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Siamo in guerra, bisogna combattere

giovedì, 17 settembre 2009
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soldati

Parlare così a caldo è sempre difficile, così come scrivere due righe. Si rischia sempre di cadere nella retorica, nella prosopopea strappalacrime. I fatti li sappiamo tutti, ormai: per l’ennesima volta (e questa è stata una delle volte peggiori), un kamikaze, il solito terrorista scrupolosamente indottrinato, si è schiantato contro due nostri blindati Lince. Sei morti, quattro feriti. Quindici le vittime civili. E’ forse giunto il momento di dire le cose come stanno, che tutti se ne convincano e si mettano il cuore in pace: siamo in guerra, una guerra globale contro il terrorismo che ha nello sciagurato Afghanistan il suo epicentro. Lì c’è pressoché tutto il Mondo, e ci siamo noi. Certo, i nostri militari hanno in questi anni fatto moltissimo, più di quanto fosse loro richiesto: hanno costruito strade, ospedali, scuole, case. Ed è questo il lato che più piace ricordare ai tanti che mettono la testa sotto la sabbia, volendo ignorare che per fare tutte queste belle cose i nostri uomini corrono, come si è visto, rischi mortali. Lo fanno a loro rischio e pericolo, tra allarmi che suonano a tutte le ore del giorno e della notte, con il cuore perennemente in gola. Con la sabbia e il terriccio afghano che ti entrano dappertutto, e si appiccicano alla pelle dandoti la sensazione di essere sempre sporco. Con il terrore di non rivedere più la famiglia lasciata a casa.

Certo, sono lì anche per arrotondare lo stipendio, per prendere qualche soldo in più per programmare il futuro, una famiglia; magari per pagare l’università ai figli o per ristrutturare casa. E allora? Che c’è di anormale e di vergognoso in tutto questo? Nulla, assolutamente nulla. Non si tratta di mercenari, ma di gente che crede in quello che fa. Ragazzi, uomini e donne che si comportano bene. Persone comuni, che hanno coraggio da vendere. Eppure c’è sempre chi, subdolamente, tira in ballo il dio denaro, le presunte vere motivazioni che spingerebbero centinaia di italiani ad andare in quell’inferno. E’ la guerra, niente di misterioso o di poco comprensibile. E’ tutto estremamente chiaro. Bisogna combattere. Combattere per noi, per la nostra sicurezza; combattere per gli afghani che aspirano da decenni ad una parvenza di libertà, anche minima. Combattere perché il Mondo intero possa sentirsi più sicuro. Sconfiggere il nemico, perché fino a prova contraria i talebani questo sono, è un dovere.

Non si può scappare, non si può indietreggiare. Paradossalmente sono queste tragedie che ci fanno capire quanto fondamentale sia stare laggiù: finché un vigliacco, un infame, sarà libero di scorazzare indisturbato con 100 chili di esplosivo in macchina in quella che dovrebbe essere la via più sicura di Kabul, significa che c’è ancora molto da fare.

"…Qualcuno dovrà pur farla"

mercoledì, 15 luglio 2009
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Afghanistan

Afghanistan

“La guerra è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farla”. Scriveva così, solo pochi giorni fa su Facebook, il caporal maggiore Alessandro Di Lisio, ennesima vittima del conflitto che sta dilagando in Afghanistan. Oggi, quella frase, viene ripresa da tutti i giornali, molti dei quali ci sguazzano, la strumentalizzano, la prendono a pretesto per consumare d’inchiostro fogli su fogli di preziosa carta. “Lavoro sporco” e stop. Il resto di quanto Di Lisio scriveva non conta. Un’accusa durissima, quindi, un grido di dolore di un giovane che denuncerebbe qualcosa di aberrante. Sì, la guerra è questo, non lo scopriamo di certo oggi. Ma la maturità e il valore di quel soldato emerge dall’amara constatazione che, pur facendo schifo, qualcuno la guerra dovrà pur farla. Già. Un ragazzo di 25 anni più serio e più coraggioso di tanti e tanti  politici sapientoni che, magari seduti comodamente in un panoramico ristorante romano, chiedono al Governo di ritirare immediatamente tutte le truppe; un refrain tristissimo e stucchevole che nell’ultimo decennio abbiamo ascoltato un giorno sì e l’altro pure.

Non capiscono, questi edotti del mestiere, che nella loro vita hanno frequentato solo la piazza e le belle stanze in stile liberty di Montecitorio, che spesso c’è qualcosa di più “alto”, qualcosa per cui vale la pena combattere, anche a rischio della propria vita. L’Afghanistan è il punto di non ritorno. Da quella terra inospitale e tormentata dipende il nostro futuro, il Mondo che accoglierà le generazioni del domani. Sembrerà folle, utopico, ma bisogna riuscire là dove hanno fallito tutti nel passato: britannici, sovietici,… . Rendere civile un Paese bonificandolo dalle sacche retrograde, fanatiche e criminali dei talebani. Una missione impossibile? Probabilmente sì. Ma oggi l’impegno di tutti deve essere questo. Obama che ha lanciato nell’Helmand, nido dei vari mullah e guerriglieri talebani, la più massiccia offensiva americana dai tempi del Vietnam, l’ha capito. Si spera che lo capiscano presto anche gli altri, quelli che magari parlano di “mani grondanti di sangue” gustandosi un favoloso aperitivo nel miglior Café della Capitale, con aria condizionata ad impedire che la camicia bianca si attacchi alla schiena. Laggiù, dove è caduto quel ragazzo pieno di progetti per il suo futuro, si vive tra polvere, sabbia e clima avverso. Sempre, tutto l’anno. Uno sporco lavoro, sì, che qualcuno deve fare.

Come stridono queste parole con le considerazioni delle Giuliane Sgrene varie, che oggi sul Manifesto scrivono che “per evitare nuove fosse comuni occorre ritirare tutti gli eserciti dall’Afghanistan senza però abbandonare gli afghani”. Quanto lontane dalla realtà appaiono le proposte di acquistare l’oppio dei talebani da usare in medicina, in modo da neutralizzare i trafficanti”. A volte, e questo è l’incredibile della realtà, basta uno status facebook per far abbassare la testa a tanti pontefici massimi del giornalismo e a tanti praticanti del volemose bene. E tutto ciò è terribilmente surreale.