Articoli marcati con tag ‘libertà’

La Cuba “più diversa e più libera” amata da Gianni Minà…

domenica, 8 novembre 2009
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Dite a Gianni Minà, colui che si è autodefinito “l’artista che ha affermato la televisione e il suo linguaggio”, che la bloggera che tanto detesta, quella che ha la colpa di non vedere e di non raccontare al Mondo diffidente “le conquiste sociali che rendono Cuba diversa, più libera”, è stata brutalmente sequestrata e picchiata da agenti della Sicurezza dello Stato.  “Mi hanno tolto i vestiti, mi hanno messo le gambe verso l’alto e la testa in giù per caricarmi in macchina”, ha raccontato Yoani Sanchez, curatrice del blog Generacion Y. “Con un ginocchio mi facevano forza contro il petto e io gli stringevo i testicoli. Poi mi hanno picchiato in testa.

Gli energumeni del civilissimo e democraticissimo governo dei fratelli Castro le avrebbero anche detto “fino a qui sei arrivata. Non farai più niente”. Insomma, un avvertimento molto chiaro in perfetto stile mafioso. Ma siamo sicuri che anche stavolta il prode amico dei dittatori ribadirà che si tratta di squallide mistificazioni, di episodi riconducibili a quellosforzo palese per controbattere il vento di simpatia nei riguardi di Cuba che spira nel continente latinoamericano e anche nella parte progressista degli Stati Uniti”. Ne siamo certi.

E ora aboliamo subito la par condicio

venerdì, 9 ottobre 2009
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Berlusconi dice di essere carico. Ce lo dimostri subito abolendo una delle leggi più assurde di questo Paese: la par condicio. Non piace (quasi) a nessuno, tutti dicono che non funziona, ha un sacco di problemi. Del Lodo Alfano hanno detto (mentendo) che è un caso unico in Europa e nell’Universo, ma lo è a anche la par condicio. Quindi eliminiamola. Cancelliamola in un solo colpo. E’ il vero editto bulgaro, il vero bavaglio messo dalla sinistra all’informazione. E’ la legge ad personam per eccellenza: sì, la legge ad personam della sinistra contro Silvio Berlusconi.

Se ci pensate, è una legge che realmente limita la libertà di informazione, altro che par condicio. E’ roda di dieci anni fa, c’era Mancino, c’erano ancora i Verdi, c’era il Ppi. Il presidente del consiglio di allora era Massimo D’Alema, che arrivò a Palazzo Chigi senza passare dalle urne (una abitudine la loro). E’ una legge comunista, che impone addirittura ad un conduttore televisivo di tenere un sorriso costante per tutta la durata della trasmissione. E’ figlia di una mentalità e di paure d’altri tempi. Via, coraggio, aboliamola.

L'Italia distorta

sabato, 3 ottobre 2009
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«È dai tempi di Mussolini che un governo italiano non interferiva sui media in maniera così eclatante e preoccupante».

È il giudizio espresso in un articolo («La museruola agli informatori») dell’Economist sullo stato dell’informazione in Italia sotto il governo di Silvio Berlusconi. L’articolo del settimanale britannico prende spunto dalla manifestazione per la libertà di stampa che si terrà oggi sabato 3 ottobre per osservare che i giornalisti e tutti gli italiani «hanno ottime ragioni per essere preoccupati» e dunque «per protestare». L’Economist ricorda le richieste di danni avanzate dal premier nei confronti dei quotidiani la Repubblica e l’Unità (quest’ultima, scrive, «potrebbe chiudere» se dovesse risarcire Berlusconi con i 2 milioni di euro che le sono stati richiesti); la presenza di numerosi media direttamente o indirettamente riconducibili al presidente del Consiglio; e «l’assalto senza precedenti lanciato alla Rai», con riferimento alla trasmissione “Annozero”, dove è stato concesso spazio ad «una donna (Patrizia D’Addario) che sostiene di essere stata pagata per trascorrere una notte con il primo ministro».

L’articolo dell’Economist cita anche l’ultimo rapporto sulla libertà d’informazione della Freedom House che declassa l’Italia al 73/esimo posto su 195 Paesi analizzati: uno Stato solo «parzialmente libero», appena un gradino sopra la Bulgaria. «Almeno sotto questo punto di vista – è l’analisi del settimanale - l’Italia di Silvio Berlusconi si sta allontanando dall’Europa occidentale per somigliare alle più deboli democrazie dell’Est».

Ma può questa essere seriamente ritenuta un’analisi corretta del nostro paese?

l’Italia è un paese paragonabile alla Bulgaria, in quanto a indipendenza dei media, o è una democrazia casinara e chiacchierona quante altre mai? Il regime sta imbavagliando i giornalisti – «muzzling», come dice il titolo dell’Economist – oppure i giornalisti non parlano d’altro che del regime e dei suoi vizi?” - scrive Antonio Polito sul Riformista - “Spiegare a un marziano (che sbarcasse nel nostro paese;ndnick) come stanno veramente le cose è difficile. E, a quanto pare, stavolta è difficile spiegarle anche all’Economist, caduto in uno dei suoi rari strafalcioni da superficialità. Quando scrive che mai l’Italia aveva vissuto tanta ingerenza sui media da parte del regime berlusconiano, il settimanale deve aver infatti dimenticato (oltre al fatto che il primato delle querele ai giornalisti non appartiene certo all’attuale governo, come dimostra, dati alla mano, un interessante articolo di Franco Bechis su Libero; ndnick) quarant’anni di regime democristiano. Ci sono stati tempi – cari colleghi londinesi – in cui in Italia c’era un solo canale e tutto dc, si licenziavano Dario Fo e Franca Rame in tronco da Canzonissima perché si erano permessi una blanda ironia sul governo, tutti i giornali erano filo-governativi, l’opposizione comunista era censurata sistematicamente, ed esisteva letteralmente un solo giornale che si poteva permettere di criticare il governo (si chiamava l’Unità, e io me lo ricordo bene, perché è lì che negli anni 70 ho cominciato a fare il giornalista). Il grado di libertà di informazione che si respira oggi in Italia è incommensurabile con quella lunga epoca – che proprio Berlinguer definì «una cappa di piombo» che gravava sul paese. E un settimanale come l’Economist non può avere amnesie storiche di queste proporzioni”.

(…) “È poi vero che la qualità dell’informazione televisiva non si giudica solo dai tg, e che nei programmi pomeridiani sia di Rai sia di Mediaset si assiste a un festival di demagogia sguaiata e brutale, si incita al razzismo, si celebra la fatuità, si educano intere generazioni allo spirito acritico e debosciato tipico dei regimi, contribuendo a fare della nostra democrazia sempre più una democrazia senza cittadini (anche se su questi programmi nessuno protesta, purché Annozero vada in onda).

Ed è infine vero che Silvio Berlusconi passa un numero sconsiderato di ore a studiare sconsiderate azioni contro la libertà di informazione, per ottenerne in genere solo l’effetto opposto, la santificazione dei suoi torturatori. Sia citando per danni i giornali che si occupano della sua vita sessuale, sia mandando avanti il governo a impicciarsi di programmi Rai quando essi sono già sotto la sua vigilanza (visto che in parlamento ha la maggioranza), sia blaterando contro i giornalisti a lui sgraditi ogni volta che si trova in Bulgaria o nei dintorni.

La sua vera e propria ossessione per i media – non per niente è un tycoon che si è fatto fondando una tv – lo rende dunque il bersaglio perfetto dell’opposizione, e trae in inganno perfino rigorosissimi giornali come l’Economist. Non è escluso che Silvio Berlusconi, se potesse, sarebbe un dittatore. Ma l’Italia è un paese troppo grande e troppo libero perché egli possa essere molto di più che un dittatore da operetta. Prova ne sia, cari colleghi dell’Economist, che in quindici anni ha perso due elezioni su tre, e in entrambi i casi controllava la Rai proprio come ora.

I giornalisti italiani che scenderanno domani (oggi; ndnick) in piazza per dar ragione all’Economist non sono in effetti molto liberi, ma lo sono un po’ di più di quel collega della Bbc che fu licenziato dopo un processo perché aveva accusato Tony Blair di mentire sull’Iraq (da noi, un giudice ha invece reintegrato Santoro in Rai). E io, giornalista che in piazza non andrà, se permettete mi sento un po’ offeso se da Londra mi danno dell’imbavagliato. Se lo fossi mi licenzierei, non chiederei aiuto alla Fnsi per farmi rinnovare il contratto, come ha fatto Travaglio”.

Teheran, 2009: Yes, they can

domenica, 21 giugno 2009
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la speranza

la speranza

Ci sono voluti 6 giorni e un voto bipartisan del la Camera dei Rappresentanti in solidarietà alle manifestazioni di protesta  (finito 405 a 1) per far capire alla Casa Bianca che forse qualcosa su quello che sta accadendo in Iran andava detto. In effetti, la cosa più sconvolgente di questi giorni è stato il silenzio (mai come stavolta assordante) di Barack Obama,  l’uomo che per mesi e mesi ha fatto dell’ hope&change la propria missione. Zero, nulla di nulla. Dopo l’uscita allo scoperto della Camera statunitense, Mr President ha fatto dire qualcosa al proprio portavoce Robert Gibbs. Niente di che, anche se di questi tempi è già molto: “Le imponenti manifestazioni di protesta sono qualcosa di straordinario e di coraggioso che anche solo una settimana fa non ci si sarebbe potuto attendere”. Il problema è che, come spesso accade alla novizia amministrazione democratica, si aggiungono troppi se e tanti però: “Rassicuriamo Teheran che il clima post-elettorale non ostacolerà i tentativi di negoziare con l’Iran sul nucleare”.

Solo ieri, dopo la ribellione di massa alla sporca e vigliacca minaccia della Guida Suprema, e di fronte a decine di vittime, da Washington arriva qualche parola in più: “Rivolgiamo un appello al governo iraniano di fermare tutte le azioni ingiuste e violente contro il suo proprio popolo”. Ecco, l’immagine dell’indecisionismo, di una debolezza che non è lecito attendersi da chi può godere di un amplissima maggioranza nel Congresso e di uno straordinario seguito tra i popoli del globo terracqueo. Nemmeno una frase, una parola, una virgola a commento del sermone del venerdì del solito Ali Khamenei, tiranno che mantiene il potere con la forza della minaccia, continua e violenta. “Basta con le manifestazioni di piazza. I manifestanti non possono pensare di imporre il loro volere alle autorità dello Stato. L’esito delle urne corrisponde alla volontà del popolo; non ci sono state irregolarità: come è possibile truccare undici milioni di voti?”. Ciò che tutti dovrebbero augurarsi, per il bene comune, è che al più presto gli Stati Uniti tornino ad essere il faro di civilità che sono stati per decenni.

un troppo silenzioso Obama

un troppo silenzioso Obama

Il cambiamento è sempre possibile, ce l’ha insegnato anche l’attuale Presidente. Ora è venuto il momento di mettere in pratica quello slogan tanto utilizzato in campagna elettorale. Lo si deve ai milioni di giovani iraniani scesi in piazza, sfidando tutto e tutti, mettendo a rischio la propria vita pur di riguadagnare la libertà, il diritto a contare qualcosa. Gente che sfida qualcosa di gigantesco, di subdolo, con l’unico obiettivo di riguadagnare una dignità negata dalla ancestrale teocrazia degli ayatollah. Gli Stati Uniti non possono girarsi dall’altra parte. Ventidue anni fa, il 12 giugno, uno dei predecessori di Barack Obama parlò in una piazza dell’allora divisa Europa. Parlò direttamente al cuore dei popoli sottomessi, fece capire che l’America libera e democratica era al loro fianco. Diede speranza, li convinse che la svolta era possibile . Disse poche parole, ma chiare: “Mr Gorbachev, open this gate. Mr Gorbachev, tear down this wall”. Quella piazza era la Porta di Brandeburgo. Quel Presidente era Ronald Reagan.

Ecco, Presidente Obama, prenda esempio, con umiltà. Abbracci i giovani iraniani, decisi a cambiare, finalmente, il proprio destino.