Articoli marcati con tag ‘italia’

Ma questo vi sembra un Paese normale?

martedì, 16 febbraio 2010
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Senza fare nomi, senza giurare sulla onestà di Tizio o di Caio, e tralasciando un attimo i soliti beceri discorsi da tifosi della politica, ma a voi sembra normale tutto questo? A voi sembra normale che, tanto per dire, un magistrato indaghi per anni su un politico della squadra bianca e finita l’indagine, puntualmente, si candidi per la squadra dei blu? E tutto nella più assoluta tranquillità?

Vi sembra normale che, ad esempio, una massaggiatrice passi per puttana a mezzo stampa?

Basta vedere il proprio nome in qualche intercettazione e subito si passa per dei corrotti. Accuse infamanti solo per una citazione. Basta trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato e sei rovinato. Come le segnalazioni per un “lavoro”, una pratica che tutti, dico tutti, hanno sempre fatto. E non solo i politici. Tutti. Io ti segnalo il mio amico, è bravo, fidati. Funziona così. Ma basta poco e sei un infame corrotto.

E che dire dei preservativi? La ricerca del profilattico sbattuta in prima pagina, profilattici che non si trovano e che, quindi, cosa dimostrerebbero? E una foto scattata fuori da un centro massaggi? In automatico sei andato a fare sesso. Perché così funziona. Questa è la prassi.

Ma che razza di Paese è questo? Non è un Paese normale.

C’è qualcosa di grande tra di noi

sabato, 5 dicembre 2009
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Alla fine, gli unici (o quasi) che dicono sì a Mister Obama siamo noi. Il Governo Berlusconi, infatti, si è dimostrato subito disponibile a rinforzare il proprio contingente in Afghanistan, andando incontro alle richieste americane e rispondendo presente alla supplica della NATO, che non sa che pesci pigliare per tirarsi fuori da quel pantano. La tanto dileggiata Italia, quella che conta meno di zero, quella su cui tutti si divertono a sparare letame, ha ricevuto pubblici apprezzamenti da parte della Casa Bianca. “Lasciatemi ringraziare il Governo e il popolo italiano. L’Italia è stato un alleato di ferro per tanti anni in Afghanistan e con questa decisione ha assunto un ruolo guida, ha detto Hillary Clinton. Dichiarazioni di facciata e scontate? E’ possibile. Sta di fatto che il Segretario di Stato americano ha ringraziato e lodato pubblicamente l’Italia, e non Francia e Germania, che codardamente si sono tirate indietro, mostrando ancora una volta come sia facile fare i grandi con i discorsi e gli inutili vertici, mentre quando c’è da andare in prima linea, ci si tira indietro come conigli.

Certo, i soliti menagrami rifondaroli accuseranno Berlusconi di essere un assassino con le mani sporche di sangue, di mandare al massacro giovani ragazzi pieni di aspettative per il futuro. Insomma, il consueto  indecente blaterare di chi non ha mai alzato il culo dalle proprie comode poltrone di pelle, salvo (magari) per andare a manifestare contro qualcosa o qualcuno nella piazza sottocasa. In questa prima guerra del nuovo millennio, una guerra per la libertà e la civiltà che dovrebbe trovare tutti concordi, il nostro Paese è in prima fila.

Dovremmo esserne orgogliosi, dovremmo essere uniti. Invece, ne siamo certi, tra qualche giorno inizierà la nota tiritera di coloro che sono abituati a sputare nel piatto in cui mangiano, avvezzi a dire sempre e solo che facciamo schifo e siamo l’essenza del ridicolo; quelli che vanno a sputtanare l’Italia organizzando NO-B day in giro per l’Europa. Torneranno ad alzare la testa i teorizzatori delle missioni civili in teatri di guerra, quei pacifisti convinti che si possano mandare soldati disarmati in giro per le valli afghane. Quelli che quarant’anni fa invitavano a mettere fiori nei cannoni, dimostrando ancora una volta di vivere in un mondo che non c’è. Quella afghana è una guerra giusta, che va vinta. Costi quel che costi. E noi, ancora una volta, siamo lì a combattere, a dimostrare che l’Italia sa essere anche un Paese responsabile, che assume impegni in sede internazionale e li porta fino in fondo. Nonostante tutto quello che si dica sul nostro folklore. Una volta tanto, a vergognarsi  e a tenere la testa bassa devono essere gli altri. Quelli che si credono grandi senza aver mai fatto niente di grande.

Se Lula diventa complice di un terrorista assassino

sabato, 21 novembre 2009
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Insomma, l’assassino terrorista Cesare Battisti sembra essere sempre più vicino ad un’allegra pensione in Brasile, tra le spiagge di Copacabana e qualche gita in compagnia dell’improponibile Ministro della Giustizia locale Tarso Genro. Nonostante infatti il Supremo Tribunale Federale abbia detto (in diretta tv) che il pluri-assassino strenuamente difeso dalla Premiere Dame di Francia, quella che è tanto orgogliosa di non essere più italiana (e noi altrettanto felici che lei non si senta più nostra compatriota) debba essere restituito alle galere del nostro Paese per scontare l’ergastolo che si merita, il Presidentissimo Lula, quello sempre rosso in faccia, tentenna. Cerca disperatamente un cavillo (così almeno scrivono i quotidiani brasiliani) per confermare l’asilo al criminale. I motivi? Primo: non spaccare il suo partito e sconfessare il rosso Ministro della Giustizia, che ieri ha per l’ennesima volta insultato gli italiani, teorizzando che da noi è in atto “un preoccupante aumento del fascismo tra la popolazione” (guardasse in casa sua, con un tasso di criminalità sconcertante e i morti che coprono le strade di molte città brasiliane). Secondo: far vedere i muscoli, far capire al Mondo che il suo Brasile è diventato una grande potenza capace di fare la linguaccia alla vecchia Europa.

Certo, Lula il temporeggiatore, quello che tre giorni fa diceva che la decisione del Tribunale sarebbe stata la sua e ieri si destreggiava in un imbarazzante “Dovrò leggere la comunicazione della Corte, discuterne con i miei consiglieri legali, dopodichè ne parlerò con la stampa con il massimo piacere”, si rende in pratica complice e amico dell’assassino Battisti. Gli concede un tetto, un’immunità, una dorata pensione tra ballerine e bagni di sole. Complimenti al probabile prossimo Presidente della FAO, al capofila dell’ex terzomondismo che diventa protagonista. Lula da Silva, quello così attento ai disagiati e ai diritti umani che si dimentica delle vittime del terrorista italiano, di tutte quelle famiglie che la pistola di Battisti ha spezzato, di chi oggi è costretto a stare in sedia a rotelle perché Cesare Battisti si divertiva nel far fuori la gente comune. Complimenti vivissimi.

L'Italia distorta

sabato, 3 ottobre 2009
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«È dai tempi di Mussolini che un governo italiano non interferiva sui media in maniera così eclatante e preoccupante».

È il giudizio espresso in un articolo («La museruola agli informatori») dell’Economist sullo stato dell’informazione in Italia sotto il governo di Silvio Berlusconi. L’articolo del settimanale britannico prende spunto dalla manifestazione per la libertà di stampa che si terrà oggi sabato 3 ottobre per osservare che i giornalisti e tutti gli italiani «hanno ottime ragioni per essere preoccupati» e dunque «per protestare». L’Economist ricorda le richieste di danni avanzate dal premier nei confronti dei quotidiani la Repubblica e l’Unità (quest’ultima, scrive, «potrebbe chiudere» se dovesse risarcire Berlusconi con i 2 milioni di euro che le sono stati richiesti); la presenza di numerosi media direttamente o indirettamente riconducibili al presidente del Consiglio; e «l’assalto senza precedenti lanciato alla Rai», con riferimento alla trasmissione “Annozero”, dove è stato concesso spazio ad «una donna (Patrizia D’Addario) che sostiene di essere stata pagata per trascorrere una notte con il primo ministro».

L’articolo dell’Economist cita anche l’ultimo rapporto sulla libertà d’informazione della Freedom House che declassa l’Italia al 73/esimo posto su 195 Paesi analizzati: uno Stato solo «parzialmente libero», appena un gradino sopra la Bulgaria. «Almeno sotto questo punto di vista – è l’analisi del settimanale - l’Italia di Silvio Berlusconi si sta allontanando dall’Europa occidentale per somigliare alle più deboli democrazie dell’Est».

Ma può questa essere seriamente ritenuta un’analisi corretta del nostro paese?

l’Italia è un paese paragonabile alla Bulgaria, in quanto a indipendenza dei media, o è una democrazia casinara e chiacchierona quante altre mai? Il regime sta imbavagliando i giornalisti – «muzzling», come dice il titolo dell’Economist – oppure i giornalisti non parlano d’altro che del regime e dei suoi vizi?” - scrive Antonio Polito sul Riformista - “Spiegare a un marziano (che sbarcasse nel nostro paese;ndnick) come stanno veramente le cose è difficile. E, a quanto pare, stavolta è difficile spiegarle anche all’Economist, caduto in uno dei suoi rari strafalcioni da superficialità. Quando scrive che mai l’Italia aveva vissuto tanta ingerenza sui media da parte del regime berlusconiano, il settimanale deve aver infatti dimenticato (oltre al fatto che il primato delle querele ai giornalisti non appartiene certo all’attuale governo, come dimostra, dati alla mano, un interessante articolo di Franco Bechis su Libero; ndnick) quarant’anni di regime democristiano. Ci sono stati tempi – cari colleghi londinesi – in cui in Italia c’era un solo canale e tutto dc, si licenziavano Dario Fo e Franca Rame in tronco da Canzonissima perché si erano permessi una blanda ironia sul governo, tutti i giornali erano filo-governativi, l’opposizione comunista era censurata sistematicamente, ed esisteva letteralmente un solo giornale che si poteva permettere di criticare il governo (si chiamava l’Unità, e io me lo ricordo bene, perché è lì che negli anni 70 ho cominciato a fare il giornalista). Il grado di libertà di informazione che si respira oggi in Italia è incommensurabile con quella lunga epoca – che proprio Berlinguer definì «una cappa di piombo» che gravava sul paese. E un settimanale come l’Economist non può avere amnesie storiche di queste proporzioni”.

(…) “È poi vero che la qualità dell’informazione televisiva non si giudica solo dai tg, e che nei programmi pomeridiani sia di Rai sia di Mediaset si assiste a un festival di demagogia sguaiata e brutale, si incita al razzismo, si celebra la fatuità, si educano intere generazioni allo spirito acritico e debosciato tipico dei regimi, contribuendo a fare della nostra democrazia sempre più una democrazia senza cittadini (anche se su questi programmi nessuno protesta, purché Annozero vada in onda).

Ed è infine vero che Silvio Berlusconi passa un numero sconsiderato di ore a studiare sconsiderate azioni contro la libertà di informazione, per ottenerne in genere solo l’effetto opposto, la santificazione dei suoi torturatori. Sia citando per danni i giornali che si occupano della sua vita sessuale, sia mandando avanti il governo a impicciarsi di programmi Rai quando essi sono già sotto la sua vigilanza (visto che in parlamento ha la maggioranza), sia blaterando contro i giornalisti a lui sgraditi ogni volta che si trova in Bulgaria o nei dintorni.

La sua vera e propria ossessione per i media – non per niente è un tycoon che si è fatto fondando una tv – lo rende dunque il bersaglio perfetto dell’opposizione, e trae in inganno perfino rigorosissimi giornali come l’Economist. Non è escluso che Silvio Berlusconi, se potesse, sarebbe un dittatore. Ma l’Italia è un paese troppo grande e troppo libero perché egli possa essere molto di più che un dittatore da operetta. Prova ne sia, cari colleghi dell’Economist, che in quindici anni ha perso due elezioni su tre, e in entrambi i casi controllava la Rai proprio come ora.

I giornalisti italiani che scenderanno domani (oggi; ndnick) in piazza per dar ragione all’Economist non sono in effetti molto liberi, ma lo sono un po’ di più di quel collega della Bbc che fu licenziato dopo un processo perché aveva accusato Tony Blair di mentire sull’Iraq (da noi, un giudice ha invece reintegrato Santoro in Rai). E io, giornalista che in piazza non andrà, se permettete mi sento un po’ offeso se da Londra mi danno dell’imbavagliato. Se lo fossi mi licenzierei, non chiederei aiuto alla Fnsi per farmi rinnovare il contratto, come ha fatto Travaglio”.