Articoli marcati con tag ‘napolitano’

Presidente, si ricordi come è stato eletto

venerdì, 5 marzo 2010
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“Napolitano frena il drecreto”, “No di Napolitano a Berlusconi”, “Napolitano: serve il consenso dell’opposizione”. Questi sono alcuni dei titoli dei quotidiani di oggi. Il fatto del giorno, ovvio, è il no del Presidente della Repubblica al decreto legge salva-democrazia proposto da Berlusconi dopo il ben noto caos liste.

Napolitano, quindi, vorrebbe il consenso di tutta l’opposizione, o almeno del Partito Democratico di Bersani. L’argomento è innegabilmente delicato, e in teoria Giorgio Napolitano avrebbe anche ragione. Quanto è premuroso il nostro capo dello Stato, così attento e sensibile alla democrazia. Così attento alla ricerca del più largo consenso possibile.

Eppure, scusate, ma Napolitano come è stato eletto? Se lo è dimenticato? Giorgio Napolitano è stato eletto Capo dello Stato proprio con i voti di una sola parte, e cioè la sinistra ex comunista. E se il discorso odierno di Napolitano vale per un tema delicato come le elezioni, allora vale ancora di più per l’elezione del Presidente della Repubblica: il vero garante delle regole democratiche dovrebbe essere eletto con “largo consenso”. La sua elezione, invece, è avvenuta nel più totale disprezzo delle regole democratiche, senza dialogo alcuno e con l’imposizione di un candidato unico. Se lo sono scelti e se lo sono votati. Da soli.

Quindi, Presidente, si ricordi un po’ come è stato eletto. Da chi. In che modo. E ci fermiamo qui,  ma non ci sarà anche un perché?

Napolitano in difesa di Minzolini

lunedì, 18 gennaio 2010
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«…non dimentico quel che Bettino Craxi, giunto alla guida del Partito Socialista Italiano, rappresentò come protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea. Ma non è su ciò che oggi posso e intendo tornare.»
«L’onorevole Craxi, dimessosi da segretario del PSI, fu investito da molteplici contestazioni di reato. Senza mettere in questione l’esito dei procedimenti che lo riguardarono, è un fatto che il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista era caduto con durezza senza eguali sulla sua persona».
«È stato parte di quel cammino l’esplodere della crisi del sistema dei partiti che aveva retto fino ai primi anni ‘90 lo svolgimento della dialettica politica e di governo nel quadro della Costituzione. E ne è stato parte il susseguirsi, in un drammatico biennio, di indagini giudiziarie e di processi, che condussero, tra l’altro, all’incriminazione e ad una duplice condanna definitiva in sede penale dell’onorevole Bettino Craxi, già Presidente del Consiglio dal 1983 al 1987. Fino all’epilogo, il cui ricordo è ancora motivo di turbamento, della malattia e della morte in solitudine, lontano dall’Italia, dell’ex Presidente del Consiglio, dopo che egli decise di lasciare il paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti. Si è trattato, credo di dover dire, di aspetti tragici della storia politica e istituzionale della nostra Repubblica, che impongono ricostruzioni non sommarie e unilaterali di almeno un quindicennio di vita pubblica italiana. Non può dunque venir sacrificata al solo discorso sulle responsabilità dell’onorevole Craxi sanzionate per via giudiziaria la considerazione complessiva della sua figura di leader politico, e di uomo di governo impegnato nella guida dell’Esecutivo e nella rappresentanza dell’Italia sul terreno delle relazioni internazionali. Il nostro Stato democratico non può consentirsi distorsioni e rimozioni del genere».
Giorgio Napolitano

PS: Chissà cosa diranno ora quelli che avevano criticato l’editoriale di Minzolini sul TG1.

Update:
“al centro sta la crisi dei partiti (di tutti i partiti) che devono modificare sostanza e natura del loro ruolo. Eppure non è giusto che ciò avvenga attraverso un processo sommario e violento, per cui la ruota della fortuna assegna a singoli il compito delle ‘decimazioni’”.“Un grande velo di ipocrisia (condivisa da tutti) ha coperto per lunghi anni i modi di vita dei partiti e i loro sistemi di finanziamento. C’è una cultura tutta italiana nel definire regole e leggi che si sa non potranno essere rispettate, muovendo dalla tacita intesa che insieme si definiranno solidarietà nel costruire le procedure e i comportamenti che violano queste regole”.“Mi rendo conto che spesso non è facile la distinzione tra quanti hanno accettato di adeguarsi a procedure legalmente scorrette in una logica di partito e quanti invece ne hanno fatto strumento di interessi personali. Rimane comunque la necessità di distinguere, ancora prima sul piano morale che su quello legale”.“Ma quando la parola è flebile, non resta che il gesto”.“Mi auguro solo che questo possa contribuire a una riflessione più seria e giusta, a scelte e decisioni di una democrazia matura che deve tutelarsi. Mi auguro soprattutto che possa servire a evitare che altri nelle mie stesse condizioni abbiano a patire le sofferenze morali che ho vissuto in queste settimane, a evitare processi sommari (in piazza o in televisione) che trasformano un’informazione di garanzia in una preventiva sentenza di condanna”. Dalla lettera inviata da Sergio Moroni al presidente della Camera il 2 settembre 1992 prima di suicidarsi. Chi era il presidente della camera? Un certo Giorgio Napolitano.

Napolitano si rivolge ai magistrati. A buon intenditor poche parole.

venerdì, 27 novembre 2009
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Sinceramente, non me l’aspettavo, ma evidentemente anche il Presidente della Repubblica dev’essersi accorto che la tensione istituzionale era salita a livelli insopportabili e ha deciso di richiamare le parti litiganti: politica e magistratura.

Ai primi, perciò, ha ricordato i tanti problemi che affannano il Paese e che vanno quindi affrontati col dovuto impegno, senza perdersi in chiacchiere.
Ai secondi, invece, Napolitano ha riservato una stoccata violentissima.

Quanti appartengono alla istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione, si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione“.

Più chiaro di così, si muore.
La magistratura ha colmato la misura e ha fatto un po’ la fine dei musicanti di Brema: andati per suonarle, finirono suonati.
La smettano, le toghe, di sentirsi “Potere” quando la Costituzione li ha fatti “Ordine” dello Stato!
Gli sconfinamenti di campo hanno, evidentemente, ecceduto ogni limite.
L’ultimo, proprio ieri, quando un Consigliere del CSM si è permesso di parlare a nome dell’Organo di Autogoverno dei magistrati, chiedendo addirittura che, nell’ambito di una pratica a tutela delle toghe di Milano e Palermo, fossero “acquisite le dichiarazioni rese dal Premier” durante la direzione del partito e poi riportate, non si capisce neanche quanto fedelmente, da stampa e tivù.

Un’idea che non dev’essere piaciuta a Napolitano, che deve avervi visto l’ennesimo tentativo di una parte di magistratura di dotarsi di competenze che assolutamente non le spettano e, peggio ancora, che violano l’equilibrio istutuzionale garantito dalla Costituzione.

Tant’è che lo stesso Presidente, sentendo puzza di golpe giudiziario (ma questa è una mia interpretazione…) e relativo ribaltone parlamentare, ha messo in chiaro un altro paio di cosette:

Nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare“.

Intesi?
Si mettano l’animo in pace e la smettano di tirare inutili spallate al Governo!

Non pago, Napolitano rincara la dose e dà il colpo di grazia:

Spetta al Parlamento esaminare, in un clima più costruttivo, misure di riforma volte a definire corretti equilibri tra politica e giustizia“.

Insomma: ai magistrati spetta applicare la legge. E non polemizzare col legislatore. Perchè non è quella la funzione a cui sono preposti.
Tutto chiaro?

Speriamo…
A buon intenditor, poche parole…

Di Pietro contro tutti: anche Donadi

venerdì, 24 luglio 2009
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Di Pietro balla con la Yespica....

Di Pietro balla con la Yespica....

Come scrive Carlo Panella sul suo blog, “è evidente a tutti la logica che sta dietro ai caroselli tentati da Di Pietro davanti al Quirinale a alle sue parole sprezzanti verso Napolitano: continuare con la logica di Mani Pulite, destabilizzare tutte le istituzioni e imporre un’ipoteca populista e forcaiola sulla vita politica del paese. Il Quirinale, si sa, è l’unica istituzione che -nonostante Oscar Luigi Scalfaro- è uscita indenne nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. Ma ora Di Pietro ne fa oggetto di lazzi e provocazioni, sulla base della sua abituale sgrammaticata lettura istituzionale (la non firma delle leggi di berlusconi da lui pretesa è improponibile) e il suo gesto ormai è irreparabile“.

Talmente irreparabile da aver costretto finalmente anche il PD ad un netto smarcamento nei suoi confronti. Basta citare le parole di Massimo D’Alema: «Da membro dell’opposizione, trovo sinceramente che indirizzare l’attacco, in modo pretestuoso e anche volgare, contro il capo dello Stato, è semplicemente un modo per aiutare il governo e il presidente del Consiglio a sollevarsi dalle proprie responsabilità». L’onorevole Di Pietro la smetta». D’Alema ha anche sottolineato come anche tra i dipietristi «cominci a sorgere qualche dubbio e qualche riserva sulla condotta» del loro leader.

In effetti l’onorevole Massimo Donadi, capogruppo dell’Idv alla camera, pare piuttosto esplicito al riguardo nella sua intervista rilasciata al Riformista:

“Non possiamo certo rimanere inermi di fronte all’offensiva di Berlusconi. Ma Di Pietro non deve portare avanti lo scontro frontale con Napolitano. Così rischiamo di fare il gioco del premier”. “L’idea della manifestazione non mi ha convinto. La tentazione anche legittima di forzare la mano di Napolitano rischia di portarci al risultato opposto.”riconosco che il compito del presidente della Repubblica deve essere per definizione improntato al massimo equilibrio. Aggiungo che, soprattutto in questo momento, con una maggioranza così allineata al suo capo, il ruolo di Napolitano è ancora più delicato. È Berlusconi che ha tutto l’interesse a portare i rapporti con il Colle sul filo del rasoio”. “Così facendo, rischiamo di “costringere” il capo dello Stato ad essere ancora più prudente. Mi creda, l’Italia dei valori riconosce la grande valenza istituzionale della lettera che Napolitano ha accompagnato alla «promulgazione piena» della legge sulla sicurezza. Pensi che il suo contenuto è diventato una nostra mozione. Più che altro guardate come ha reagito la maggioranza: Maroni s’è limitato a dire che farà qualcosa quando sarà l’ora di scrivere i regolamenti attuativi…”. “Certo, nel suo intervento dell’altro giorno il capo dello Stato è stato molto esplicito (il riferimento al “vano rotear di scimitarra” del “feroce Saladino“, ndnick). Ma sono convinto che il presidente della Repubblica non avesse la benché minima intenzione di offendere Di Pietro. Napolitano è un galantuomo. Ripeto: forse il Quirinale sta seguendo la linea del tatticismo esasperato. Ma la logica dello scontro frontale finirà per portarlo nella direzione opposta rispetto a quella che vogliamo. Con l’aggravante che l’unico ad avvantaggiarsi rischia di essere, alla fine, Silvio Berlusconi”.

Di Pietro-Saladino è riuscito a mettere d’accordo tutti. Era ora.

Speciale G8 – Obama: "Napolitano vero leader morale?" Mai detto

giovedì, 9 luglio 2009
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Barak e Giorgio

Barak e Giorgio

“Napolitano vero leader morale dell’Italia”: così sembrava aver detto il presidente Obama a proposito del Capo dello Stato Napolitano. Manuale DipartimentoAQUILA.inddPer tutta la giornata di ieri, i vari Repubblica e Unità hanno sottolineato questa dichiarazione del presidente americano, in una sorta di lettura in chiave antiberlusconiana: insomma, il leader morale dell’Italia è Napolitano, mica Berlusconi. I titoloni ad effetto, ovviamente, si sprecavano. Per non parlare delle deliranti dichiarazioni di qualche politico comunista che, incredibile, era arrivato a parlare di schiaffo di Obama al Cavaliere. Ancora oggi, in questo momento, l’edizione online del quotidiano di Concita2000 titola così:

napolitanomorale

In realtà Obama non ha mai detto quelle parole. Mai. Basta controllare sul sito ufficiale del Quirinale (c’è anche il video). Si è trattata, diciamo così, di una licenza del traduttore, subito presa per buona da quei grandi giornalisti e serissimi professionisti che, prima di verificare una notizia, pensano al titolone ad effetto contro la loro ossessione: Berlusconi.

Napolitano? E chi se ne frega

martedì, 30 giugno 2009
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Giorgio Napolitano

Giorgio Napolitano

Dopo il cazziatone presidenziale, a Repubblica serpeggia la delusione. Toni bassi, sguardi cupi, tristezza. Eh già, mai e poi mai avrebbero pensato che Napolitano, il primo comunista a diventare Presidente della Repubblica, potesse dire basta. Mesi e mesi di gossip, di domande, di appostamenti da veri guardoni professionisti vengono bloccati dalla massima carica dello Stato. Fa un certo effetto, infatti, leggere l’editoriale formato mignon che campeggia oggi sul quotidiano fondato dalla “principale barba dello schieramento avverso”, come è solito dire quel vecchio volpone di Cossiga. Niente paginate, niente sermoni scalfariani, niente interventi del direttore supremo. Nulla di tutto ciò, bensì un trafiletto di 248 parole scritto dal vice, Massimo Giannini. Un pezzo da equilibrismo di professione, che tenta di salvare il salvabile, con un colpo al cerchio e uno alla botte. Si scrive che no, Napolitano non ha mai voluto stoppare le “inchieste” (diciamo così, va, per essere buoni) di Repubblica, perché non si tratta di cazzate, ma di “fatti”. Già, i fatti. E Giannini prontamente li elenca:

“Ciò che avviene di notte a Villa Certosa o a Palazzo Grazioli, dove transitano veline, escort e ospiti sbagliati. Ciò che accade di giorno alla procura di Bari, dove si indaga su tangenti, droga, prostituzione. Ciò che succede di sera nell’abitazione di qualche irresponsabile giudice costituzionale, che pur dovendosi pronunciare sul Lodo Alfano riceve a cena il premier e il suo Guardasigilli”.

Questi sono i fatti, almeno dalle parti di Repubblica. Oddio, sapere cosa accade di notte a Villa Certosa sarà stato un “fatto” rilevante per Pacciani &co., ma non crediamo che agli italiani, che forse hanno problemi ben maggiori di sapere quante docce ghiacciate Berlusconi si è fatto insieme a Patrizia D’Addario (si legga l’autorevole Sunday Times), bramino dalla voglia morbosa di spiare nella camera da letto del Premier. In sostanza, quelli di Repubblica, che ormai si sentono paladini di una libertà messa in pericolo (non si sa bene da chi, né da che cosa) respingono il logico e saggio monito di Napolitano, perché “dove esistono i fatti c’è il giornalismo, che non può e non deve mai conoscere tregua”.

Complimenti, a  pochi giorni dal G8, con tutti gli occhi del Mondo rivolti all’Italia, l’odio per Berlusconi prevale su tutto, compresi i caldi inviti del Quirinale a preservare quel poco di immagine internazionale che ci rimane. Niente da fare, il tiranno va abbattuto, e tutto il globo deve saperlo. Complimenti vivissimi.

Cazziatoni presidenziali

lunedì, 29 giugno 2009
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Il Capo dello Stato

Il Capo dello Stato

Riguardo alla martellante campagna mediatica orchestrata da Repubblica, il Capo dello Stato ha invitato ad una tregua, almeno in occasione dell’imminente G8. Questo è, nei fatti, l’unico risultato raggiunto da Repubblica: il cazziatone di Napolitano. Unico risultato, perchè la popolarità e il gradimento di Berlusconi sono sempre agli stessi livelli.

Usando il metodo Repubblica, oggi bisognerebbe scrivere a caratteri cubitali che il Capo dello Stato si è schierato, con il linguaggio diplomatico consentito al Colle, contro la campagna mediatica di Repubblica. Si è messo, per dirla con lo stile dell’Unità, a difendere Berlusconi. Poi, il giorno dopo, qualche nostro giornale amico della stampa estera, del quale per pura casualità siamo anche azionisti, riprenderà la nostra notizia. E noi, il giorno seguente, riprenderemo quel giornale. Così funziona. Così si fa.

Meno prediche, più severità, migliore integrazione

venerdì, 15 maggio 2009
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giorgio napolitano

Giorgio Napolitano

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha deciso di lanciare un forte monito contro la crescente xenofobia ed intolleranza nel nostro paese, in particolare nei confronti degli immigrati, anche con riferimento polemico al DL sulla sicurezza votato in questi giorni.

L’atteggiamento dell’Italia nei confronti dell’immigrazione, fino ad adesso, si è caratterizzato per una accettazione passiva del fenomeno, in nome di un malinteso solidarismo: li abbiamo prelevati anche in acque internazionali, soccorsi, fatti sbarcare, e ci siamo impegnati nel complicato lavoro di cercare di capire chi fossero e da dove venissero, per accertare eventuali diritti d’asilo in base alla convenzione di Ginevra. Dopodiché, non riuscendoci nei limitati tempi consentiti per trattenerli, li abbiamo lasciati andare. Col risultato di avere un altissimo numero di immigrati irregolari, lasciati a sé stessi, in condizioni spesso miserrime, esposti al lavoro nero se non ad alimentare la malavita e la microcriminalità. A discapito anche degli stessi immigrati regolari, confusi nell’ondata di reazione della popolazione nei confronti di questa situazione non governata. Insomma, un vero disastro, sia per il paese che per gli immigrati tutti (regolari ed irregolari).

Si dice: ma gli immigrati, oltre ad avere una legittima aspirazione a cercare un posto dove vivere in condizioni migliori, sono necessari come mano d’opera per le nostre stesse aziende. Dunque non solo è giusto umanitaristicamente, non solo è inevitabile, ma è utile accogliere gli immigrati. Vero, ma proprio per consentire una giusta accoglienza ed una integrazione civile degli immigrati, è necessario regolarne il flusso e contrastare severamente l’immigrazione irregolare.

Scrive Giacalone: L’Australia ha una legislazione durissima, contro i clandestini, ma un lavoratore, regolare, ogni quattro è immigrato. Gli Stati Uniti sono assai severi, al confine con il Messico hanno tirato su un muro, ed hanno un lavoratore immigrato ogni sei. La Gran Bretagna considera reato l’ingresso irregolare, ma ha un lavoratore immigrato ogni nove. Da noi ti danno del razzista se ti permetti di dire che la legge devono rispettarla tutti, i bianchi, ma anche i gialli ed i neri, s’impressionano se sosteniamo che non possiamo accogliere tutti, s’illuminano di pretesa xenofobia se poni il problema, ma poi c’è solo un lavoratore immigrato ogni quindici. Ecco la formula: più chiarezza e severità portano più lavoratori regolari, mentre più lassismo e sanatorie portano più lavoratori in nero.

Accettare tutti gli immigrati senza distinzione, paradossalmente, determina in concreto l’impossibilità, per le limitate disponibilità di assistenza e di lavoro del nostro paese, di assicurare le minime condizioni di sopravvivenza nel nostro paese degli immigrati, con contraccolpi negativi anche nei confronti della fascia bassa della popolazione locale, che inevitabilmente si trova in competizione (per l’assistenza, i servizi e le possibilità di lavoro) con gli immigrati. Ma c’è un ulteriore aspetto negativo della mancata severità e criterio nella regolazione del flusso immigratorio: la sua mancata selezione. Fare arrivare chiunque e senza discriminare il singolo immigrato ha determinato una situazione che, di fatto, ha fatto prevalere nel nostro paese una immigrazione di basso livello, dei più poveri e meno preparati, pregidicando l’immigrazione di qualità, cioè di professionisti e tecnici specializzati. Con il doppio risultato negativo di creare una eccessiva concorrenza tra poveri (nostrani ed immigrati) ed una mancato apporto di professionalità e di nuova linfa vitale capaci di stimolare un reale progresso del nostro paese.

Scrive ancora Giacalone: Quando, invece, arriva in Italia un ingegnere informatico indiano, da prendere all’università, gli rendiamo la vita impossibile, lo riempiamo di incombenze burocratiche e gli neghiamo il congiungimento con la famiglia. Non lo buttiamo fuori noi, se ne va lui. In questo modo facciamo scappare uno che avrebbe potuto far concorrenza ai privilegiati, preferendo lasciare in cattedra i raccomandati. Poi prendiamo un medico filippino, ne sfruttiamo la disperazione e gli facciamo fare le pulizie, da clandestino o semi-regolare, in concorrenza con i poveri.

Per tutte queste ragioni, più che prediche contro la xenofobia, l’intolleranza ed il razzismo, sarebbe più opportuno e necessario creare le condizioni perché queste non possano svilupparsi: facendo una seria politica di controllo e di regolazione dell’immigrazione nel nostro paese.