


“Noi liberali di tutto il Mondo
vi ringraziamo per il
fatto stesso di
esistere”.
E’ questa la frase-simbolo del breve ma toccante discorso che Silvio Berlusconi, come solo pochissimi altri leader mondiali, ha tenuto alla Knesset, Parlamento israeliano. E’ il momento indubbiamente più alto di una visita storica, che ripropone l’Italia come Paese che sa decidere da che parte stare e che sa imporsi sulla scena internazionale. Unico Paese che non usa il doppiogiochismo e i tentennamenti tipici di altre pseudo-potenze europee, che magari con la bocca sorridono a Tel Aviv e contemporaneamente strizzano l’occhio a Hezbollah, Hamas & co.
Berlusconi ancora una volta si è dimostrato capo di governo rispettato, “leader coraggioso, combattente della libertà, fautore della pace”, come ha voluto sottolineare un calorosissimo Netanyahu in questi giorni. Ha piantato l’ulivo, è stato in pellegrinaggio allo Yad Vashem, si è inchinato davanti alla bandiera con la Stella di David. Cose che pochi hanno fatto. Si è beccato la furiosa reazione del neo-nazista Ahmadinejad, che nella pausa tra un’impiccagione ed un’altra, ha minacciato l’Italia di irrigidimento nelle relazioni bilaterali da parte di Teheran. Anche questo è un bene. Mai come ora il nostro Paese ed Israele sono vicini, vicinissimi: i tempi delle passeggiate a braccetto con i terroristi assassini di Hezbollah sono un triste ricordo.
“Mi sento uno di voi dal giorno in cui ho visitato Auschwitz”, ha detto (tra gli applausi scroscianti dei deputati) un commosso Berlusconi, ancor più commosso dal ricordo che Netanyahu ha fatto dell’adorata Mamma Rosa, “donna coraggiosa incinta di otto mesi che ha salvato dalla furia nazista una ragazza ebrea”. Amicizia solida, duratura, profonda. Un’amicizia giusta. Non si può stare dalla parte dei lanciatori di razzi, non si può trattare con quegli assassini che amano farsi saltare in aria sugli autobus affollati. E Berlusconi, questo, l’ha ripetuto più volte, con coraggio. Sì, perché non ha avuto problemi a dire anche che è giusto restituire le terre occupate ai palestinesi, e le alture del Golan alla Siria. Cose che solo tra amici si possono dire senza preoccuparsi di incrinare i rapporti.
Un esempio di come si fa politica estera, di come un Paese un po’ troppo spesso sputtanato (spesso per invidia) dai panzoni della Vecchia Europa sa essere grande ed autorevole. Noi, “migliori amici di Israele”, noi che sappiamo riconoscere l’infame barbarie delle leggi razziali. E lo facciamo lì, davanti alle vittime di folli errori, di crimini che la storia ha condannato abbondantemente, ma che qualche esaltato con i capelli unti ancora mette in dubbio, minacciando di annientare tutto e tutti con una bomba nucleare. “Silvio, carissimo amico italiano, deve essere un esempio per tutti i leader del Mondo, lo stimiamo e lo amiamo”. No, non sono parole nostre, ma di un Primo Ministro di uno Stato estero, di un grande popolo che sa cosa sia la sofferenza e la dignità. Israele.
