Archivi per la categoria ‘esteri’

Di Pietro: vattene in Iraq

domenica, 7 marzo 2010
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Ieri l’autobomba a Najaf: tre morti e tanti feriti. Poi altri attacchi. Colpi di mortaio sulla capitale. Siamo a più di venti morti e oltre cinquanta feriti. Edifici crollati, buttati giù da razzi e bombe. E’ il prezzo, purtroppo provvisorio, per poter votare in Iraq. E’ il prezzo della democrazia. Con un quarto di candidate donne, molte delle quali senza velo e vestite all’occidentale. Alle donne, infatti, spetterà per legge il 25% dei seggi. C’è la campagna elettorale, le città sono invase da manifesti e volantini.

Si vota, e 19.000.000 di iracheni vogliono votare. Intere famiglie faranno chilometri a piedi pur di esprimere il proprio voto. La voglia di immergere il dito nell’inchiostro non ha prezzo, non permette calcoli, non teme la stanchezza. Le liste son addirittura aperte a tutti: cristiani, sunniti, sciiti e laici. Tutti insieme. E pensare che da noi, in Italia, qualche politico populista con ambizioni dittatoriali vorrebbe far intervenire le Forze Armate perché è stato ammesso in lista il più votato partito del Paese. Che lezione. Dall’Iraq.

A morte Hitler

martedì, 9 febbraio 2010
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Hitler

Assalto all’Ambasciata italiana di Teheran. Eh sì, è capitata pure questa. Non c’è niente da fare, le fedeli milizie degli Ayatollah iraniani si confermano ancora una volte incredibilmente attratte dalle Ambasciate, che tanto amano prendere a sassate. Stavolta è capitato a noi. Il motivo? Beh, è semplice: il discorso di Silvio Berlusconi in Israele la scorsa settimana, nel corso del quale non ha avuto la paura che tanti altri leader euroamericani hanno di condannare senza se e senza ma il criminale regime iraniano, capeggiato dal cazzottaro Khamenei (siamo curiosi di sapere in cosa consisterà il pugno in faccia che giovedì assesterà all’Occidente intero) e dal suo cagnolino dai capelli sporchi Ahmadinejad, quello che per hobby riscrive i libri di storia. Un assalto in piena regola di decine di basiji, i fedeli paramilitari governativi. I manifestanti hanno provato a divellere un cartello stradale, ma sono stati fermati dalla polizia iraniana che, ambiguamente, si è limitata a “contenere” gli esagitati. “A morte Berlusconi”, “A morte l’Italia”, urlavano i miliziani. A quanto pare, tuttavia, non ci sono danni seri alla nostra sede diplomatica.

Nella drammaticità dei fatti di oggi, però, si può vedere come le parole severe, serie e chiare di Berlusconi abbiano avuto effetto. Non sono passate come acqua di rose, non sono finite nel dimenticatoio dei milioni di discorsi che i politici fanno tutti i santi giorni. No, il Presidente del Consiglio italiano, tanto dileggiato, sputtanato, preso in giro, ha toccato un nervo scoperto: ha guardato in faccia il claudicante regime e si è schierato dalla parte di Israele, “unica democrazia del Medioriente”, arrivando anche a paragonare Ahmadinejad ad Hitler. Cose che la realpolitik della Vecchia e bolsa Europa degli inutili summit e vertici bilaterali aveva sempre evitato di fare, perché il bilancino del politicamente corretto è sempre da tenere in considerazione, altrimenti il consueto cerchiobottismo condito di dichiarazioni di facciata e interessi segreti da coltivare va a farsi benedire.

No, stavolta le carte in tavola sono state cambiate, e a cambiarle è stato Silvio Berlusconi. Ed il nervoso assalto di oggi è solo la dimostrazione che le crepe nel muro del regime si stanno aprendo sempre di più, che la situazione sta sfuggendo di mano agli oligarchi di Teheran. L’auspicio è che la picconata definitiva non tardi ad arrivare.

Grazie Israele: “Vi ringraziamo per il fatto di esistere”

mercoledì, 3 febbraio 2010
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“Noi liberali di tutto il Mondo
vi ringraziamo per il
fatto stesso di
esistere”.

E’ questa la frase-simbolo del breve ma toccante discorso che Silvio Berlusconi, come solo pochissimi altri leader mondiali, ha tenuto alla Knesset, Parlamento israeliano. E’ il momento indubbiamente più alto di una visita storica, che ripropone l’Italia come Paese che sa decidere da che parte stare e che sa imporsi sulla scena internazionale. Unico Paese che non usa il doppiogiochismo e i tentennamenti tipici di altre pseudo-potenze europee, che magari con la bocca sorridono a Tel Aviv e contemporaneamente strizzano l’occhio a Hezbollah, Hamas & co.

Berlusconi ancora una volta si è dimostrato capo di governo rispettato, “leader coraggioso, combattente della libertà, fautore della pace”, come ha voluto sottolineare un calorosissimo Netanyahu in questi giorni. Ha piantato l’ulivo, è stato in pellegrinaggio allo Yad Vashem, si è inchinato davanti alla bandiera con la Stella di David. Cose che pochi hanno fatto. Si è beccato la furiosa reazione del neo-nazista Ahmadinejad, che nella pausa tra un’impiccagione ed un’altra, ha minacciato l’Italia di irrigidimento nelle relazioni bilaterali da parte di Teheran. Anche questo è un bene. Mai come ora il nostro Paese ed Israele sono vicini, vicinissimi: i tempi delle passeggiate a braccetto con i terroristi assassini di Hezbollah sono un triste ricordo.

“Mi sento uno di voi dal giorno in cui ho visitato Auschwitz”, ha detto (tra gli applausi scroscianti dei deputati) un commosso Berlusconi, ancor più commosso dal ricordo che Netanyahu ha fatto dell’adorata Mamma Rosa, “donna coraggiosa incinta di otto mesi che ha salvato dalla furia nazista una ragazza ebrea”. Amicizia solida, duratura, profonda. Un’amicizia giusta. Non si può stare dalla parte dei lanciatori di razzi, non si può trattare con quegli assassini che amano farsi saltare in aria sugli autobus affollati. E Berlusconi, questo, l’ha ripetuto più volte, con coraggio. Sì, perché non ha avuto problemi a dire anche che è giusto restituire le terre occupate ai palestinesi, e le alture del Golan alla Siria. Cose che solo tra amici si possono dire senza preoccuparsi di incrinare i rapporti.

Un esempio di come si fa politica estera, di come un Paese un po’ troppo spesso sputtanato (spesso per invidia) dai panzoni della Vecchia Europa sa essere grande ed autorevole. Noi, “migliori amici di Israele”, noi che sappiamo riconoscere l’infame barbarie delle leggi razziali. E lo facciamo lì, davanti alle vittime di folli errori, di crimini che la storia ha condannato abbondantemente, ma che qualche esaltato con i capelli unti ancora mette in dubbio, minacciando di annientare tutto e tutti con una bomba nucleare. “Silvio, carissimo amico italiano, deve essere un esempio per tutti i leader del Mondo, lo stimiamo e lo amiamo”. No, non sono parole nostre, ma di un Primo Ministro di uno Stato estero, di un grande popolo che sa cosa sia la sofferenza e la dignità. Israele.

Felice anniversario Presidente Obama

mercoledì, 20 gennaio 2010
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Era la rappresentazione in carne e ossa del cambiamento, della speranza, change&hope, il primo presidente nero, giovane, bello (?). Oggi, dopo un anno, non c’è stato nessun change, e la speranza ormai è un lontano ricordo. Per carità, era tutto prevedibile, ma l’euforia collettiva che ha investito il mondo dopo la vittoria di Obama è finita. Forse è rimasto un po’ cool, consoliamoci con questo.

Un conto è fare comizi, un conto è comandare. Un conto è criticare Bush, un conto è governare gli Stati Uniti. Perché poi, nei fatti, al di là degli annunci che tanto piacciono ai Zucconi italiani, la sostanza rimane ben diversa. Ed è una sostanza che è simile, molto simile, a George W Bush. Perché Guantanamo è ancora lì, aperta, ha aumentato il budget a disposizione del Pentagono, ha lo stesso ministro di Bush (come i generali, sempre loro). E gli Stati Uniti sono ancora in Iraq, esattamente come con Bush (non se ne è andato un soldato, e per fortuna: Obama non è certo un vile come Prodi o Zapatero). E in Afghanistan? Ha aumentato i soldati (il triplo). Inoltre, nel silenzio internazionale di tutti i media bombarda ogni giorno il Pakistan (con morti). Obama è in guerra, più di Bush.

Nella notte, inoltre, è arrivata la ciliegina sulla torta del primo anniversario: i democratici hanno perso il Massachusetts, storica roccaforte progressista. Ha vinto un repubblicano, Scott Brown, uno che in passato posò nudo su Cosmopolitan. E che ora rischia di ridimensionare seriamente la riforma della sanità voluta da Obama.

Buon anniversario Presidente Obama.

L’America di Obama in tilt per un paio di mutande esplosive

martedì, 5 gennaio 2010
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Prima l’uomo di Detroit che ha tentato di fare una strage con le sue mutande esplosive, ultima trovata dei produttori industriali di terrorismo islamico, poi l’uomo di Newark, che è riuscito a entrare nell’area dell’imbarco passando dal varco d’uscita del check-in (causando ritardi pari a 7 ore nei voli). Stati Uniti di nuovo nel panico, quindi. Come non lo erano da tempo. Il tutto mentre Obama, il tenditore di mani a soggetti come Khamenei e degni sodali (ottenendo in cambio la minaccia della crocifissione per chi vuole libertà), se ne stava in vacanza alle Hawaii, meditando quali teste tagliare appena sarà tornato a Washington. La lista è lunga, anche perché la cilecca dei servizi di sicurezza, colpevoli di aver soprasseduto su una segnalazione che avrebbe far drizzare tutto il drizzabile, è imperdonabile. E la risposta del pacifista Obama, fresco di commovente Nobel for Peace ad honorem, qual è? Semplice, teorizzare bombardamenti qua e là su Yemen e Somalia, tanto per cominciare. Certo, là ci sono covi di tagliagole e pirati, quindi qualche razzo caduto dal cielo potrebbe giovare alla causa.

Ottimo. Se non fosse che questa era la stessa identica strategia messa in atto da quell’assassino sanguinario di Bush. Andare a picchiare duro là dove il male cresceva e si radicava, là dove i terroristi si moltiplicavano come conigli. E’ il caso dell’Afghanistan, tanto per fare un esempio. Ma ora, invece, gli sbandieratori della Pace e gli impiccatori di manichini a stelle e strisce dormono. Salvo rare eccezioni proseguono il loro lungo letargo,perché si sa… i sogni son duri a morire… Celebrato da tutti, santificato dai media (soprattutto europei), il Presidente più cool sta guidando un Paese che ha paura (di nuovo) di salire sugli aerei, che è sempre più insicuro, e che sembra ripiombato nell’incubo della vulnerabilità. Bush, con tutti i suoi difetti, aveva eretto un muro a difesa degli States. Aveva usato il pugno di ferro contro aggressori entrati in azione o anche solo pronti al martirio e alle famose vergini che Allah avrebbe messo loro a disposizione.

Ora, nonostante inchini deferenti, strette di mano, sorrisoni a cinquanta denti e mani tese, la più grande potenza del pianeta è messa sotto scacco da un paio di mutande esplosive e da un folle che entra nell’area d’imbarco di Newark passando dal varco d’uscita. Se questo è il tanto declamato change, forse era meglio quello che c’era prima. Almeno non si bloccava un Paese per una mutanda esplosiva.

Il grande giornalismo d’America: “Babbo Natale verrà alla Casa Bianca?”

mercoledì, 23 dicembre 2009
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Regalo di Natale per daw-blog.com: da oggi un nuovo acquisto, Massimo Falcioni. Benvenuto a bordo Max!


Mettete insieme
una delle maggiori emittenti televisive della nazione, la più popolare stella del piccolo schermo  ed un Capo di Stato che, con l’intera famiglia, si racconta ed augura un buon natale al Paese. Ne otterrete uno spettacolo di successo, intitolato Christmas at the White House”.

Ma di cosa si tratta esattamente? Semplice: di un lungo speciale trasmesso in prima serata dal canale “Abc”, nel quale il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama per l’appunto, apre le porte della sua “casa” ad Oprah Winfrey, una delle donne più potenti del globo. Se poi considerate che quest’ultima è stata la più convinta ed influente sostenitrice del Presidente democratico durante la sofferta campagna elettorale con John McCain (e ancor prima con Hillary Clinton), l’anomalia è davvero completa.

Immaginatevi infatti cosa accadrebbe se il “format” venisse, “malauguratamente”, importato in Italia. Pensate ad un’importante rete televisiva, ad uno spazio in “prime time” concesso al Premier, al Presidente del Consiglio che in braccio tiene i suoi figli (a dire il vero un pò grandicelli) e per mano la sua consorte (è vero, eventualità questa, altamente improbabile). Piazzateci poi Bruno Vespa (anche se, visto il paragone con la Winfrey, i nomi di Fede o Belpietro sarebbero più idonei), autore di domande tutt’altro che scomode e il mix è completato.

Imminenti e furibonde sarebbero le reazioni. La sinistra  griderebbe al “regime”; Grillo e Di Pietro riaffollerebbero le piazze e il conduttore di “Porta a Porta” finirebbe alla gogna. Un pò come capito lo scorso settembre, quando Berlusconi scelse proprio il salotto di Vespa per celebrare il suo “miracolo abruzzese” post terremoto.

Ma torniamo alle questioni poste al Presidente Obama nel corso del faccia a faccia. «E’ cambiato il rapporto con Michelle da quando è stato eletto?», «Crede che il suo sia un matrimonio da invidiare?», «Babbo Natale verrà alla Casa Bianca. Interrogativi vitali, indispensabili, che hanno completamente oscurato altri argomenti quali il recente rifinanziamento della missione in Afghanistan, la mancata chiusura del carcere di Guantanamo (al contrario proclamata in due anni di campagna elettorale) ed il rifiuto ad aderire al Trattato contro le mine anti-uomo.

Questa è l’America di Barack, che nessun autore di libretti-for-dummies, come Travaglio, racconta, ma che tutti celebrano. A conti fatti, qualcuno è ancora convito di trovarsi in un’atipica dittatura mediatica?

Massimo Falcioni per daw-blog.com

C’è qualcosa di grande tra di noi

sabato, 5 dicembre 2009
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Alla fine, gli unici (o quasi) che dicono sì a Mister Obama siamo noi. Il Governo Berlusconi, infatti, si è dimostrato subito disponibile a rinforzare il proprio contingente in Afghanistan, andando incontro alle richieste americane e rispondendo presente alla supplica della NATO, che non sa che pesci pigliare per tirarsi fuori da quel pantano. La tanto dileggiata Italia, quella che conta meno di zero, quella su cui tutti si divertono a sparare letame, ha ricevuto pubblici apprezzamenti da parte della Casa Bianca. “Lasciatemi ringraziare il Governo e il popolo italiano. L’Italia è stato un alleato di ferro per tanti anni in Afghanistan e con questa decisione ha assunto un ruolo guida, ha detto Hillary Clinton. Dichiarazioni di facciata e scontate? E’ possibile. Sta di fatto che il Segretario di Stato americano ha ringraziato e lodato pubblicamente l’Italia, e non Francia e Germania, che codardamente si sono tirate indietro, mostrando ancora una volta come sia facile fare i grandi con i discorsi e gli inutili vertici, mentre quando c’è da andare in prima linea, ci si tira indietro come conigli.

Certo, i soliti menagrami rifondaroli accuseranno Berlusconi di essere un assassino con le mani sporche di sangue, di mandare al massacro giovani ragazzi pieni di aspettative per il futuro. Insomma, il consueto  indecente blaterare di chi non ha mai alzato il culo dalle proprie comode poltrone di pelle, salvo (magari) per andare a manifestare contro qualcosa o qualcuno nella piazza sottocasa. In questa prima guerra del nuovo millennio, una guerra per la libertà e la civiltà che dovrebbe trovare tutti concordi, il nostro Paese è in prima fila.

Dovremmo esserne orgogliosi, dovremmo essere uniti. Invece, ne siamo certi, tra qualche giorno inizierà la nota tiritera di coloro che sono abituati a sputare nel piatto in cui mangiano, avvezzi a dire sempre e solo che facciamo schifo e siamo l’essenza del ridicolo; quelli che vanno a sputtanare l’Italia organizzando NO-B day in giro per l’Europa. Torneranno ad alzare la testa i teorizzatori delle missioni civili in teatri di guerra, quei pacifisti convinti che si possano mandare soldati disarmati in giro per le valli afghane. Quelli che quarant’anni fa invitavano a mettere fiori nei cannoni, dimostrando ancora una volta di vivere in un mondo che non c’è. Quella afghana è una guerra giusta, che va vinta. Costi quel che costi. E noi, ancora una volta, siamo lì a combattere, a dimostrare che l’Italia sa essere anche un Paese responsabile, che assume impegni in sede internazionale e li porta fino in fondo. Nonostante tutto quello che si dica sul nostro folklore. Una volta tanto, a vergognarsi  e a tenere la testa bassa devono essere gli altri. Quelli che si credono grandi senza aver mai fatto niente di grande.

La Cuba “più diversa e più libera” amata da Gianni Minà…

domenica, 8 novembre 2009
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Dite a Gianni Minà, colui che si è autodefinito “l’artista che ha affermato la televisione e il suo linguaggio”, che la bloggera che tanto detesta, quella che ha la colpa di non vedere e di non raccontare al Mondo diffidente “le conquiste sociali che rendono Cuba diversa, più libera”, è stata brutalmente sequestrata e picchiata da agenti della Sicurezza dello Stato.  “Mi hanno tolto i vestiti, mi hanno messo le gambe verso l’alto e la testa in giù per caricarmi in macchina”, ha raccontato Yoani Sanchez, curatrice del blog Generacion Y. “Con un ginocchio mi facevano forza contro il petto e io gli stringevo i testicoli. Poi mi hanno picchiato in testa.

Gli energumeni del civilissimo e democraticissimo governo dei fratelli Castro le avrebbero anche detto “fino a qui sei arrivata. Non farai più niente”. Insomma, un avvertimento molto chiaro in perfetto stile mafioso. Ma siamo sicuri che anche stavolta il prode amico dei dittatori ribadirà che si tratta di squallide mistificazioni, di episodi riconducibili a quellosforzo palese per controbattere il vento di simpatia nei riguardi di Cuba che spira nel continente latinoamericano e anche nella parte progressista degli Stati Uniti”. Ne siamo certi.