Articoli marcati con tag ‘Berlusconi’

Indubbiamente è una cosa normale

lunedì, 15 marzo 2010
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Eh sì, dai, ditelo che è normale. Che per voi è tutto giusto così. Che è tutto limpido e trasparente. Da una settimana la stampa libera ma giustizialista pubblica intercettazioni e notizie coperte da segreto istrutturio riguardanti un cittadino italiano. La colpa gravissima del cittadino italiano è quella di ritenere fazioso Michele Sant’Oro, un noto giornalista, ex parlamentare dell’ex partito comunista e, tra le altre cose, pure suo ben pagato ex dipendente. Sono i casi della vita. Ecco, e sempre a mezzo stampa questo cittadino italiano apprende di essere indagato da una Procura che, guarda un po’, non sarebbe neanche competente. Ma mica è finita. Questo cittadino italiano oggi deve chiedere ufficialmente a questi magistrati se risulta indagato. Con un atto formale. Questo è lo stato della magistratura italiana. Ora una domanda: ma questo cittadino italiano quando cavolo fa una benedetta riforma di questa magistratura? Ci diamo una mossa, Silvio?

La Repubblica delle toghe (rosse)

giovedì, 11 marzo 2010
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Come ogni Soviet che si rispetti, il Politburo (pardon, il plenum) del Csm ha approvato in modo bulgaro, con il solo “no” dei membri laici in quota centrodestra, il documento che accusa Silvio Berlusconi di aver denigrato e delegittimato la magistratura. Il documento sarebbe il risultato  dei “frequenti attacchi del premier verso le toghe”. Repubblica parla di un “fascicolo” che è andato via via ingrossandosi. In pratica, i solerti togati si segnavano tutte le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, preparando la vendetta, la contromossa, il modo per cui infilzarlo ancora una volta. Ci provano costantemente, è una loro ossessione, un evidente schierarsi da una parte sola, infischiandosene della giustizia e delle leggi. L’importante è strangolare l’avversario politico, che per loro è un nemico da abbattere, da appendere a testa in giù in una delle tante piazze della Penisola. Il documento di ieri è un atto gravissimo, un ennesimo tentativo di far diventare l’Italia una Repubblica giudiziaria, dove i magistrati fanno e disfano le leggi a loro piacimento. Fa ridere poi, che mentre si condanna Berlusconi, si elogi la “compostezza” e il “silenzio” opposto ad accuse “generiche e ingiuste” di questi poveri giudici così vessati dalla prepotenza del Cavaliere.

D’altronde il nostro è un Paese dove gli agnellini in toga si possono permettere di pubblicare su internet insulti al Presidente del Consiglio che poi si ritrovano a dover giudicare, di andare ai raduni no-global in giro per il Mondo, di ispirarsi a Che Guevara per decidere se  (e ovviamente è sì) eliminare dalle schede elettorali il primo partito italiano, che ha la colpa di essere quello fondato dal loro nemico numero uno. Questo, per il soviet del Csm va bene. E’ normale, nulla di strano. E allora andiamo avanti così, verso la Repubblica delle toghe, dove prima di entrare in un tribunale si saprà già la sentenza. Specie se l’imputato non vota a sinistra.

Non cambieranno mai, proprio mai

mercoledì, 10 marzo 2010
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Non solo vogliono impedire ai loro avversari di candidarsi e di partecipare a libere elezioni. Non solo vanno nelle manifestazioni dei loro avversari per impedire e disturbare un libero comizio. Non solo.

Da oggi tentano anche di impedire le conferenze stampa dei loro “nemici”. Magari entrando illegalmente, esibendo documenti falsi (perché loro sono quelli dell’onestà e della legalità), disturbando continuamente, interrompendo, urlando, sbraitando. E magari pretendono pure di avere ragione. Qualcuno li difenderà, qualcuno con la sciarpa viola, qualcuno ossessionato. D’altronde coglione chiama coglione.

Questa è la tipica sinistra. Questa è la vergogna d’Italia.

Quel gran para del Berlusca

lunedì, 8 marzo 2010
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Pareva un disastro irrecuperabile: Lazio e Lombardia sembravano essere destinate ad essere perse con una figura fantozziana. Con la perdita anche di una bella fetta di credibilità di tutto il Pdl.

Berlusconi ha deciso di giocare il tutto e per tutto ed è sceso in campo con una determinazione vicina all’arroganza per cercare di raddrizzare in qualche modo la situazione: ha fatto in modo e maniera di far passare quello che, obiettivamente, ai più sembrava improponibile.

Ma forse, macchiavellicamente parlando, ha avuto ragione lui ancora una volta.

Ha reso evidente il giuoco sporco del Pd, la sua tattica attendista di riconoscere l’obiettiva esigenza di trovare un compromesso per consentire comunque la partecipazione in queste elezioni al partito maggioritario, senza aver fatto alcuna concreta proposta per risolvere la situazione (come infatti ha denunciato Giorgio Napolitano: “non c’erano soluzioni politiche alternative”) e limitandosi poi a denunciare lo scandalo di aver cambiato le regole del gioco mentre la partita era già in corso.

In una situazione in cui la soddisfazione degli italiani per il governo sta diminuendo, sia per il perdurare degli effetti della crisi economica, sia per l’ondata di scandali che hanno coinvolto personaggi del centrodestra, sia per le difficoltà e le divisioni all’interno del Pdl, Berlusconi, con l’indubbia capacità di saper condurre le campagne elettorali sui temi che preferisce, ha colto immediatamente l’occasione e ieri, intervenendo a sostegno del suo candidato in Campania, ha rilanciato lo slogan della «scelta di campo», sul fronte del collaudato motto «o con me o contro di me», una linea che – come giustamente sostiene Luigi La Spina sulla Stampa – da sempre costringe da un lato gli alleati a rinunciare alle ambizioni di una certa autonomia, dall’altro gli avversari ad unirsi nell’antiberlusconismo più scontato. Così cercando di assumere ancora una volta il suo congeniale ruolo di vittima (anche in prospettiva dei prossimi probabili sviluppi della situazione, in primo luogo i ricorsi contro il decreto e l’ostruzionismo alla sua approvazione) e riducendo il significato delle prossime elezioni ad un ennesimo referendum su Berlusconi.

E non è detto che non lo vinca ancora una volta. A dispetto di tutto e di tutti. Compreso la politica.

PS: l’immagine è tratta dal blog di Giovanni Angeli

Caro Fini, scendi da quel trono

martedì, 2 marzo 2010
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Sapete cosa avrebbe fatto il segretario di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini se uno dei massimi rappresentanti del partito, anzi uno dei fondatori di An, avesse detto qualcosa del tipo: “così com’è Alleanza Nazionale non mi piace”? L’avrebbe cacciato. Espulso. Ridicolizzato. Messo ai margini. Perché il suo modo di dirigere Alleanza Nazionale era quello. Democrazia interna? Manco a parlarne, figuriamoci.

Oggi Gianfranco Fini, fondatore del PdL insieme a Silvio Berlusconi, ha dichiarato che al PdL “ci sono affezionato” ma “così com’è non mi piace”. E Fini non ha tutti i torti, il PdL non piace a tanti, ma lui è Gianfranco Fini e ultimamente quando parla del suo partito lo fa solo ed esclusivamente con spirito distruttivo.

I sospetti che Fini abbia in mente altro, e che le sue critiche siano in realtà dettate da ambizioni (future) di natura esclusivamente personale sono più che fondati. Questo suo continuo logoramento del PdL e della figura di Berlusconi, che è il Presidente del Consiglio espresso dal suo partito, è davvero sconcertante. E’ troppo comodo il suo ruolo, troppo facile fare il Padre della Patria dallo scranno più alto di Montecitorio. Troppo facile distruggere il PdL per poi ricostruirlo a sua immagine e somiglianza, esattamente come Alleanza Nazionale. Fini è un politico navigato, e sebbene come stratega politico è un mezzo disastro, sa bene che certe sue dichiarazioni in piena campagna elettorale fanno più male di quelle di un Bersani o di una Sabrina Ferilli qualsiasi. Eppure le fa. Perché non abbandona le comodità del Presidenza della Camera e si mette a fare politica sul serio, quella che ha a che fare con la realtà, con il concreto, con la gente, quella che ha bisogno di mediazioni, smettendola di fare il Pontefice? Proposta: dimentichiamo le sue oscene iniziative politiche durante gli scorsi governi di centrodestra (la richiesta di discontinuità, la coppia con Follini, la guerra con Tremonti, la magnifica idea delle “tre punte”, etc), perché non va oggi a fare il coordinatore del PdL, visto che ci è tanto affezionato?

Basta poco, che ce vo’?

venerdì, 26 febbraio 2010
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“Bisogna fare attenzione a tutte queste intercettazioni che spesso provocano danni inimmaginabili”

Lo ha detto Berlusconi? No, anche se potrebbe essere. Sono parole di Gianfranco Fini, stranamente allineato sulla stessa lunghezza d’onda del Cavaliere. Caspita, un miracolo? No, ma molto peggio. L’imprenditore Mokbel, quello del senatore Di Girolamo, parlando con un boss della ‘ndrangheta ha fatto il nome di Gianfranco Fini. Attenzione, nel merito sicuramente Fini non c’entra niente con quella gente. Ma la pubblicazione di quell’intercettazione basterebbe per fare i titoli dei giornali a caratteri cubitali  (ma Fini non è Berlusconi, quindi niente titoloni). O basterebbe per una puntata intera di Annozero (ma Fini non è Berlusconi). O basterebbe per scatenare qualche giudice ad aprire qualche indagine (ma Fini non è Berlusconi). Di sicuro è bastata, quell’intercettazione, per far scendere dal trono il Presidente della Camera e riportarlo sulla terra. Per abbandonare, per pochi istanti chiaramente, quel moralismo, quel perbenisimo e quel teatrino (che fa tanto farepassato) che ormai quotidianamente ci regala. E’ bastato poco, tutto sommato.

Il solito odio di Repubblica (ma lasciate stare i figli)

venerdì, 26 febbraio 2010
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Berlusconi ha corrotto Mills. Lo hanno deciso Di Pietro e D’Avanzo, che sembra essersi ripreso dalle inchieste pornografiche sulle eiaculazioni continue e particolari del Presidente del Consiglio che lo hanno mantenuto in costante eccitazione per qualche mese del 2009, prima di essere caduto in disgrazia dinnanzi alle birichinate dei suoi modelli alla Marrazzo e alla Delbono. La Cassazione ha bacchettato la Corte d’Appello di Milano per aver pronunciato il verdetto di un reato caduto in prescrizione? Chi se ne frega, quello che è importante è che la sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la sua imprenditorialità, l’efficienza, la mitologia dell’homo faber, l’intero corpo mistico dell’ideologia berlusconiana ha il suo fondamento nel malaffare, nell’illegalità, nel pozzo nero della corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo”, scrive Beppe D’Av. nel suo consueto sermoneggiare copiato da Eugenio Scalfari, suo degno maestro. E’ la capacità di cambiare la realtà, di dire quello che non sta scritto da nessuna parte, di dire a tutti i costi che Berlusconi è un delinquente, anche se non c’è alcuna sentenza che affermi questo.

Probabilmente questo editoriale è uno dei tanti che vengono tenuti chiusi nei cassetti di Repubblica & associati, di quelli scritti con la bava alla bocca e tirati fuori a scadenza periodica tanto per fare un po’ di casino e ricordare al popolino (magari sotto elezioni, giusto per rispolverare la disinteressata memoria) “chi è Berlusconi, quali sono i suoi metodi, con quali menzogne ha avvelenato il Paese”.  La solita campagna d’odio cui siamo abituati da qualche lustro, il solito cannoneggiamento pre-elettorale che ha l’unico effetto di ricompattare l’Italia a fianco del perseguitato numero uno. Strano non lo abbiano capito ancora, evidentemente non ci arrivano.

E ora, nel 2010, ci ritentano, come se fosse il Superenalotto: più perdi e più ci riprovi, nella speranza che prima o poi becchi almeno tre numeri. Stavolta il tormentone, annunciato da D’Avanzo, si concentrerà sul fatto che da oggi  gli italiani potranno giudicarlo corruttore, bugiardo, spergiuro anche quando fa voto della testa dei suoi figli. Favoloso: dopo lo stalliere e la moglie è la volta dei figli. Sempre meglio.

Senza trucco senza inganno

giovedì, 25 febbraio 2010
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Dunque, già la vicenda ha del paradossale perché Berlusconi avrebbe pagato Mills per testimoniare, badate bene, a suo sfavore, e quindi avrebbe pagato per farsi condannare. Poi di quei soldi presunti non c’è alcuna traccia. E per concludere Berlusconi avrebbe corrotto Mills (per farsi condannare) soltanto dopo la sua testimonianza. La logica non c’è, ce ne rendiamo conto. Che poi è un trucco del Tribunale di Milano per non cadere in prescrizione e per arrivare a condanna. Un trucco pericoloso, perché dimostra chiaramente la volontà persecutoria di quel palazzo. Ma chiaramente a tutto c’è un limite, e oggi la Cassazione ribalta tutto: quel trucco non è legittimo. Sentenza annullata. Lo sapevano tutti che sarebbe finita così. C’era bisogno di arrivare in Cassazione? Quanti soldi sono stati spesi inutilmente?

Rimane in tutto questo l’ennesima dimostrazione della politicizzazione del Tribunale di Milano. Della loro squallida ossessione. Dovevano arrivare comunque a “condannare” Berlusconi, anche col trucco. Non importa come. Dovevano farlo a tutti i costi. Complimenti.