8 marzo 2010

scritto da nick alle 15:52 | Pubblicato in interni | 30 Commenti
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Pareva un disastro irrecuperabile: Lazio e Lombardia sembravano essere destinate ad essere perse con una figura fantozziana. Con la perdita anche di una bella fetta di credibilità di tutto il Pdl.

Berlusconi ha deciso di giocare il tutto e per tutto ed è sceso in campo con una determinazione vicina all’arroganza per cercare di raddrizzare in qualche modo la situazione: ha fatto in modo e maniera di far passare quello che, obiettivamente, ai più sembrava improponibile.

Ma forse, macchiavellicamente parlando, ha avuto ragione lui ancora una volta.

Ha reso evidente il giuoco sporco del Pd, la sua tattica attendista di riconoscere l’obiettiva esigenza di trovare un compromesso per consentire comunque la partecipazione in queste elezioni al partito maggioritario, senza aver fatto alcuna concreta proposta per risolvere la situazione (come infatti ha denunciato Giorgio Napolitano: “non c’erano soluzioni politiche alternative”) e limitandosi poi a denunciare lo scandalo di aver cambiato le regole del gioco mentre la partita era già in corso.

In una situazione in cui la soddisfazione degli italiani per il governo sta diminuendo, sia per il perdurare degli effetti della crisi economica, sia per l’ondata di scandali che hanno coinvolto personaggi del centrodestra, sia per le difficoltà e le divisioni all’interno del Pdl, Berlusconi, con l’indubbia capacità di saper condurre le campagne elettorali sui temi che preferisce, ha colto immediatamente l’occasione e ieri, intervenendo a sostegno del suo candidato in Campania, ha rilanciato lo slogan della «scelta di campo», sul fronte del collaudato motto «o con me o contro di me», una linea che – come giustamente sostiene Luigi La Spina sulla Stampa – da sempre costringe da un lato gli alleati a rinunciare alle ambizioni di una certa autonomia, dall’altro gli avversari ad unirsi nell’antiberlusconismo più scontato. Così cercando di assumere ancora una volta il suo congeniale ruolo di vittima (anche in prospettiva dei prossimi probabili sviluppi della situazione, in primo luogo i ricorsi contro il decreto e l’ostruzionismo alla sua approvazione) e riducendo il significato delle prossime elezioni ad un ennesimo referendum su Berlusconi.

E non è detto che non lo vinca ancora una volta. A dispetto di tutto e di tutti. Compreso la politica.

PS: l’immagine è tratta dal blog di Giovanni Angeli

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8 marzo 2010

scritto da ilsenatore alle 12:03 | Pubblicato in interni | 66 Commenti
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“Quanti sono gli elettori del Pdl in Lazio e in Lombardia? Qualche milione,no? Cosa sarebbe successo se si fosse votato senza la lista del partito di maggioranza? Sarebbe stato eletto un organismo che non avrebbe rappresentato la realtà e rispecchiato davvero la società. Una follia”.

No, queste parole non sono di Bondi o Cicchitto, no no. A parlare così è l’Emerito Scalfaro, chiamato dal Corriere della Sera a commentare il caos liste e tutto il putiferio seguito alla doverosa firma di Napolitano al decreto interpretativo che ha permesso al partito di maggioranza di tornare in campo. E se anche Oscar Luigi Scalfaro, il Peggior Presidente della Repubblica che l’Italia abbia mai avuto, uno dei più acerrimi nemici di Silvio Berlusconi, uno degli ultimi uomini a comminare la pena di morte in Italia (ma dopo aver pregato una notte intera, sia chiaro), un uomo che per hobby schiaffeggiava signore un po’ scollate nei ristoranti, dice che tutto sommato non si poteva lasciar fuori il Pdl con i suoi candidati, significa che davvero tutto questo ragliare per il via libera al decreto è senza senso. Certo, il devoto Oscar Luigi attacca il Premier (le vecchie abitudini sono dure a morire), deprecando che “una persona giunta al vertice della responsabilità rivendichi di continuo un diritto ad avere le mani libere”, ma nella sostanza neppure il vegliardo custode perpetuo della Costituzione può dire che quanto accaduto è un affronto alla democrazia, un golpe, una prevaricazione delle regole e tutto il minestrone di stupidaggini e falsità che negli ultimi tre giorni i dipietrini di viola insciarpati con i loro sparring-partner piddini hanno urlato al Mondo intero.

Forse sarebbe ora di tornare sulla terra, di abbassare i toni e di darsi una regolata. Eviterebbero altre figuracce.

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7 marzo 2010

scritto da daw alle 14:47 | Pubblicato in esteri | 53 Commenti
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Ieri l’autobomba a Najaf: tre morti e tanti feriti. Poi altri attacchi. Colpi di mortaio sulla capitale. Siamo a più di venti morti e oltre cinquanta feriti. Edifici crollati, buttati giù da razzi e bombe. E’ il prezzo, purtroppo provvisorio, per poter votare in Iraq. E’ il prezzo della democrazia. Con un quarto di candidate donne, molte delle quali senza velo e vestite all’occidentale. Alle donne, infatti, spetterà per legge il 25% dei seggi. C’è la campagna elettorale, le città sono invase da manifesti e volantini.

Si vota, e 19.000.000 di iracheni vogliono votare. Intere famiglie faranno chilometri a piedi pur di esprimere il proprio voto. La voglia di immergere il dito nell’inchiostro non ha prezzo, non permette calcoli, non teme la stanchezza. Le liste son addirittura aperte a tutti: cristiani, sunniti, sciiti e laici. Tutti insieme. E pensare che da noi, in Italia, qualche politico populista con ambizioni dittatoriali vorrebbe far intervenire le Forze Armate perché è stato ammesso in lista il più votato partito del Paese. Che lezione. Dall’Iraq.

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6 marzo 2010

scritto da ilsenatore alle 20:42 | Pubblicato in interni | 55 Commenti
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E così, dopo tanto (inutile) sbraitare, dopo aver parlato di golpe e di “decreto criminale”, si scopre che l’errore (se vogliamo essere buoni e non dire di peggio) l’ha commesso la Corte d’Appello di Milano. Sì, perché Roberto Formigoni è stato riammesso in gara, e potrà trionfare alle elezioni regionali di fine mese. Un successo pieno, anche perché il decreto giustamente firmato ieri sera da Napolitano non è servito. Come hanno spiegato il Governatore uscente (e futuro) ed i suoi avvocati, “il Tar ha riconosciuto che l’ufficio elettorale della Corte d’Appello dopo aver accettato la nostra lista non aveva più alcun potere di intervento”. Una cosa che sembrava palese a tutti, anche perché il Consiglio di Stato aveva già ribadito più volte che i difetti contestati al listino di Formigoni non implicavano di certo l’esclusione della lista. Ma si sa, appena si vede l’ombra di Berlusconi, i nostri magistrati vengono colti da un improvviso attacco di bile, con la bava che esce dalla bocca. Un odio accecante che porta a fare di tutto e di più pur di colpire il Cavaliere. E, come stavolta, capita di farla fuori dal vaso, commettendo abusi su abusi.

Un’opposizione che non sa più dove andare a parare: prima giuravano che in caso di esclusione di Formigoni “Penati si sarebbe dimesso da qui ad un anno” (non ci credevano manco loro, ovviamente), adesso vogliono impugnare la sentenza del Tar, anche perché l’unico modo per vincere le elezioni è far fuori l’avversario ancor prima che le urne si aprano. Uno sbraitare fine a se stesso, ridicolo. Perfino Napolitano, eletto da loro e solo loro, ha spiegato chiaramente e nettamente perché quel decreto è stato firmato. Ma a loro, ne siamo sicuri, non andrà bene. Loro si affidano ai timbri quadrati anziché tondi, alla firma in meno, alle varie Corti d’Appello che fanno quello che non potrebbero e non dovrebbero. Se questo è il loro concetto di democrazia, se questo è il loro modo di intendere la trasparenza e la giustizia, siamo felici di essere antidemocratici.

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6 marzo 2010

scritto da ilsenatore alle 12:39 | Pubblicato in interni | 88 Commenti
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Nuovi slogan a sinistra

Gridano al golpe, pensano a mettere in stato d’accusa Napolitano, parlano di “decreto criminale”, si preparano a manifestazioni di piazza. Sono tutti lì, i capi e capetti dell’opposizione, della minoranza, a lagnarsi per il sacrosanto decreto interpretativo che non ha fatto nient’altro che chiarire meglio quant’era già previsto in materia elettorale, senza innovare un bel nulla (e meno male che loro non volevano vincere a tavolino…). Proviamo però a tornare indietro a qualche settimana fa, e andiamo a Bologna. In quel caso a chiedere il decreto, a chiedere urgenza e velocità era il Partito Democratico, che voleva tornare alle urne il più presto possibile. Volevano “il voto subito”, così da cancellare il Cinzia-gate e il ricordo di Flavio il breve, Sindaco di Bologna per meno di un anno. Studiarono emendamenti a decreti, provvedimenti urgenti, leggine ad hoc per il capoluogo emiliano. Speravano di aprire finestre e finestroni tardo primaverili. Niente. E quando si rispose loro che, a causa delle tardive dimissioni di Del Bono, non si poteva far niente, si levarono accuse indignate ed urla di dolore,  denunciando “il vero e proprio scippo della volontà popolare”. Secondo Di Pietro “la verità è che quelli del centrodestra non sono pronti, non gli conviene”, contestando a Berlusconi la mancata leggina per la città delle due Torri: “non trovano un minuto per fare una norma per le elezioni di Bologna”.

Quella volta sì che bisognava fare il “decreto criminale”, il “golpe”. Organizzarono addirittura sit-in per il “Voto breve”, Bersani disse che “è una vergogna vedere lo scarica barile del Governo che non sa decidere a fronte di un sindaco e di un Consiglio comunale che con rapidità ha messo la città in condizione di votare in breve tempo”, chiedendo senza mezzi termini di “votare in tempi assolutamente ravvicinati”. E siccome la legge non lo consentiva, bisognava fare un decreto, perché così pretendeva il Partito Democratico. Loro, i democratici, quelli che pensano solo a difendere la Costituzione, addobbandosi con sciarpe violacee. Poi, però, quando bisogna salvare la poltrona, o tutelare la propria casetta, il proprio fortino, ecco che si deve immediatamente fare una leggina, costi quel che costi. Altrimenti è una violenza da parte della maggioranza che calpesta i poveri cittadini, la solita prevaricazione berlusconiana.

A distanza di un mese, le cose cambiano, e i decreti diventano bastoni fascisti pronti a colpire la democrazia italiana. Si decidessero, una buona volta. Prima di parlare, urlare, fare cabaret, dovrebbero mettere ordine nella propria testa. Una volta fatto ciò, potrebbero pure iniziare a sperare di vincere qualche elezione.

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5 marzo 2010

scritto da daw alle 23:10 | Pubblicato in interni | 173 Commenti
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Il Consiglio dei Ministri ha approvato l’ormai famoso “decreto interpretativo“. Immediate le reazioni dell’opposizione, decisamente sopra le righe. Di Pietro addirittura vuole ricorrere all’uso delle armi, per il Pd si tratta di un trucco, di un golpe, di una vergogna, per i Verdi si tratta di pirateria, per Zingaretti è un “momento buio” e dice di pensare “a chi paga le multe e chi si ferma col rosso”. Insomma, illegale, fascista, incostituzionale e chi più ne ha più ne metta.

In realtà non è proprio così. Queste dichiarazioni servono esclusivamente ad alzare i toni (d’altronde si vota tra poco). Insomma, a raccattare voti. Tutta propaganda. Addirittura stasera su Skytg24 era presente in studio una “costituzionalista” con indosso una sciarpa viola: lascio a voi immaginare il suo parere sul decreto. Ma la stessa Repubblica, invece, cita il parere del costituzionalista Annibale Marini: “Se c’è accordo da parte del capo dello Stato, ritengo che quella di un decreto interpretativo sia l’unica strada praticabile“. Insomma, non è proprio per tutti incostituzionale.

E proprio riguardo alla presunta incostituzionalità, basta andare a leggere alcune sentenze della Corta Costituzionale sulle “leggi interpretative”.

Ad esempio, sentenza numero 123 del 1987:

la funzione dell’interpretazione autentica è quella di chiarire il senso di norme preesistenti, ovvero di imporre una delle possibili varianti di senso compatibili con il tenore letterale, sia al fine di eliminare eventuali incertezze interpretative, sia per rimediare ad interpretazioni giurisprudenziali divergenti con la linea politica del diritto voluta dal legislatore.

Chiarissimo, no?Chiarire il senso di norme preesistenti“, anche per “rimediare ad interpretazioni giurisprudenziali divergenti con la linea politica del legislatore“. Perfetto. Anzi, la legge interpretativa rappresenta uno strumento perfetto per far prevalere la linea del legislatore in caso di contrasti giurisprudenziali.

Ancora: l’unico limite che incontrano le leggi interpretative, ed è la sentenza 155 del 1990, è rappresentato dall’articolo 25, comma secondo, della Costituzione (che è materia penale).

E sulla retroattività tanto contestata il problema non si pone nemmeno. La retroattività, in una legge interpretativa, è “intrinseca”. Ed è pure ovvio, scontato e banale, visto che va ad interpretare una legge precedente (che comunque non va a sostituire).

———

Aggiornamento ore 23.40 - Il Capo dello Stato ha firmato il decreto del governo, che verrà a questo punto pubblicato domani in Gazzetta Ufficiale. Dal Quirinale si afferma che il decreto è stato firmato dopo aver constatato che si tratta effettivamente di una legge interpretativa.

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5 marzo 2010

scritto da daw alle 21:35 | Pubblicato in interni | 44 Commenti
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Il consiglio dei ministri dovrebbe varare in serata un decreto interpretativo per permettere la regolare competizione elettorale in Lombardia e Lazio. Nel frattempo, merita di essere registrato il solito tono garbato e per niente sopra le righe di quell’istigatore violento, fascista e socialmente pericoloso che corrisponde al nome di Antonio Di Pietro:

Di Pietro: “Abuso di potere. Andrebbe fermato con le forze armate”

Quest’uomo è impazzito. Dopo che lui e gli altri compagni di merende hanno portato un pazzo a tentare di uccidere Berlusconi, oggi alzano ancora il tiro. Le forze armate. Le bombe. Gli spari. Di Pietro vuole il morto nelle piazze?

——————————————————–

aggiornamento ore 22.00

Approvato dal Consiglio dei Ministri il decreto legge “interpretativo”. In sala stampa Maroni ha spiegato che “non cambia e non modifica le leggi esistenti”. Secondo il Ministro dell’Interno il decreto legge potrebbe essere pubblicato già domani sulla Gazzetta Ufficiale.

Su Repubblica leggiamo:
“E’ una forzatura non costituzionale. E’ evidente che la retroattività è incostituzionale: per porre rimedio a una situazione complicata, si è fatto peggio”. Così Giorgio Rebuffa, professore di Diritto costituzionale all’Università di Genova. “Se c’è accordo da parte del capo dello Stato, ritengo che quella di un decreto interpretativo sia l’unica strada praticabile”, sostiene il costituzionalista Annibale Marini.
Come vedete, ci sono diversi pareri. Ora ci sarà la gara a raccontare e descrivere questo decreto come fascista, illegale, incostituzionale, irresponsabile (come ha fatto su Skytg24 una “esperta costituzionalista” con al collo una sciarpa viola – ve lo giuro), ma evidentemente non è proprio così.

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5 marzo 2010

scritto da ilsenatore alle 18:09 | Pubblicato in interni | 43 Commenti
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Sembra quasi che la materia elettorale sia diventata improvvisamente un tabù, una cosa sulla quale nessuno può mettere mano. Un dogma di fede, che solo a toccarlo si rischia di andare all’Inferno. Basta ascoltare quanto i vari costituzionalisti vanno a dire in giro, sui giornali o in tv: impossibile qualunque azione del Governo o del Parlamento in questo momento. Eppure, i precedenti che smentiscono queste illustri opinioni ci sono, e non sono neanche pochi. Prendiamo il 1995: Oscar Luigi Scalfaro firmò senza batter ciglio un decreto legge per spostare la scadenza dei termini per la presentazione delle liste. Il motivo? Aiutare chi rischiava di non potersi presentare. L’anno prima, il peggior Presidente della Repubblica che l’Italia ricordi decise di sciogliere le Camere, indicendo le elezioni per il 27 marzo. Panico: i referendum voluti da Pannella rischiavano di essere mandati al macero. Sciopero della fame, della sete e solito teatrino radicale, con incatenamenti, imbavagliamenti, eccetera eccetera. Risultato, il Governo si intenerì e varò un decreto legge che prorogò di ben otto giorni il termine per la raccolta delle firme per le liste e di sette quello previsto per l’invio delle firme alla Cassazione. Pannella felice e contento, smise di denutrirsi e disidratarsi e riprese a mangiare e bere.

Venendo ad epoche più recenti, potremmo citare il caso-Lazio di cinque anni fa: la lista della Mussolini fu esclusa in prima battuta perché le firme non erano regolari (toh!). Poi, però, il Consiglio di Stato la riammise. Verrebbe da chiedersi se quelle firme erano o non erano regolari. Non lo sapremo mai. In Basilicata, anno del Signore 2000, una lista fu prima esclusa e poi riammessa. Il Prefetto decise di posticipare il voto per consentire agli esclusi poi recuperati di fare campagna elettorale. E del Molise vogliamo parlarne? Sempre nel 2000 furono ammesse ben due liste senza requisiti (Verdi e Comunisti Italiani), ma nessuno se ne accorse (maddai!). Si votò, l’Ulivo vinse per 600 voti e solo dopo ricorso della Casa delle Libertà il Tar sentenziò che sì, effettivamente quelle due liste non erano state autenticate. Il Consiglio di Stato confermò il verdetto del Tar e si tornò alle urne.

Come si vede, in materia elettorale i precedenti di correzioni in corso d’opera ci sono sempre stati. E di certo non ci si può scandalizzare se oggi si tenta legittimamente di far votare i cittadini per quello che vogliono, evitando così una corsa falsata in partenza e senza senso.

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