11/9: tra George W e i soliti complottisti
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Avrebbero fatto a bene a guardare attentamente lo straordinario documento trasmesso l’altra sera da National Geographic, l’intervista a George Bush sull’11 Settembre, tutti quei gradassi che per anni hanno scritto pagine di commenti al vetriolo contro la (presunta) politica imperialista del petroliere texano diventato furbescamente Presidente. Avrebbero dovuto ascoltare le parole dell’ex inquilino della Casa Bianca tutti i vari Giulietto Chiesa che affollano il Pianeta. Bastava guardare l’espressione di Bush per capire il dramma personale vissuto in quei tragici momenti. Il Mondo che crollava addosso, una guerra mai esplicitamente dichiarata all’America che necessitava di una risposta forte, concreta, immediata. Risposte chiare da parte di un uomo che da una tranquilla scuola della Florida fu catapultato in pochi istanti in un vero e proprio inferno.
George Bush ha raccontato quei minuti, quei secondi. Ha spiegato perché rimase calmo, seduto, mentre il capo di gabinetto Card, uomo “dal marcato accento del Massachusetts” gli diceva all’orecchio che un secondo aereo si era schiantato sull’altra torre del World Trade Center. Lo fece perché “in una situazione di crisi la prima cosa che deve fare un leader è proiettare un senso di calma”. Un leader che, nonostante il parere dei servizi segreti, decise di tornare a Washington nel bel mezzo dell’attacco qaedista, perché “un Presidente non può rimanere chiuso in un bunker quando il Paese vuole sentire la sua voce”.
Il documentario ci ha svelato un Bush molto più profondo di quanto fosse sembrato nei suoi otto anni di presidenza. Un uomo che conserva visibilmente nella sua mente ogni istante di quella giornata che ha cambiato la storia. Un uomo capace di commuoversi raccontando l’impotenza nel vedere uomini e donne gettarsi dalle twin towers in fiamme. Un uomo che con gli occhi arrossati e la voce spezzata ricostruisce il momento in cui diede l’ordine di abbattere ogni aereo civile e commerciale che non rispondesse più agli ordini lanciati da terra.
Parole e discorsi che stridono come non mai davanti alle vomitevoli teorie su complotti e cospirazioni. Hanno tirato dentro di tutto, dagli ebrei agli stessi americani, fino ad arrivare a dire che quegli aerei non erano altro che ologrammi.
Peccato che in quegli ologrammi ci fossero centinaia e centinaia di persone. Padri e madri, bambini e nonni mai tornati a casa dai propri cari. Famiglie intere che ancora piangono e maledicono quella mattinata in cui il Mondo si fermò.




