Articoli marcati con tag ‘afghanistan’

C’è qualcosa di grande tra di noi

sabato, 5 dicembre 2009
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Alla fine, gli unici (o quasi) che dicono sì a Mister Obama siamo noi. Il Governo Berlusconi, infatti, si è dimostrato subito disponibile a rinforzare il proprio contingente in Afghanistan, andando incontro alle richieste americane e rispondendo presente alla supplica della NATO, che non sa che pesci pigliare per tirarsi fuori da quel pantano. La tanto dileggiata Italia, quella che conta meno di zero, quella su cui tutti si divertono a sparare letame, ha ricevuto pubblici apprezzamenti da parte della Casa Bianca. “Lasciatemi ringraziare il Governo e il popolo italiano. L’Italia è stato un alleato di ferro per tanti anni in Afghanistan e con questa decisione ha assunto un ruolo guida, ha detto Hillary Clinton. Dichiarazioni di facciata e scontate? E’ possibile. Sta di fatto che il Segretario di Stato americano ha ringraziato e lodato pubblicamente l’Italia, e non Francia e Germania, che codardamente si sono tirate indietro, mostrando ancora una volta come sia facile fare i grandi con i discorsi e gli inutili vertici, mentre quando c’è da andare in prima linea, ci si tira indietro come conigli.

Certo, i soliti menagrami rifondaroli accuseranno Berlusconi di essere un assassino con le mani sporche di sangue, di mandare al massacro giovani ragazzi pieni di aspettative per il futuro. Insomma, il consueto  indecente blaterare di chi non ha mai alzato il culo dalle proprie comode poltrone di pelle, salvo (magari) per andare a manifestare contro qualcosa o qualcuno nella piazza sottocasa. In questa prima guerra del nuovo millennio, una guerra per la libertà e la civiltà che dovrebbe trovare tutti concordi, il nostro Paese è in prima fila.

Dovremmo esserne orgogliosi, dovremmo essere uniti. Invece, ne siamo certi, tra qualche giorno inizierà la nota tiritera di coloro che sono abituati a sputare nel piatto in cui mangiano, avvezzi a dire sempre e solo che facciamo schifo e siamo l’essenza del ridicolo; quelli che vanno a sputtanare l’Italia organizzando NO-B day in giro per l’Europa. Torneranno ad alzare la testa i teorizzatori delle missioni civili in teatri di guerra, quei pacifisti convinti che si possano mandare soldati disarmati in giro per le valli afghane. Quelli che quarant’anni fa invitavano a mettere fiori nei cannoni, dimostrando ancora una volta di vivere in un mondo che non c’è. Quella afghana è una guerra giusta, che va vinta. Costi quel che costi. E noi, ancora una volta, siamo lì a combattere, a dimostrare che l’Italia sa essere anche un Paese responsabile, che assume impegni in sede internazionale e li porta fino in fondo. Nonostante tutto quello che si dica sul nostro folklore. Una volta tanto, a vergognarsi  e a tenere la testa bassa devono essere gli altri. Quelli che si credono grandi senza aver mai fatto niente di grande.

Quelle odiose menzogne del Times

venerdì, 16 ottobre 2009
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I nostri caduti, alla faccia dei patti di non aggressione vaneggiati dal Times

I nostri caduti, alla faccia dei patti di non aggressione vaneggiati dal Times

Le nuova polemica contro il nostro Paese da parte del Times, quella sui presunti giri di mazzette tra noi ed i talebani per lasciarci stare in Afghanista, é particolarmente odiosa non tanto per la notizia, quanto per le sue modalità e per il messaggio che il quotidiano inglese cerca di far passare.

La pratica di pagare i combattenti locali, per quanto non ammissibile in pubblico da un governo, é già stata attuata anche dagli stessi inglesi ad Helmand nel 2007 (come riportato dallo stesso Times), e non é tanto quello il succo della polemica tra Italia ed il giornale, quanto il fatto che questo sia stato confezionato dal Times nel seguente modo: sono morti dieci francesi perché gli italiani pagavano i talebani, cercando di ampliare la polemica e montare un caso diplomatico ed internazionale. Il succo del loro discorso é questo: gli italiani pagavano i talebani per lasciarli in pace (falso, un morto in quella provincia e decine di attacchi), poi quando gli italiani hanno lasciato l’area ai francesi, non gli hanno detto delle mazzette e quindi i francesi sono stati attaccati ed uccisi.

Gli argomenti degli inglesi sono stati facilmente smontati dal Foglio, e sarebbe bastato ricordare la morte del Maresciallo Pezzullo, proprio nella provincia di Sarobi dove ci si accusa di aver foraggiato le milizie locali, per dimostrare l’incosistenza delle presunte rivelazioni di guerriglieri talebani prezzolati a suon di sterline, ma c’é un passaggio della vicenda che rasenta il ridicolo: il Times ci accusa di aver fornito cure mediche e denaro servito a reclutare guerriglieri ad un comandante talebano, Ghulam Yahya Akbari, che per ironia della sorte é stato freddato proprio dagli italiani la scorsa settimana, dopo il fallimento di diversi tentativi americani.

Questo episodio non potrà essere derubricato a polemica contro il centrodestra e Silvio Berlusconi, tant’é che si parla per lo più di un periodo in cui c’era il Governo Prodi, anche se i soliti imbecilli dell’Italia dei Livori non si sono resi conto, presi dalla foga di attaccare il governo, che si trattava di un’accusa nei confronti di un esecutivo in cui erano presenti col loro leader (nonostante le lacrime di sangue di Franca Rame ecc ecc). Né sarà sufficiente l’annuncio di una querela da parte del Ministro La Russa: il Times mette sulla coscienza del Governo Italiano dieci morti fancesi trattandoci da vigliacchi (“[...] le truppe italiane sono state messe al riparo dalla sanguinosa realtà che le truppe britanniche devono affrontare ogni giorno grazie a delle mazzette pagati dai servizi segreti italiani, che hanno messo a repentaglio la vita dei loro alleati”), e questo esige una forte risposta a salvaguardia del nostro Paese, dei nostri militari e di coloro che sono caduti.

Sono in ballo onore, giustizia e verità, ed esigiamo una forte reazione da parte del Governo e di tutte le forze politiche responsabili.

Sveglia Obama, è il tempo di agire

sabato, 26 settembre 2009
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obama

Parla, parla, parla. Allarga le braccia, sorride, incanta. Ormai lo conosciamo, Mister Obama. Da consumato oratore e bravo incantatore di serpenti, riesce a rincoglionire chiunque con il suo sapiente uso delle parole. Perfino Gheddafi, che rincoglionito lo è già di suo, lo ha salutato come “raggio di luce nel buio”. Il problema, e forse di questo dovremmo iniziare a preoccuparci anche noi, è che non decide mai niente. Pensa, parla, va in tv, in tutte le tv. Robe che se lo facesse Berlusconi, quantomeno vedremmo Concita ed Ezio Mauro incatenati nudi davanti a Montecitorio per gridare alla libertà di stampa calpestata. Ma quando si tratta di decidere qualcosa di importante, Obama si eclissa. Siamo impantanati in Afghanistan? Il Generale McChrystal supplica in ginocchio l’invio di nuove truppe per evitare la sconfitta? Pazienza. A Washington D.C. si pensa, si riflette. Si dice che sul tavolo di Barack ci sia di tutto: dall’aumento di soldati, al cambiamento di strategia, fino al poco onorevole darsela a gambe. C’è un piccolo, piccolissimo particolare, però: mentre lui medita all’infinito, gli altri muoiono in quell’inferno. Non solo gli americani, che sono da anni in prima linea ad affrontare coraggiosamente i terroristi tagliatori di gole, dita, orecchie e nasi, no no. Anche i nostri muoiono per i tentennamenti del giovanotto showman dell’Illinois, tanto abile nel tendere la mano ad Ahmadinejad, quanto sciocco nel non capire che senza un suo deciso intervento laggiù si perde.

In una settimana, il contingente italiano ha registrato 6 vittime e 7 feriti, il che fa pensare che i talebani stiano risalendo a nord in seguito all’azione massiccia della Nato nel pericoloso e impervio Sud, roccaforte dei vari mullah Omar (e di Karzai…). A questo punto, basterebbe che Obama si decidesse ad ascoltare chi ne sa più di lui, chi è sul campo, chi vede quotidianamente la morte avvicinarsi. Basterebbe un gesto di umiltà. E invece vediamo tutti commossi  salutare la barzelletta della risoluzione votata all’unanimità sul disarmo nucleare (che ha lo stesso valore di una vittoria all’ultima giornata di campionato di una squadra retrocessa da 4 mesi, cioè zero assoluto). Tutti entusiasti, che bravo Obama!, è il migliore! Perfino Chavez, smaltita la sbornia da Festival del Cinema di Venezia, ha notato che all’Onu “non c’è più puzza di zolfo”. Ora tutto va bene, il Mondo è cambiato. Anzi no, perché “dobbiamo cambiare” Mr President l’ha ripetuto anche l’altro giorno all’Assemblea Generale. Non si è ben capito in cosa dobbiamo cambiare, cosa significhi quel change che ci ha frantumato palle e utero (pari opportunità rispettate). Non è il momento di porsi certi interrogativi, evidentemente.

Per ora accontentiamoci di vedere un parolaio inconcludente: dalla sanità alla politica estera, al momento si registrano solo porte sbattute in faccia. E il consenso che cala di giorno in giorno, senza accenni di sosta. E’ venuto il momento di agire, di tirare fuori le palle, di vedere cosa c’è davvero dietro la bella presenza e la capacità oratoria. Su questo terreno si deciderà la sua sorte, stretta tra trionfo epocale da tramandare nei secoli e sciagurato, colossale flop.

La preside comunista insegna ai bambini odio e vigliaccheria

lunedì, 21 settembre 2009
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La Preside

La Preside

Cose che succedono nell’Italia di oggi, dove qualunque cosa viene buttata in politica, dove delinquenti vigliacchi che si coprono le loro facce da culo con il passamontagna hanno la geniale idea di sparare feci e imbrattare di vernice rossa la sede della Croce Rossa di Roma. Succede da noi che una preside di una scuola romana decida che no, il minuto di silenzio per i morti in Afghanistan non si deve fare. C’è una direttiva del Ministro? Vada a farsi fottere.

Simonetta Salacone ha rispedito al mittente, il suo superiore, l’invito ad osservare un momento di raccoglimento per onorare chi è stato fatto saltare in aria da infami terroristi. “E’ solo retorica”, ha stabilito il dirigente scolastico che all’attivo ha un curriculum politico di tutto rispetto: comunista fin nel midollo, si è candidata alle europee con “Sinistra e Libertà”, ha fatto campagna elettorale, ha partecipato a varie trasmissioni televisive per presentare il suo programma, ha un gruppo facebook. E’ stata consigliere comunale di Roma, è fiera di aver fondato il movimento “Non rubateci il futuro” che si batte contro Tremonti e la perfida Gelmini. Una signora che non prova vergogna nell’accostare il simbolo del partito in cui milita al logo della scuola elementare che comanda.

Madama  Salacone, poi, è una donna dotata di ingegno e fantasia: un anno fa, in occasione del primo giorno di scuola, come una scenografa consumata  decise di appendere drappi neri alle finestre in segno di lutto per la morte della scuola italiana. Già, per la dirigente sei ragazzi uccisi da almeno 150 chili di esplosivo valgono niente in confronto al presunto decesso della scuola. “Meglio dedicare il silenzio a tutte le vittime sul lavoro” che ai sei parà, perchè “una vera missione di pace”, dice la preside attivista elettoralmente trombata, “va fatta con dottori e insegnanti, non con i militari!”. E che schifo, poi, “il mancato sostegno agli ospedali di Emergency”, puntualizza la mancata eurodeputata.  E’ davvero ripugnante che neppure davanti a delle bare si possa mettere da parte la politica, l’odio, la propria perversione morbosa. No, tutto viene in secondo piano, l’importante è comunque fare casino, mettersi in evidenza, ribellarsi. E chi se ne frega se facendo ciò si insulta la memoria di chi ha avuto l’unica colpa di trovarsi su una strada della più pericolosa capitale del Mondo a bordo nel momento sbagliato. Uno sputo sulle bare e tutti contenti. Bell’educazione ai bambini della sua scuola: insegnare che esistono morti di Serie A e morti di Serie B, che alcuni vanno onorati e che altri vanno ignorati, solo perché indossavano una divisa.

C’è da chiedersi come questa qui possa ancora continuare a far danni in giro per l’Italia, come possa dirigere un istituto pubblico, come possa impunita dire le sue stronzate quotidiane. Un essere umano che piange e appende drappi neri per contestare un ministro e si gira dall’altra parte davanti ai morti veri non è un essere umano. E’ solo l’ennesimo conato di vomito di un’epoca che credevamo e speravamo finita quarant’anni fa. E che invece,  ahinoi, è ancora viva e vegeta. Sorge allora una domanda, spontanea: ma voi, mandereste i vostri figli nella scuola di questa squilibrata?

Farabutti senza onore

lunedì, 21 settembre 2009
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kabul

Come in ogni tragica occasione, quando ancora il fumo nero dell’infamia era ben visibile nel cielo di Kabul, da Roma partivano gli strali dei soliti noti e di alcune new entry: “portiamoli a casa”, “la missione non serve più”, “exit strategy” e via dicendo. L’uscita dal Parlamento della sinistra radicale non ha quindi spento i vagiti di populismo vigliacco di una classe politica che ormai spesso non riesce più ad indicare una visione di lungo periodo, ed allora quando gli italiani ricordano commossi i loro morti, ecco spuntare gli avvoltoi, pronti a tutto per uno zero virgola in più o per un lancio di agenzia.

Campione, atteso, è stato naturalmente il fattore molisano, che le missioni le ha sempre votate e promosse (tra cui l’inutile missione libanese), anche se Franca Rame lacrimava sangue ogni volta, ma ora che c’è da mietere a sinistra, non si fa scrupoli. Altri hanno seguito, e le numerosi e diverse voci del Governo non sono state un bello spettacolo.

Ironia della sorte vuole che proprio i primi sostenitori della patria vigliaccheria siano quelli che tanto sbraitano ad ogni puttanata (nel vero senso del termine, visto che di questo si parla) del Corriere del Surrey, o della Gazzetta della Catalogna, fingendo indignazione e un po’ sorridendo se Obama sorride alla Merkel ma non a Silvio. Risatine complici e gomitate di approvazione al grido di “hai visto? Non ci cagano, siamo ridicoli”, mentre sbavano al pensiero di una ritirata affrettata, magari lasciando pure viveri e munizioni a Kabul, tanto perché la storia non ha già mostrato al mondo un’Italia che iniziava una guerra da una parte ma non si sapeva dove l’avrebbe terminata.

Novelli promotori senza vergogna e senza onore di un 8 settembre permanente, dopo quello iracheno in salsa Prodi-Turigliatto, ora sbraitano tanto per levare le tende dall’Afghanistan, perché in fondo sarebbe un messaggio splendido dato al mondo ed ai farabutti barbuti: “Se ci fate male noi ce ne andiamo subito eh? Che la mattanza continui, ma per l’amor del cielo, senza di noi, che si è già dato”. Farabutti che si appigliano all’idiozia secondo cui se si spara un colpo allora non è una missione di pace (mai chiesto come mai ci vanno i militari e non i geometri, per dire? O Milly Carlucci?), incoscienti che mettono a repentaglio la vita di altri ragazzi, che siano italiani, francesi, spagnoli, rumeni o americani, sulle cui morti sarebbe però difficile ricamare il solito armamentario di buonismo ideologico, e che contano quindi di meno ai fini della causa.

La distanza tra palazzo e Paese spesso è troppa, ma in questo caso le ragioni degli uomini ed il dolore di un Paese non possono prevaricare la ragione di Stato, che il Governo dovrebbe tenere salda, facendo capire agli Italiani che la differenza tra sentimento e ragione è la stessa che passa tra vendetta e giustizia, e tra vigliaccheria e senso di responsabilità. Chi non lo fa, stando nel palazzo ed essendo perfettamente consapevole della realtà, altro non può essere che un farabutto senza onore.

Questo prete è un grande coglione

sabato, 19 settembre 2009
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Don Giorgio de Capitani è un autentico coglione.

E’ un prete, parroco in quel di Monte di Rovagnate in provincia di Lecco, alla “riscoperta del Cristo radicale“, o meglio di “una sinistra radicale che non ha trovato finora nessun partito ideale in cui trovarmi a mio agio“. Oh, sono tutte parole sue. E’ un coglione, e mica lo diciamo noi, ci mancherebbe. E’ lui stesso ad ammetterlo in un video intitolato, appunto, “Anch’io mi sento un coglione“. E noi ci crediamo, sulla fiducia. D’altronde è un prete. Poi andiamo a leggere il suo blog (che in alto ha un bel bollino rosso, poi capiremo perchè), e qui abbiamo tutte le conferme del caso: Don Giorgio non è un solo coglione, ma un pericoloso ossessionato. Di Berlusconi. Con l’aggravante, tra l’altro, di essere un sacerdote.

Ad esempio, dopo l’attentato a Kabul, che è costato la morte di sei italiani, sei eroi italiani, Don Giorgio Il Coglione sul suo bellissimo blog scrive:

“Perché la morte di sei mercenari vale più di migliaia di disoccupati in un Paese rincoglionito? Perché onorare la morte di mercenari, quando ben pochi si ricordano dei veri testimoni della carità e della giustizia?”

Mercenari, già. E il paragone è un qualcosa di volgare. E’ una bestemmia. Ma che c’entra? Non si sa. Poi definisce il Ministro della Difesa “Ignazio del cazzo” La Russa, tanto per dare un po’ di colore ai suoi articoli. L’intervento è già stato cancellato dall’autore, “obbligato per l’insulto a La Russa, l’insulto avrebbe inquinato, secondo l’Avvocato della Curia, l’intera pagina” spiega Don Giorgio. Non solo coglione, ma anche codardo. E poi annuncia: “Avrò inevitabili sanzioni“. Ecco, ci siamo, dopo i Travaglio, i Sant’Oro e i Luttazzi arriva l’ultimo martire italiano: Don Giorgio da Monte di Rovagnate.

Ma il sacerdote non è nuovo a queste uscite. Leggendo velocemente il suo blog, si scopre una sua autentica passione per Debora Serracchiani, anzi più che passione è amore. Infatti Don Giorgio la mette in guardia, le consiglia di stare attenta ai “nemici“, in particolare a Massimo D’Alema perchè è “un compagno che ti frega“.

Ma oltre all’amore, Don Giorgio ha – come dicevamo - una autentica ossessione per Silvio Berlusconi. Sul suo blog, l’educato sacerdote difficilmente lo chiama per nome, ma preferisce l’appellativo “Demente“. E così Don Giorgio ci racconta del “culo sporco” di Berlusconi, e nei suoi post troviamo tutto il repertorio dei vari Travaglio, D’Avanzo e brutta compagnia: “sfiducia nelle istituzioni”, “uso personale della giustizia”, “demenza politica”, “ha schiacciato sotto i piedi la Politica”, “povero uomo”. Niente di diverso, insomma. Ma Don Giorgio Il Coglione va oltre. Pensate che incolpa Berlusconi, ops, scusate il “Demente“, di essere responsabile del ritorno del latino nelle Messe (Don Giorgio è contrario, anche se “l’ho studiato tanto”).

Ci piacerebbe tanto ascoltare un’omelia del sacerdote. Sarà un comizio. Lui ci tiene alla politica, alla sua Ossessione, al Demente. Pensate che nel menu del suo blog, la “politica” viene prima della “religione“. E’ un po’ particolare questo Don Giorgio. Particolare, e coglione. Tanto coglione. Troppo.

Attacco agli italiani

giovedì, 17 settembre 2009
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Appena successo a Kabul in Afghanistan. Due veicoli colpiti dal solito kamikaze, ci sarebbero sei vittime e diversi veriti tra i nostri militari.  Già rivendicato l’attentato dai talebani.

I veri pericoli per Berlusconi sono i cocktail

giovedì, 30 luglio 2009
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Silvio versione cocktail

Silvio versione cocktail

Più che sulle serate allegre a Palazzo Grazioli in compagnia di escort che tengono il registratore dappertutto, parola di chi la D’Addario l’ha conosciuta bene assai, Berlusconi rischia di fare danni incalcolabili con uscite come quella di ieri sera, durante il cocktail di saluto ai senatori del Pdl, in procinto di partire per le agognate (ma non si sa quanto meritate) ferie estive. Dopo aver ribadito fino all’altro giorno che dall’Afghanistan non ci saremmo mossi mai e poi mai, dopo aver sentito il Ministro della Difesa La Russa dire che “rimarremo laggiù per molto tempo”, il Premier si è lasciato andare ad un’affermazione che rischia di incrinare i buoni rapporti che l’Italia, faticosamente (e anche per merito dello stesso Berlusconi) ha costruito negli anni con gli altri Paesi del blocco occidentale. “Solo dopo le elezioni in Afghanistan potremo pensare attentamente a una exit strategy dal Paese ma solo concordata con gli altri partner”, è stata la frase incriminata.

Innanzitutto non è quello che “i nostri ragazzi” impegnati nella dura guerra contro i talebani vorrebbero sentirsi dire, inoltre perché non è il caso né il momento di pensare a strategie d’uscita dal pantano afghano. C’è una guerra, “noi dobbiamo essere là e far crescere una democrazia”, ha sostenuto il Cavaliere evidentemente indeciso sul da farsi, di conseguenza bisogna dare un segnale forte d’unità e di sostegno alle truppe che quotidianamente mettono a repentaglio la propria vita per mettersi a servizio di una popolazione, quella multietnica del grande Paese asiatico, stremata e disillusa da decenni di schiavitù e sottomissione.

Ogni tanto, sarebbe preferibile pensare prima di sparare le prime cose che vengono in mente, magari per mostrarsi generosi con  qualche alleato che alza un po’ troppo la posta o con qualche ministro che parla di cose che non gli competono e che non conosce. Sarebbe bene per tutti, soprattutto per lei, Cavaliere. E’ su queste cose che rischia di inciampare, non sui registratori intra-tette.