
Era la rappresentazione in carne e ossa del cambiamento, della speranza, change&hope, il primo presidente nero, giovane, bello (?). Oggi, dopo un anno, non c’è stato nessun change, e la speranza ormai è un lontano ricordo. Per carità, era tutto prevedibile, ma l’euforia collettiva che ha investito il mondo dopo la vittoria di Obama è finita. Forse è rimasto un po’ cool, consoliamoci con questo.
Un conto è fare comizi, un conto è comandare. Un conto è criticare Bush, un conto è governare gli Stati Uniti. Perché poi, nei fatti, al di là degli annunci che tanto piacciono ai Zucconi italiani, la sostanza rimane ben diversa. Ed è una sostanza che è simile, molto simile, a George W Bush. Perché Guantanamo è ancora lì, aperta, ha aumentato il budget a disposizione del Pentagono, ha lo stesso ministro di Bush (come i generali, sempre loro). E gli Stati Uniti sono ancora in Iraq, esattamente come con Bush (non se ne è andato un soldato, e per fortuna: Obama non è certo un vile come Prodi o Zapatero). E in Afghanistan? Ha aumentato i soldati (il triplo). Inoltre, nel silenzio internazionale di tutti i media bombarda ogni giorno il Pakistan (con morti). Obama è in guerra, più di Bush.
Nella notte, inoltre, è arrivata la ciliegina sulla torta del primo anniversario: i democratici hanno perso il Massachusetts, storica roccaforte progressista. Ha vinto un repubblicano, Scott Brown, uno che in passato posò nudo su Cosmopolitan. E che ora rischia di ridimensionare seriamente la riforma della sanità voluta da Obama.
Buon anniversario Presidente Obama.





Come Arafat nel 1994. Barack Obama, il parolaio più cool del Mondo, è da oggi Premio Nobel per la Pace. Un Premio per “il suo straordinario impegno per rafforzare la diplomazia internazionale e la collaborazione tra i popoli”. Insomma, mentre continua a ordinare incessanti bombardamenti sul Pakistan, i parrucconi inamidati della Reale Accademia di Stoccolma decidono di assegnargli l’ambito riconoscimento. E chi se ne importa dei morti civili! Mica è Bush, lui! Lui può ammazzare indiscriminatamente, lui può decidere quarantadue bombardamenti sul Pakistan in otto mesi e mezzo, senza che nessuno dica mezza parola. Senza che nessuno apra la bocca. Niente. Niente manifestazioni di piazza, niente bandiere americane bruciate, niente polemiche. Ora che il bastardo assassino texano è sloggiato dalla Casa Bianca, il Mondo è migliore. Tutto è meravigliosamente bello. Tutti siamo felici. E così l’America è di nuovo bella e buona, i morti civili tornano ad essere ignorati, le conte che i vari paladini dei diritti umani facevano quotidianamente durante gli otto anni del bushismo, non ci sono più. Come Arafat, dicevamo. Sì, perché gli svedesi sono affascinati morbosamente da questi soggetti. Se quindici anni fa non ebbero nessuna remora a premiare il terrorista Yasser, oggi si inchinano deferenti al santone che finora ha parlato tanto e fatto poco. Si vede che a loro va bene così; si vede che amano stupire, amano attirare sui loro stagionati doppiopetti le polemiche e le ilarità.

