Articoli marcati con tag ‘obama’

Felice anniversario Presidente Obama

mercoledì, 20 gennaio 2010
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Era la rappresentazione in carne e ossa del cambiamento, della speranza, change&hope, il primo presidente nero, giovane, bello (?). Oggi, dopo un anno, non c’è stato nessun change, e la speranza ormai è un lontano ricordo. Per carità, era tutto prevedibile, ma l’euforia collettiva che ha investito il mondo dopo la vittoria di Obama è finita. Forse è rimasto un po’ cool, consoliamoci con questo.

Un conto è fare comizi, un conto è comandare. Un conto è criticare Bush, un conto è governare gli Stati Uniti. Perché poi, nei fatti, al di là degli annunci che tanto piacciono ai Zucconi italiani, la sostanza rimane ben diversa. Ed è una sostanza che è simile, molto simile, a George W Bush. Perché Guantanamo è ancora lì, aperta, ha aumentato il budget a disposizione del Pentagono, ha lo stesso ministro di Bush (come i generali, sempre loro). E gli Stati Uniti sono ancora in Iraq, esattamente come con Bush (non se ne è andato un soldato, e per fortuna: Obama non è certo un vile come Prodi o Zapatero). E in Afghanistan? Ha aumentato i soldati (il triplo). Inoltre, nel silenzio internazionale di tutti i media bombarda ogni giorno il Pakistan (con morti). Obama è in guerra, più di Bush.

Nella notte, inoltre, è arrivata la ciliegina sulla torta del primo anniversario: i democratici hanno perso il Massachusetts, storica roccaforte progressista. Ha vinto un repubblicano, Scott Brown, uno che in passato posò nudo su Cosmopolitan. E che ora rischia di ridimensionare seriamente la riforma della sanità voluta da Obama.

Buon anniversario Presidente Obama.

L’America di Obama in tilt per un paio di mutande esplosive

martedì, 5 gennaio 2010
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Prima l’uomo di Detroit che ha tentato di fare una strage con le sue mutande esplosive, ultima trovata dei produttori industriali di terrorismo islamico, poi l’uomo di Newark, che è riuscito a entrare nell’area dell’imbarco passando dal varco d’uscita del check-in (causando ritardi pari a 7 ore nei voli). Stati Uniti di nuovo nel panico, quindi. Come non lo erano da tempo. Il tutto mentre Obama, il tenditore di mani a soggetti come Khamenei e degni sodali (ottenendo in cambio la minaccia della crocifissione per chi vuole libertà), se ne stava in vacanza alle Hawaii, meditando quali teste tagliare appena sarà tornato a Washington. La lista è lunga, anche perché la cilecca dei servizi di sicurezza, colpevoli di aver soprasseduto su una segnalazione che avrebbe far drizzare tutto il drizzabile, è imperdonabile. E la risposta del pacifista Obama, fresco di commovente Nobel for Peace ad honorem, qual è? Semplice, teorizzare bombardamenti qua e là su Yemen e Somalia, tanto per cominciare. Certo, là ci sono covi di tagliagole e pirati, quindi qualche razzo caduto dal cielo potrebbe giovare alla causa.

Ottimo. Se non fosse che questa era la stessa identica strategia messa in atto da quell’assassino sanguinario di Bush. Andare a picchiare duro là dove il male cresceva e si radicava, là dove i terroristi si moltiplicavano come conigli. E’ il caso dell’Afghanistan, tanto per fare un esempio. Ma ora, invece, gli sbandieratori della Pace e gli impiccatori di manichini a stelle e strisce dormono. Salvo rare eccezioni proseguono il loro lungo letargo,perché si sa… i sogni son duri a morire… Celebrato da tutti, santificato dai media (soprattutto europei), il Presidente più cool sta guidando un Paese che ha paura (di nuovo) di salire sugli aerei, che è sempre più insicuro, e che sembra ripiombato nell’incubo della vulnerabilità. Bush, con tutti i suoi difetti, aveva eretto un muro a difesa degli States. Aveva usato il pugno di ferro contro aggressori entrati in azione o anche solo pronti al martirio e alle famose vergini che Allah avrebbe messo loro a disposizione.

Ora, nonostante inchini deferenti, strette di mano, sorrisoni a cinquanta denti e mani tese, la più grande potenza del pianeta è messa sotto scacco da un paio di mutande esplosive e da un folle che entra nell’area d’imbarco di Newark passando dal varco d’uscita. Se questo è il tanto declamato change, forse era meglio quello che c’era prima. Almeno non si bloccava un Paese per una mutanda esplosiva.

Il grande giornalismo d’America: “Babbo Natale verrà alla Casa Bianca?”

mercoledì, 23 dicembre 2009
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Regalo di Natale per daw-blog.com: da oggi un nuovo acquisto, Massimo Falcioni. Benvenuto a bordo Max!


Mettete insieme
una delle maggiori emittenti televisive della nazione, la più popolare stella del piccolo schermo  ed un Capo di Stato che, con l’intera famiglia, si racconta ed augura un buon natale al Paese. Ne otterrete uno spettacolo di successo, intitolato Christmas at the White House”.

Ma di cosa si tratta esattamente? Semplice: di un lungo speciale trasmesso in prima serata dal canale “Abc”, nel quale il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama per l’appunto, apre le porte della sua “casa” ad Oprah Winfrey, una delle donne più potenti del globo. Se poi considerate che quest’ultima è stata la più convinta ed influente sostenitrice del Presidente democratico durante la sofferta campagna elettorale con John McCain (e ancor prima con Hillary Clinton), l’anomalia è davvero completa.

Immaginatevi infatti cosa accadrebbe se il “format” venisse, “malauguratamente”, importato in Italia. Pensate ad un’importante rete televisiva, ad uno spazio in “prime time” concesso al Premier, al Presidente del Consiglio che in braccio tiene i suoi figli (a dire il vero un pò grandicelli) e per mano la sua consorte (è vero, eventualità questa, altamente improbabile). Piazzateci poi Bruno Vespa (anche se, visto il paragone con la Winfrey, i nomi di Fede o Belpietro sarebbero più idonei), autore di domande tutt’altro che scomode e il mix è completato.

Imminenti e furibonde sarebbero le reazioni. La sinistra  griderebbe al “regime”; Grillo e Di Pietro riaffollerebbero le piazze e il conduttore di “Porta a Porta” finirebbe alla gogna. Un pò come capito lo scorso settembre, quando Berlusconi scelse proprio il salotto di Vespa per celebrare il suo “miracolo abruzzese” post terremoto.

Ma torniamo alle questioni poste al Presidente Obama nel corso del faccia a faccia. «E’ cambiato il rapporto con Michelle da quando è stato eletto?», «Crede che il suo sia un matrimonio da invidiare?», «Babbo Natale verrà alla Casa Bianca. Interrogativi vitali, indispensabili, che hanno completamente oscurato altri argomenti quali il recente rifinanziamento della missione in Afghanistan, la mancata chiusura del carcere di Guantanamo (al contrario proclamata in due anni di campagna elettorale) ed il rifiuto ad aderire al Trattato contro le mine anti-uomo.

Questa è l’America di Barack, che nessun autore di libretti-for-dummies, come Travaglio, racconta, ma che tutti celebrano. A conti fatti, qualcuno è ancora convito di trovarsi in un’atipica dittatura mediatica?

Massimo Falcioni per daw-blog.com

La libertà di informazione è gravemente minacciata

mercoledì, 14 ottobre 2009
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ObamaAngryLook

Obama

“Li tratteremo come un partito d’opposizione, poiché stanno conducendo una guerra contro e non possiamo far finta di pensare che questo sia il comportamento legittimo di un organo di informazione”.

No, non è Bondi che parla dalle poltrone di Ballarò. A rilasciare questa dichiarazione che non ammette repliche è la signora Anita Dunn, responsabile della Comunicazione della Casa Bianca. L’organo di informazione messo nel mirino è la Fox di Rupert Murdoch. E così, mentre il Nobel per la Pace futura invia 13.000 uomini in Afghanistan senza annunciarlo pubblicamente, il network dello squalo viene messo all’indice come neanche i talebani più ortodossi delle montagne di Kandahar. Obama, si sa, non gradisce i continui attacchi e le parodie di Fox, tant’è che lo scorso giugno le tirò una bella stoccata: “C’è una stazione televisiva interamente dedita ad attaccare la mia Amministrazione. Se la guardate per un giorno sarà difficile che troviate una sola storia positiva su di me”, disse il marito di Michelle. Da quel giorno è partita la campagna di non legittimazione di Fox in quanto organo d’informazione”, ha fatto sapere Madame Dunn. In sostanza, guai a toccare Mr Obama, guai a criticarlo, altrimenti son cazzi amari.

Quel che sorprende è che nessuno prepara manifestazioni di piazza contro il despota che tutto vuole controllare e che non ammette rimproveri. No, sabato prossimo niente pullman di pensionati guidati come soldatini dai sindacalisti schierati, niente comizi di ex Presidenti della Corte Suprema (anche perché negli Usa non esistono ex Presidenti della Corte Suprema viventi) a parlare di rischio regime.

Obama è arrabbiato

Obama è arrabbiato

Non ci saranno neppure scrittori minacciati a teorizzare la necessità di una “serenità di stampa”. Niente di niente. Mica è Berlusconi ad aver dato della talebana a una tv!  Quello è Barack il Santo (Subito). Ciò che stupisce è che i nostri giornali, così impegnati a raccogliere firme per la libertà, così solerti nel promuovere e nell’appoggiare spedizioni flop all’Europarlamento dove l’unico risultato è rendersi ridicoli agli occhi del Mondo, tacciono o quasi.

Il diktat della Casa Bianca contro Fox lo troviamo a pagina 17, in basso, sul Corriere di ieri. Il sito di Repubblica ieri pomeriggio manco ne parlava, ovviamente. Potevamo leggere le accuse a Minzolini per aver “ospitato Belpietro e Polito contro Scalfari” (un delitto da pena di morte), il commento del Washington Post che definisce Berlusconi “una caricatura”, la raccolta di firme delle donne offese dal premier. Sugli editti obamiani, zero assoluto. Ed è strano che i campioni della libertà di guardare sotto le lenzuola altrui non dicano niente. Beh, d’altronde mica è Santoro ad essere minacciato, mica è l’Unità ad essere querelata, mica è Repubblica ad essere sputtanata per i suoi questionari da psicolabili guardoni maniaci! Obama può tutto, perché è tanto cool. La libertà di stampa va difesa solo se è la propria.  Di tutto il resto, chi se ne frega.

Obama come il terrorista Arafat, è Nobel per la pace

venerdì, 9 ottobre 2009
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Come ArafatCome Arafat nel 1994. Barack Obama, il parolaio più cool del Mondo, è da oggi Premio Nobel per la Pace. Un Premio per “il suo straordinario impegno per rafforzare la diplomazia internazionale e la collaborazione tra i popoli”. Insomma, mentre  continua a ordinare incessanti bombardamenti sul Pakistan, i parrucconi inamidati della Reale Accademia di Stoccolma decidono di assegnargli l’ambito riconoscimento. E chi se ne importa dei morti civili! Mica è Bush, lui! Lui può ammazzare indiscriminatamente, lui può decidere quarantadue bombardamenti sul Pakistan in otto mesi e mezzo, senza che nessuno dica mezza parola. Senza che nessuno apra la bocca. Niente. Niente manifestazioni di piazza, niente bandiere americane bruciate, niente polemiche. Ora che il bastardo assassino texano è sloggiato dalla Casa Bianca, il Mondo è migliore. Tutto è meravigliosamente bello. Tutti siamo felici. E così l’America è di nuovo bella e buona, i morti civili tornano ad essere ignorati, le conte che i vari paladini dei diritti umani facevano quotidianamente durante gli otto anni del bushismo, non ci sono più. Come Arafat, dicevamo. Sì, perché gli svedesi sono affascinati morbosamente da questi soggetti. Se quindici anni fa non ebbero nessuna remora a premiare il terrorista Yasser, oggi si inchinano deferenti al santone che finora ha parlato tanto e fatto poco. Si vede che a loro va bene così; si vede che amano stupire, amano attirare sui loro stagionati doppiopetti le polemiche e le ilarità.

Un premio sulla fiducia, una sorta di incoraggiamento. Il Nobel, premio che ormai fa ridere i polli, che viene assegnato a sconosciuti, a dittatori, a terroristi, a santoni. Perfino Dario Fo l’ha vinto, ed è tutto dire. Oggi è il giorno di Obama, che di certo  saprà spendere al meglio in Patria il riconoscimento che fu del re delle arachidi Jimmy Carter (come è bizzarra la storia!). Mentre gli americani si stanno sempre più accorgendo che dietro la maschera della novità non c’è nulla o quasi, la vecchia Europa degli incipriati gentiluomini scandinavi si inginocchia col capo chino a osannare Barack, il nuovo Messia. A questo punto, parte il toto-scommesse sul vincitore del Nobel alla Pace 2010. Il libico Gheddafi o il cinese Hu Jintao?. Non lo sappiamo. Quel che è certo, è che l’Accademia Reale non ci deluderà.

* grazie a jack per la segnalazione delle osannanti foto su BHO

VIDEOCOMMENTO DI CHRISTIAN ROCCA

Obama, l'incantesimo è finito

sabato, 3 ottobre 2009
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umiliato

umiliato

Legnata, tranvata, batosta. Chiamatela come volete, ma quella che si è consumata ieri a Copenahgen è probabilmente la più grossa umiliazione che Barack Obama abbia conosciuto da quando (poco) è Presidente. Nella capitale danese i parrucconi del Comitato Olimpico Internazionale erano riuniti per decidere a chi assegnare l’organizzazione dei Giochi Olimpici del 2016. Non è mistero che le favoritissime fossero Rio de Janeiro (che poi ha trionfato su Madrid) e Chicago, la città di Mr President. E così, per perorare la causa statunitense, in Danimarca è sbarcata prima Michelle, poi suo marito Barack. E’ stato lui ad aprire le danze davanti ai pavoni del Cio, a sorridere, a fare quello che gli riesce meglio: parlare leggendo da un gobbo sapientemente posizionato per far sembrare il più naturale possibile il bla bla del santone kenian-hawaiiano. E allora vai con il solito refrain che non commuove più, il battere sul romanticismo, sulla speranza, sul cambiamento, sul futuro. Tutti discorsi che con l’assegnazione di un’Olimpiade c’entrano come una pera cotta nel cappuccino al mattino. Fuffa, roba da sbadiglio. Tra lui e la moglie, che si mormora abbia fatto incazzare ben più di un delegato elettore (l’arrivo del carrozzone capitanato dall’invadente e ultimamente jellatrice Oprah Winfrey ha costretto il club dei paludati membri del Comitato a fare colazione alle sei del mattino per questioni di sicurezza), ne hanno combinate di tutti i colori. Saccenteria e supponenza. Credevano di avere la vittoria in tasca, come se bastassero tre frasi vuote per convincere chi da decenni sguazza negli intrighi e nei giochi di potere.

No, stavolta non ha incantato nessuno, il Signor Obama. Anzi, appena ascoltato il suo sermone, lo hanno cacciato a calci nel deretano. Chicago, la favorita, è arrivata ultima. Sbattuta fuori alla prima votazione, con soli 18 miseri voti su 94. Una cannonata alle certezze del Messia americano. Una clamorosa ed inaspettata disfatta. Stavolta, niente ha potuto neanche il sorriso della consorte, addobbata come neanche il Mago Otelma nei giorni di festa. Tornano a casa mogi mogi, con la testa (finalmente bassa). Forse mediterà sui suoi errori, su quante balle ha detto da un anno a questa parte. Ma, purtroppo per lui, il tempo per riflettere è scarso. In Patria, perfino i compagni di partito gli stanno complicando la vita sulla sanità, tema sul quale ha conquistato una buona fetta di voti undici mesi fa. E sulla politica estera è meglio lasciar perdere: sembra che l’ultima trovata per risolvere la questione afghana sia affidare il dossier al sempre più brillo Joe Biden, che anni fa teorizzava la spartizione dell’Iraq in tre, quattro repubbliche indipendenti.

Finora è sempre riuscito a mascherare la cronica incapacità a prendere qualsiasi decisione indossando la maschera della novità, leggendo  discorsi scritti in modo impeccabile, ribadendo in ogni intervista televisiva che lui è diverso da tutti gli altri. Ora, però, la gente inizia a svegliarsi, e si domanda cosa ci sia dietro quella maschera, quali siano le reali capacità di questo fenomeno venuto dal nulla e pompato in modo abnorme dai media d’Oltreoceano. Chissà, forse questa mazzata gli farà capire che oltre al parlar bene bisogna anche agire bene, fare qualcosa di utile e concreto. Forse da oggi inizia l’Obama-2. E sarebbe anche ora.

I guardoni di Repubblica

lunedì, 28 settembre 2009
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michelleobama

La foto del "peccato"

Eccoli i veri problemi dell’Italia per il quotidiano specialista nel perdere 500.000 lettori in un anno. Il dramma della giornata è il mancato bacio di Michelle Obama a Berlusconi. Eh già, un argomento così fondamentale, così rilevante, che l’edizione online del quotidiano diretto da Ezio Mauro ci ha dedicato un bell’articoletto in home page.  Lo scandalo è presto spiegato: “mentre la first-lady americana ha baciato sulle guance tutti i leader delle maggiori potenze mondiali, con il premier italiano si è limitata a una apparentemente riluttante stretta di mano, che le foto in realtà non dimostrano. Sarebbe questa una scelta ben precisa, secondo Repubblica e i suoi amichetti della stampa internazionale: Michelle non voleva farsi riprendere abbracciata all’uomo invischiato in uno scandalo a base di escort, la cui moglie, chiedendo il divorzio, lo ha definito come una persona “che frequenta minorenni””. Ma c’è dell’altro, perché lo sguardo minaccioso, tetro, severo, serio di Barack dava l’impressione di voler “spingere oltre” il leader italiano.

Premesso che dalle foto, da tutte le foto, non emerge nulla di questo (anzi, semmai grandi sorrisi, abbracci e strette di mano), fa davvero pensare (e pure tanto) che il quotidiano di proprietà del cittadino svizzero De Benedetti non abbia niente di meglio da proporre ai suoi lettori che queste stupidaggini da rivista da parrucchiera. Parlano tanto dei gravi problemi che stanno mandando in rovina l’Italia, della disoccupazione, del costo della vita. E poi concentrano tutte le loro forze, tutta la loro morbosa ossessione, sul modo con cui la first-lady degli Stati Uniti saluta il Presidente del Consiglio italiano. Per carità, Repubblica è in buona compagnia. A scandalizzarsi del mancato bacio è primo fra tutti il Daily Telegraph, così storicamente bigotto da non farsi scrupoli a pubblicare la celebre intercettazione telefonica dove Carlo d’Inghilterra sussurrava eccitato alla sua adorata Camilla “vorrei essere il tuo tampax”. E anche il Mirror, che ha notato un’esuberanza da eccitamento nello sguardo di Berlusconi mentre Michelle si avvicinava per salutarlo. Certo che questi guardoni, che siano inglesi o italiani, non c’hanno proprio un cazzo da fare.

Sveglia Obama, è il tempo di agire

sabato, 26 settembre 2009
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obama

Parla, parla, parla. Allarga le braccia, sorride, incanta. Ormai lo conosciamo, Mister Obama. Da consumato oratore e bravo incantatore di serpenti, riesce a rincoglionire chiunque con il suo sapiente uso delle parole. Perfino Gheddafi, che rincoglionito lo è già di suo, lo ha salutato come “raggio di luce nel buio”. Il problema, e forse di questo dovremmo iniziare a preoccuparci anche noi, è che non decide mai niente. Pensa, parla, va in tv, in tutte le tv. Robe che se lo facesse Berlusconi, quantomeno vedremmo Concita ed Ezio Mauro incatenati nudi davanti a Montecitorio per gridare alla libertà di stampa calpestata. Ma quando si tratta di decidere qualcosa di importante, Obama si eclissa. Siamo impantanati in Afghanistan? Il Generale McChrystal supplica in ginocchio l’invio di nuove truppe per evitare la sconfitta? Pazienza. A Washington D.C. si pensa, si riflette. Si dice che sul tavolo di Barack ci sia di tutto: dall’aumento di soldati, al cambiamento di strategia, fino al poco onorevole darsela a gambe. C’è un piccolo, piccolissimo particolare, però: mentre lui medita all’infinito, gli altri muoiono in quell’inferno. Non solo gli americani, che sono da anni in prima linea ad affrontare coraggiosamente i terroristi tagliatori di gole, dita, orecchie e nasi, no no. Anche i nostri muoiono per i tentennamenti del giovanotto showman dell’Illinois, tanto abile nel tendere la mano ad Ahmadinejad, quanto sciocco nel non capire che senza un suo deciso intervento laggiù si perde.

In una settimana, il contingente italiano ha registrato 6 vittime e 7 feriti, il che fa pensare che i talebani stiano risalendo a nord in seguito all’azione massiccia della Nato nel pericoloso e impervio Sud, roccaforte dei vari mullah Omar (e di Karzai…). A questo punto, basterebbe che Obama si decidesse ad ascoltare chi ne sa più di lui, chi è sul campo, chi vede quotidianamente la morte avvicinarsi. Basterebbe un gesto di umiltà. E invece vediamo tutti commossi  salutare la barzelletta della risoluzione votata all’unanimità sul disarmo nucleare (che ha lo stesso valore di una vittoria all’ultima giornata di campionato di una squadra retrocessa da 4 mesi, cioè zero assoluto). Tutti entusiasti, che bravo Obama!, è il migliore! Perfino Chavez, smaltita la sbornia da Festival del Cinema di Venezia, ha notato che all’Onu “non c’è più puzza di zolfo”. Ora tutto va bene, il Mondo è cambiato. Anzi no, perché “dobbiamo cambiare” Mr President l’ha ripetuto anche l’altro giorno all’Assemblea Generale. Non si è ben capito in cosa dobbiamo cambiare, cosa significhi quel change che ci ha frantumato palle e utero (pari opportunità rispettate). Non è il momento di porsi certi interrogativi, evidentemente.

Per ora accontentiamoci di vedere un parolaio inconcludente: dalla sanità alla politica estera, al momento si registrano solo porte sbattute in faccia. E il consenso che cala di giorno in giorno, senza accenni di sosta. E’ venuto il momento di agire, di tirare fuori le palle, di vedere cosa c’è davvero dietro la bella presenza e la capacità oratoria. Su questo terreno si deciderà la sua sorte, stretta tra trionfo epocale da tramandare nei secoli e sciagurato, colossale flop.