The Battle for Capitol Hill
Saranno state tutte quelle brioches mangiate da Michelle a Marbella, sta di fatto che, molto lentamente, i repubblicani (seppur sempre dilaniati al loro interno) continuano a rosicchiare punti nei sondaggi verso le mid-term del prossimo novembre. Il dato più significativo della settimana è il sorpasso in Ohio, nell’aria già da un po’: Rob Portman si è infatti portato a +1,8% sul democratico Lee Fisher. Avanzata anche in Florida, dove il repubblicano Rubio cresce leggermente e riduce di mezzo punto la distanza che lo separa dall’indipendente Christ, che comunque veleggia abbastanza sicuro verso Capitol Hill. In Colorado si gioca sul filo di lana, con il rappresentante del GOP, Buck, visto davanti da tutti i sondaggisti tranne che da Public Policy Polling, istituto democratico. Respira invece il leader obamiano al Senato Reid, tornato ad un confortante +2,5% sulla Angle in Nevada. Altro dato interessante è l’aggiornamento che ci giunge dall’Illinois, casa di Obama: il repubblicano Mark Kirk avrebbe oltre due punti di vantaggio sul democratico Alexi Giannoulias. Perdere in casa sarebbe un ulteriore smacco, ed è per questo che la macchina da guerra presidenziale è pronta a fare di tutto per portare Giannoulias a vincere la sua partita.
Ad oggi, la situazione vede i Dem ancora avanti con 52 seggi (di cui 48 certi) e i Rep fermi a 47 (con 43 scranni già sicuri). Christ unico indipendente (lasciando Lieberman tra i democratici). Una situazione che si sta stabilizzando, ma che potrà ancora riservare sorprese. Il partito del Presidente è nervoso, anche perché ormai dà per persa la Camera (i sondaggi su questo sono pressoché concordi). Un nervosismo che porta alcuni esponenti ad andare oltre le righe, come avvenuto in New Hampshire, dove un deputato è riuscito a dolersi del fatto che sull’aereo precipitato del fu senatore dell’Alaska Ted Stevens non ci fosse Sarah Palin. Toni inconsueti anche per la bizzarra democrazia americana. Sarà interessante vedere l’effetto che avrà sull’elettorato la dichiarazione di Barack Hussein Obama favorevole alla costruzione del centro culturale islamico a Ground Zero. Una mossa che potrebbe costargli caro, specie in quegli Stati storicamente repubblicani che all’ultima tornata elettorale per il Congresso premiarono i candidati anti-Bush. Quella frase soprattutto, “This is America”, potrebbe segnare il suo rapido e triste declino.
Nonostante le patetiche e sconcertanti retromarce ferragostane, secondo le quali il Presidente non sarebbe favorevole alla Moschea con vista cratere WTC, ma solo favorevole al diritto dei musulmani di poterla costruire, la frittata è stata fatta. Contorsionismi degni di un navigato democristiano nostrano, che indicano solo il binario morto sul quale viaggia il bagaglio rivoluzionario del messaggio salvifico obamiano. This is America, appunto.
lunedì 16 agosto 2010 ore 15:25
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RANDAGIO
16.08.10 17:51 at 17:51
I fans guerrafondai che non amano particolarmente l'abbronzato Obama, hanno sempre la speranza che, se verra rieletto, il suo prossimo mandato sarà anche l'ultimo.
Tu pensa noi italiani che siamo cosi sfigati che ogni volta dobbiamo attendere il passaggio a miglior vita di tutti coloro, che una volta eletti democraticamente (con una legge elettorale fatta ad personam), si credono di essere degli imperatori
La storia ci insegna che prima o poi tutti i regimi cadono ….
ilsenatore
16.08.10 17:59 at 17:59
veramente non è una speranza, bensì una constatazione.