altro discorso, ovviamente, sarebbe se oltre al Veneto il Cavalier Silvio servisse su un vassoio d’argento pure il Piemonte: questo sì che sarebbe troppo.

Realisticamente parlando, e in politica il realismo è praticamente tutto, è impensabile che Bossi rimanga a mani vuote o con una regione mignon tipo la Liguria o una già persa come l’Emilia Romagna. Andare con due candidati, riproponendo l’osceno schema delle “tre punte” già sperimentato alle politiche del 2006, sarebbe un suicidio: se il candidato padano vince, la Lega si pappa tutto, visto che la legge elettorale regionale è quello che è. Vogliamo correre questo rischio? Vogliamo un monocolore verde? Non è il caso. Un’alleanza è imprescindibile. Responsabilità significa anche saper fare un passo indietro, specie se la propria coscienza suggerisce che si è agito responsabilmente, con indubbie capacità e con successo. Se Galan accettasse di cedere il passo senza minacciare scismi o alleanze contro natura giusto per fare la variabile impazzita, ne gioverebbe non solo il rapporto con la Lega (che a quel punto poco altro potrebbe chiedere), ma anche la stessa immagine del Governatore attuale.

Dimostrerebbe lealtà, non tanto al capo, quanto al partito ancora in costruzione. Dimostrerebbe saggezza e lungimiranza, con la possibilità di raccogliere domani molto più di quello che perderebbe oggi lasciando la poltrona veneta. Ci pensi, Governatore… faccia bene i suoi conti. E poi, diciamocelo francamente: di tutti i leghisti possibili, Luca Zaia (se dovesse essere lui il candidato) non sarebbe affatto un orco impresentabile.

In risposta a FareFuturo: cari amici, il vostro è solo FarePassato

venerdì, 11 settembre 2009
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Filippo Rossi su FareFuturo, che per capirci è la fondazione di Fini, pubblica “Qualche domanda a chi ci dà dei traditori“: si tratta di una serie interminabile di retoriche domande che cercano di abozzare una difesa dell’operato politico di Gianfranco Fini. Lo strumento di difesa si rivela purtroppo sterile, le domande si rivelano vuote e completamente inefficaci. Ci sembra, tra l’altro, una brutta copia della scuola Berlusconi, quando cioè il Cavaliere si mette nei comizi a fare alcune domande stupidine al pubblico (tipo: volete voi la libertà? volete voi difendere i nostri valori?). Insomma, una palla.

Per questo rispondere a quelle domande non avrebbe senso. Anche perchè, lo ripetiamo, delle posizioni di Fini, nel concreto, qui non si contesta nulla. Ma proprio nulla, anzi. Nel merito siamo con lui. E siamo pienamente soddisfatti della svolta politica e umana di Gianfranco Fini, perchè se si passa dal dichiarare che “un gay non può fare il maestro” all’importante riconoscimento delle unioni civili, beh, questo è indubbiamente un grande passo in avanti. Di civiltà. Quindi è chiaro che anche noi “vogliamo difendere la libertà di coscienza” o “la dignità di ogni essere umano“, e siamo per la “tolleranza” e la “legalità“, siamo per una “destra europea“, siamo contro gli “yesman” e via di questo passo.

Ma c’è un però. Ed è piuttosto grande: riteniamo il metodo-Fini completamente inadatto e totalmente inaccettabile. Intanto: Gianfranco Fini scopre soltanto oggi questi “problemi” del PdL, il partito che lui stesso ha fondato con Silvio Berlusconi? E sul metodo: possibile che non ne esista un altro? L’errore più grande, a nostro avviso, è stata la decisione di voler fare il Presidente della Camera, cioè scegliere di ricoprire un ruolo istituzionale. Da uno come Fini ci si aspetta altro: vogliamo vederlo alle prese con decisioni politiche, con scelte importanti, in pratica lo vogliamo operativo. Non dietro ad una (comoda) scrivania.

Ma fatta questa scelta, a noi sembra avvilente, e un po’ patetico, un  Gianfranco Fini ridotto a captare le dichiarazioni di Silvio Berlusconi per poi dettarne la replica via telefono alle agenzie. La sensazione è quella di un Signor No, cioè di un uomo pronto a negare qualsiasi cosa dica il Cavaliere. Anche le più banali. Di un uomo che cerca lo scontro. Prendete la dichiarazione di Fini sul “killeraggio” del direttore dell’Avvenire: perfetto, ma dov’era il presidente della Camera negli ultimi mesi quando del killeraggio era vittima il premier? Perchè se Berlusconi cerca di spegnere – almeno in pubblico – l’incendio, poi arriva Fini con il suo bel carico di benzina. E tutto riparte. Onestamente questo modo di fare può far pensare. E può anche far pensare male, visto che logicamente si va verso un indebolimento politico della maggioranza.

La sensazione che si ha, per carità sbagliata, è quella di un Gianfranco Fini impegnato nel tentativo di distruggere politicamente Berlusconi. E’ questo che vuole Fini? A noi questa strategia ricorda vecchi teatrini del passato, anche recente. Quelli, per capirci, di folliniana e casiniana memoria (teatrini ai quali lo stesso Fini, per la verità, partecipò attivamente). Altro che FareFuturo, questo è solo un triste FarePassato. Il disegno politico di Follini poi col tempo è diventato chiaro, ma quello di Fini, quale è? Uscite allo scoperto, lasciate perdere i giochi, basta con questo sputtanamento collettivo, smettetela con il teatrino. Fini, inoltre, vorrebbe più democrazia interna al PdL: per carità, è sacrosanto. Ma come si chiedono qui, quale diavolo era il grado di “democrazia interna” in Alleanza Nazionale prima del suo scioglimento nel PdL? Onestamente non era questo grande esempio.

In conclusione: no, non siete traditori. E nemmeno Fini lo è. Semplicemente non è e non siete credibili, tutto qui.

Di Pietro è molto dotato (di fantasia)

lunedì, 3 agosto 2009
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Aristotele Di Pietro

Aristotele Di Pietro

Il delirio estivo di Tonino Di Pietro prosegue senza soste. Stavolta, dal suo blog scritto troppo bene per essere frutto della sua penna, si è dedicato all’antica tecnica aristotelica del sillogismo. Sembrerà troppo per il perpetuo Pm che sembra ancora in procinto di fare il tanto annunciato “girotondo attorno al Quirinale”, eppure così è. Prendete un partito, un grosso partito… Forza Italia. Tenete presente che nel 2001 questo partito fece man bassa di tutti e 61 i seggi parlamentari messi lì in palio. Sapendo ora, come urla Di Pietro, che “Forza Italia è nata su commissione di Cosa Nostra”, la conclusione è semplice: quei seggi furono presi solo perché dietro c’era la mano della mafia. E da qui parte tutta una serie di ragionamenti che solo lui dell’Italia dei Valori può fare: “senza i voti della circoscrizione Sud, il PdL non sarebbe mai andato al Governo”.

Lasciando perdere il salto temporale alla Lost che farebbe crepare d’invidia gli sceneggiatori della fortunata serie tv made in Usa (i 61 seggi furono acchiappati nel 2001, il PdL è al Governo dal 2008), appare strumentale e un po’ stupido che ora il censore di Montenero, dall’alto del suo trattore, si metta a teorizzare la fine del patto (scellerato) tra Forza Italia (che sarebbe pure morta, ditelo a Tonino) e Cosa Nostra. In pratica, secondo il blogger duce supremo dell’Idv, “gli accordi politici alla base di Forza Italia in Sicilia sono in discussione”, e il segnale d’allarme a conferma di questa suprema accusa è la monnezza. Sì, la monnezza palermitana. La spazzatura che brucia nel capoluogo siciliano sarebbe l’avvertimento a Berlusconi, ovviamente. Il Premier che avrebbe rotto il patto.

Se c’è una cosa che non manca a Di Pietro, questa è la fantasia, la capacità di trovare trame oscure (mafiose, piduiste, fasciste) dovunque. Anche rispolverando Aristotele. Un mito.

Un nuovo 25 luglio (anche se non del prossimo anno)

lunedì, 27 luglio 2009
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Certamente Silvio Berlusconi non cadrà per una vicenda come quella del D’Addario-gate. Certamente il suo attuale governo sta agendo con un ampio consenso popolare, con già notevoli successi dell’azione perlomeno di alcuni suoi ministri (Brunetta, Tremonti, Zaia, Maroni, per citarne alcuni). Certamente, aldilà delle critiche che gli vengono mosse, Berlusconi ha dimostrato e continua a dimostrare una capacità di leadership nel suo schieramento indiscussa e indiscutibile, forse insostituibile (basti pensare al problema del tenere assieme Lega, ex-AN, e tutte le anime del PDL, nascente ‘partito-del-sud’ compreso). Tuttavia occorre riconoscere alcuni elementi oggettivi: 1) Silvio Berlusconi a settembre compirà 73 anni, ed a fine mandato dell’attuale governo ne avrà 77; 2) sondaggi a parte, c’è una larga parte dei cittadini, anche tra i suoi stessi sostenitori, che mal tollera certi suoi aspetti comportamentali e personali; 3) se non ora, quando sarebbe il momento di preparare la sua – inevitabile – successione alla guida del PDL?

Scrive Giampaolo Pansa: “In questi giorni sto presentando il mio ultimo libro in diverse città del centro-nord. E ho di fronte un pubblico in gran parte moderato, dove gli elettori del Popolo delle Libertà sono numerosi. Molti di questi mi presentano in forme diverse due domande. La prima domanda è quasi obbligata: quanto tempo potrà durare Berlusconi sotto questa offensiva senza soste? La seconda, che si affaccia con una frequenza sempre maggiore, dice così: siamo sicuri che il premier faccia bene a non ritirarsi, rischiando di procurare un danno irrimediabile al suo governo, alla sua maggioranza e, in definitiva, anche a noi che lo abbiamo mandato a Palazzo Chigi?” (…) “Che cosa ne pensano big come Gianni Letta, Giulio Tremonti e Gianfranco Fini? Se la memoria non m’inganna, non hanno mai aperto bocca in difesa del premier. Ritengo che dovrebbero parlare. E soprattutto agire. Nell’unica direzione utile al paese: convincere Berlusconi a ritirarsi.” (…) “I capi del Pdl dovrebbero fare un passo in avanti e dar vita a un nuovo 25 luglio (il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo obbligò Mussolini alle dimissioni; ndnick). Anche loro debbono liberarsi di un leader andato in frantumi. Sarà soltanto un’azione di legittima difesa. Per se stessi e per i loro elettori.”

Pur dissentendo dall’opinione di Pansa sul fatto che Berlusconi sia un leader “andato in frantumi” – la mia impressione è tutt’altra: soprattutto ora è forte ed indispensabile come non mai – e dunque pure sulla necessità di un nuovo Gran Consiglio per costringerlo alle dimissioni, ritengo tuttavia giusto, anche in base alle considerazioni sottolineate prima, pensare già oggi al futuro, prepararsi, perlomeno cominciare già oggi a porsi il problema. Per non doversi poi trovare nella condizione di doverlo affrontare improvvisamente e drammaticamente.

Quest’anno il 25 luglio è già passato. Sicuramente ne passerà un altro e forse un altro ancora. Ma un 25 luglio per Silvio Berlusconi dovrà arrivare. La cosa migliore sarebbe che lo programmasse lui stesso. Per non dare all’Italia un altro 8 settembre.