
la speranza
Ci sono voluti 6 giorni e un voto bipartisan del la Camera dei Rappresentanti in solidarietà alle manifestazioni di protesta (finito 405 a 1) per far capire alla Casa Bianca che forse qualcosa su quello che sta accadendo in Iran andava detto. In effetti, la cosa più sconvolgente di questi giorni è stato il silenzio (mai come stavolta assordante) di Barack Obama, l’uomo che per mesi e mesi ha fatto dell’ hope&change la propria missione. Zero, nulla di nulla. Dopo l’uscita allo scoperto della Camera statunitense, Mr President ha fatto dire qualcosa al proprio portavoce Robert Gibbs. Niente di che, anche se di questi tempi è già molto: “Le imponenti manifestazioni di protesta sono qualcosa di straordinario e di coraggioso che anche solo una settimana fa non ci si sarebbe potuto attendere”. Il problema è che, come spesso accade alla novizia amministrazione democratica, si aggiungono troppi se e tanti però: “Rassicuriamo Teheran che il clima post-elettorale non ostacolerà i tentativi di negoziare con l’Iran sul nucleare”.
Solo ieri, dopo la ribellione di massa alla sporca e vigliacca minaccia della Guida Suprema, e di fronte a decine di vittime, da Washington arriva qualche parola in più: “Rivolgiamo un appello al governo iraniano di fermare tutte le azioni ingiuste e violente contro il suo proprio popolo”. Ecco, l’immagine dell’indecisionismo, di una debolezza che non è lecito attendersi da chi può godere di un amplissima maggioranza nel Congresso e di uno straordinario seguito tra i popoli del globo terracqueo. Nemmeno una frase, una parola, una virgola a commento del sermone del venerdì del solito Ali Khamenei, tiranno che mantiene il potere con la forza della minaccia, continua e violenta. “Basta con le manifestazioni di piazza. I manifestanti non possono pensare di imporre il loro volere alle autorità dello Stato. L’esito delle urne corrisponde alla volontà del popolo; non ci sono state irregolarità: come è possibile truccare undici milioni di voti?”. Ciò che tutti dovrebbero augurarsi, per il bene comune, è che al più presto gli Stati Uniti tornino ad essere il faro di civilità che sono stati per decenni.

un troppo silenzioso Obama
Il cambiamento è sempre possibile, ce l’ha insegnato anche l’attuale Presidente. Ora è venuto il momento di mettere in pratica quello slogan tanto utilizzato in campagna elettorale. Lo si deve ai milioni di giovani iraniani scesi in piazza, sfidando tutto e tutti, mettendo a rischio la propria vita pur di riguadagnare la libertà, il diritto a contare qualcosa. Gente che sfida qualcosa di gigantesco, di subdolo, con l’unico obiettivo di riguadagnare una dignità negata dalla ancestrale teocrazia degli ayatollah. Gli Stati Uniti non possono girarsi dall’altra parte. Ventidue anni fa, il 12 giugno, uno dei predecessori di Barack Obama parlò in una piazza dell’allora divisa Europa. Parlò direttamente al cuore dei popoli sottomessi, fece capire che l’America libera e democratica era al loro fianco. Diede speranza, li convinse che la svolta era possibile . Disse poche parole, ma chiare: “Mr Gorbachev, open this gate. Mr Gorbachev, tear down this wall”. Quella piazza era la Porta di Brandeburgo. Quel Presidente era Ronald Reagan.
Ecco, Presidente Obama, prenda esempio, con umiltà. Abbracci i giovani iraniani, decisi a cambiare, finalmente, il proprio destino.