Articoli marcati con tag ‘giustizia’

Decreto incostituzionale? Neanche per sogno

venerdì, 5 marzo 2010
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Il Consiglio dei Ministri ha approvato l’ormai famoso “decreto interpretativo“. Immediate le reazioni dell’opposizione, decisamente sopra le righe. Di Pietro addirittura vuole ricorrere all’uso delle armi, per il Pd si tratta di un trucco, di un golpe, di una vergogna, per i Verdi si tratta di pirateria, per Zingaretti è un “momento buio” e dice di pensare “a chi paga le multe e chi si ferma col rosso”. Insomma, illegale, fascista, incostituzionale e chi più ne ha più ne metta.

In realtà non è proprio così. Queste dichiarazioni servono esclusivamente ad alzare i toni (d’altronde si vota tra poco). Insomma, a raccattare voti. Tutta propaganda. Addirittura stasera su Skytg24 era presente in studio una “costituzionalista” con indosso una sciarpa viola: lascio a voi immaginare il suo parere sul decreto. Ma la stessa Repubblica, invece, cita il parere del costituzionalista Annibale Marini: “Se c’è accordo da parte del capo dello Stato, ritengo che quella di un decreto interpretativo sia l’unica strada praticabile“. Insomma, non è proprio per tutti incostituzionale.

E proprio riguardo alla presunta incostituzionalità, basta andare a leggere alcune sentenze della Corta Costituzionale sulle “leggi interpretative”.

Ad esempio, sentenza numero 123 del 1987:

la funzione dell’interpretazione autentica è quella di chiarire il senso di norme preesistenti, ovvero di imporre una delle possibili varianti di senso compatibili con il tenore letterale, sia al fine di eliminare eventuali incertezze interpretative, sia per rimediare ad interpretazioni giurisprudenziali divergenti con la linea politica del diritto voluta dal legislatore.

Chiarissimo, no?Chiarire il senso di norme preesistenti“, anche per “rimediare ad interpretazioni giurisprudenziali divergenti con la linea politica del legislatore“. Perfetto. Anzi, la legge interpretativa rappresenta uno strumento perfetto per far prevalere la linea del legislatore in caso di contrasti giurisprudenziali.

Ancora: l’unico limite che incontrano le leggi interpretative, ed è la sentenza 155 del 1990, è rappresentato dall’articolo 25, comma secondo, della Costituzione (che è materia penale).

E sulla retroattività tanto contestata il problema non si pone nemmeno. La retroattività, in una legge interpretativa, è “intrinseca”. Ed è pure ovvio, scontato e banale, visto che va ad interpretare una legge precedente (che comunque non va a sostituire).

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Aggiornamento ore 23.40 - Il Capo dello Stato ha firmato il decreto del governo, che verrà a questo punto pubblicato domani in Gazzetta Ufficiale. Dal Quirinale si afferma che il decreto è stato firmato dopo aver constatato che si tratta effettivamente di una legge interpretativa.

Basta poco, che ce vo’?

venerdì, 26 febbraio 2010
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“Bisogna fare attenzione a tutte queste intercettazioni che spesso provocano danni inimmaginabili”

Lo ha detto Berlusconi? No, anche se potrebbe essere. Sono parole di Gianfranco Fini, stranamente allineato sulla stessa lunghezza d’onda del Cavaliere. Caspita, un miracolo? No, ma molto peggio. L’imprenditore Mokbel, quello del senatore Di Girolamo, parlando con un boss della ‘ndrangheta ha fatto il nome di Gianfranco Fini. Attenzione, nel merito sicuramente Fini non c’entra niente con quella gente. Ma la pubblicazione di quell’intercettazione basterebbe per fare i titoli dei giornali a caratteri cubitali  (ma Fini non è Berlusconi, quindi niente titoloni). O basterebbe per una puntata intera di Annozero (ma Fini non è Berlusconi). O basterebbe per scatenare qualche giudice ad aprire qualche indagine (ma Fini non è Berlusconi). Di sicuro è bastata, quell’intercettazione, per far scendere dal trono il Presidente della Camera e riportarlo sulla terra. Per abbandonare, per pochi istanti chiaramente, quel moralismo, quel perbenisimo e quel teatrino (che fa tanto farepassato) che ormai quotidianamente ci regala. E’ bastato poco, tutto sommato.

Senza trucco senza inganno

giovedì, 25 febbraio 2010
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Dunque, già la vicenda ha del paradossale perché Berlusconi avrebbe pagato Mills per testimoniare, badate bene, a suo sfavore, e quindi avrebbe pagato per farsi condannare. Poi di quei soldi presunti non c’è alcuna traccia. E per concludere Berlusconi avrebbe corrotto Mills (per farsi condannare) soltanto dopo la sua testimonianza. La logica non c’è, ce ne rendiamo conto. Che poi è un trucco del Tribunale di Milano per non cadere in prescrizione e per arrivare a condanna. Un trucco pericoloso, perché dimostra chiaramente la volontà persecutoria di quel palazzo. Ma chiaramente a tutto c’è un limite, e oggi la Cassazione ribalta tutto: quel trucco non è legittimo. Sentenza annullata. Lo sapevano tutti che sarebbe finita così. C’era bisogno di arrivare in Cassazione? Quanti soldi sono stati spesi inutilmente?

Rimane in tutto questo l’ennesima dimostrazione della politicizzazione del Tribunale di Milano. Della loro squallida ossessione. Dovevano arrivare comunque a “condannare” Berlusconi, anche col trucco. Non importa come. Dovevano farlo a tutti i costi. Complimenti.

In galera chi pubblica le intercettazioni

mercoledì, 24 febbraio 2010
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Il problema non sono le intercettazioni in quanto tali. Anche perché oggettivamente risultano il più delle volte utili e fondamentali per le indagini dei magistrati, a patto che – comunque – non ne rappresentino l’unico strumento di indagini. E poi siamo nel 2010, se non intercettiamo le conversazioni telefoniche come si fa?

Detto questo, va condannata quella che appare come una oscena abitudine italiana. Dei media italiani. Cioè la pubblicazione delle intercettazioni. E’ francamente indegno di un paese civile. Se consideriamo poi che gli stessi indagati non possono acquisire dai magistrati le loro intercettazioni, beh, siamo al paradosso. Non rimane altro, per le difese, che leggerle sui giornali. Ed è inaccettabile. Tutte le pubblicazioni avvengono nel più totale disprezzo della legge; e poi: chi fornisce i tabulati ai giornali? La risposta appare scontata. Il problema è di legalità, ma anche di onestà e di civiltà. Leggere di intercettazioni completamente inutili ai fini delle indagini, come ad esempio gusti sessuali, marca di preservativi preferita, problemi di prostata, preferenze per il sesso anale o meno è utile solamente per soddisfare la voglia di voyeurismo di molti italiani. Ma per quello c’è già il Grande Fratello.

Ma questo vi sembra un Paese normale?

martedì, 16 febbraio 2010
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Senza fare nomi, senza giurare sulla onestà di Tizio o di Caio, e tralasciando un attimo i soliti beceri discorsi da tifosi della politica, ma a voi sembra normale tutto questo? A voi sembra normale che, tanto per dire, un magistrato indaghi per anni su un politico della squadra bianca e finita l’indagine, puntualmente, si candidi per la squadra dei blu? E tutto nella più assoluta tranquillità?

Vi sembra normale che, ad esempio, una massaggiatrice passi per puttana a mezzo stampa?

Basta vedere il proprio nome in qualche intercettazione e subito si passa per dei corrotti. Accuse infamanti solo per una citazione. Basta trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato e sei rovinato. Come le segnalazioni per un “lavoro”, una pratica che tutti, dico tutti, hanno sempre fatto. E non solo i politici. Tutti. Io ti segnalo il mio amico, è bravo, fidati. Funziona così. Ma basta poco e sei un infame corrotto.

E che dire dei preservativi? La ricerca del profilattico sbattuta in prima pagina, profilattici che non si trovano e che, quindi, cosa dimostrerebbero? E una foto scattata fuori da un centro massaggi? In automatico sei andato a fare sesso. Perché così funziona. Questa è la prassi.

Ma che razza di Paese è questo? Non è un Paese normale.

Wow, e ora ecco le escort di Bertolaso

giovedì, 11 febbraio 2010
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Dunque, la colpa di Bertolaso è aver incontrato un imprenditore, Diego Anemone. Ovviamente è superfluo ricordare che di imprenditori Bertolaso ne incontrerà 50 al giorno. In più, questo Diego (bel nome) ha vinto gli appalti per diversi lavori del G8 alla Maddalena, per i mondiali di nuoto, per l’aeroporto di Perugia e per altro ancora, e quindi a una persona dotata di buon senso risulterebbero evidenti i motivi dei vari incontri con Bertolaso. Ma i magistrati di Firenze evidentemente non hanno buon senso. Però non sono stupidi: sanno che il semplice incontro tra i due non basta per reggere un’accusa (mediatica, si intende). E allora si inventano questo trucchetto. A loro risulterebbe (!) che questo imprenditore “in previsione di alcuni incontri con Bertolaso, si sia attivato alla ricerca di denaro contante”, e quindi è evidente e lapalissiano che “detti incontri siano stati finalizzati alla consegna di somme di denaro a Bertolaso”. Chiaro no? Ecco la pistola fumante. Per i magistrati, evidentemente, un imprenditore non deve occuparsi di denaro. Mai, per carità. E con tutte le persone che incontrava, ovviamente quel denaro lo ha dato a Bertolaso. Certamente.


Ma non è finita. Poteva mancare in questa vicenda un aspetto scabroso? Un qualcosa ad effetto capace di conquistare i titoloni dei giornali guardoni e bacchettoni? Insomma, un po’ di sesso? Secondo un copione già collaudato, e fallimentare, ecco le escort. Siamo arrivati alle escort di Bertolaso. C’era Monica, la brasiliana. Poi Francesca. Ovviamente messe a disposizione dal solito Anemone. Non mancano i particolari, con Bertolaso che instancabile non smette di intrattenersi con tale Francesca. Non è anche questo un copione già visto? Mah. Ovviamente, secondo l’accusa Bertolaso vendeva appalti in cambio di queste escort. Appalti per svariati milioni di euro venduti per mezzora di sesso. Qui i casi sono due: o è coglione Bertolaso o sono coglioni i magistrati di Firenze. Noi un’idea ce l’abbiamo.

Ma di quale Giustizia parlano?

giovedì, 28 gennaio 2010
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Nove milioni di processi pendenti (5.425.000 processi civili e 3.262.000 penali), 170 mila prescrizioni all’anno, una spesa per le casse dello Stato di 4,08 miliardi l’anno, una massa enorme di leggi (50mila, per di più vecchissime, risalenti al codice fascista del 1933) e una quantità di avvocati che solo a Roma è superiore all’intera Francia. “L’eccessiva lungaggine delle procedure giudiziarie in Italia necessita con urgenza di una sollecita riforma della legge” ha sentenziato il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa (dando anche degli stretti margini di tempo: entro il 2010). Questo il quadro desolante della giustizia italiana, incredibilmente lenta e macchinosa, confermato anche dal rapporto Cepej (Commissione europea per l’efficienza della giustizia), che s’estende a una cinquantina di Paesi anche extraeuropei.

Si dice: occorrono più risorse. Ma il nostro paese spende, pro capite, per la giustizia, più della media europea. Un italiano spende per la giustizia nel suo complesso in un anno 70 euro, un francese ne spende 53. “La giustizia penale è costata nel 2008 1 miliardo 640.000 euro e – in base al dato dell’alto numero delle prescrizioni; ndnick – si ricava che il processo penale attualmente vigente sperpera oltre 80 milioni di euro l’anno di risorse dei contribuenti per girare a vuoto, per fare processi che si prescrivono, che non portano a nulla né a un’assoluzione né a una condanna”, ha detto il guardiasigilli Angelino Alfano.

Si dice: occorre più personale.
Il numero di giudici per abitante è ai vertici della media europea (13,7 ogni 100.000). Ma che senso ha tenere aperte ben 1292 sedi giudiziarie? Più che in Inghilterra (595), Spagna (703), Francia (773) e Germania (1136). Il 56% degli uffici giudiziari hanno non più di 20 magistrati e una sessantina si trovano in posti dove c’è già un tribunale. Non è da una cattiva organizzazione che deriva la continua carenza e sperequazione d’organici?

Si dice: colpa delle leggi. Certamente abbiamo troppe leggi e per di più vecchie e ferraginose. Ma se la durata media dei processi è così diversa da tribunale a tribunale, è segno che il problema non è solo delle leggi, ma anche di come si riesce a organizzare il lavoro in ogni singolo tribunale. Ad esempio per evitare banali errori procedurali nelle notificazioni, causa di un gran numero di inutili rinvii processuali.

Fatto sta che ogni giorno, nelle aule di giustizia e nelle carceri (al 31 dicembre del 1999 i detenuti in attesa di giudizio erano 23.949, quasi il cinquanta per cento dei quali in attesa del primo giudizio), si trascina un’umanità sofferente e anonima, che paga un prezzo ingiusto e disumano magari solo per errori della giustizia, mentre chi dovrebbe pagare per errori propri non arriva a pagare ciò che dovrebbe.

I magistrati dell’Anm hanno deciso di partecipare, sabato prossimo, all’inaugurazione dell’anno giudiziario con le toghe e una copia della Costituzione in mano, lasciando l’aula quando prenderà la parola il rappresentante del Governo. Tutto questo per protestare contro “le iniziative legislative che rischiano di distruggere la giustizia in Italia“. Ma di quale Giustizia parlano?

Chiediamo scusa ad Alberto Stasi, un innocente

giovedì, 17 dicembre 2009
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E’ il primo grado, ma già basta per mettere fine ad un incubo. E’ quello che ha passato Alberto Stasi, il giovane indicato da tre anni come un omicida. Come il responsabile della morte della fidanzata, Chiara Poggi. Dopo tre anni di disastrose indagini oggi il verdetto di primo grado: Alberto Stati è innocente. Non ha commesso il fatto.

Rimane, tuttavia, l’immagine di un giovane compromessa per sempre. Distrutta da anni di massacranti indagini, basate sul nulla. Non c’era una prova. E quelle che hanno portato a processo se le sono inventate, addirittura cambiando più volte la data del decesso della ragazza (per incastrare Stasi). Hanno detto di tutto su questo ragazzo. Sono andati a scavare nel più profondo dei suoi armadi. Inutilmente, Alberto Stati è innocente. E lo dobbiamo dire a gran voce. Ma ora chi lo risarcirà? Chi pagherà per tre anni di massacro mediatico? Per tre anni di indagini inutili? E ai genitori di Chiara, che aspettano ancora una giustizia che probabilmente non avranno mai? Chi pagherà? Nessuno, come sempre.