Il falso scoop di Travaglio
Riceviamo e pubblichiamo.
Presentata come un ecceziunale sgub, di biscardiana memoria, la recente, lunga intervista del nuovo procuratore generale di Caltanisetta, Roberto Scarpinato, a Marco Travaglio ( “100 persone nascondono i segreti sul sistema criminale” ) contiene non poche tesi inesatte e non convincenti, sul piano politico e storico.
Secondo Scarpinato - già sostituto di Caselli, a Palermo, durante il mega-processo ad Andreotti, conclusosi con un mega-flop giudiziario – l’obiettivo del “sistema criminale” sarebbe stato quello di impedire l’ avvento al governo dei Progressisti, con le stragi e” mediante la creazione di un nuovo soggetto politico, che avrebbe dovuto conquistare il potere”: chiaro il riferimento a “Forza Italia” di Berlusconi e Dell’ Utri.
Ma le cose, in quei drammatici primi anni 90, non andarono cosi’. La gioiosa macchina da guerra fu sbaragliata da un neofita della politica, Silvio Berlusconi, che sfruttò non già il presunto aiutone, con il tritolo, di Riina e degli altri boss stragisti di Palermo, bensì gli errori, le incertezze, i limiti del segretario del PDS, il modesto, anzi il “tecnicamente obsoleto” ( Max D’ Alema dixit ) Occhetto, e le divisioni, profonde, nel centro- sinistra sulla scelta del competitor, da contrapporre all’abile Cavaliere. E, infatti, in quegli anni, i mafiosi considerarono come interlocutori, politici ed istituzionali, non i declinanti, e infine travolti da Tangentopoli, capi della DC e del PSI, bensì i leader della sinistra, come dimostra la lettera di don Vito Ciancimino a Violante, nell’ ottobre del 92.
Inoltre, se il progetto, citato da Scarpinato, fosse stato programmato con meticolosità, e si fosse snodato su entrambi i piani, politico e militare, evidentemente, le menti degli ideatori si sarebbero dimostrate molto confuse e del tutto prive di lucidità e freddezza, nelle analisi e nelle previsioni. Infatti, alla fine del 1994, il primo governo Berlusconi, dopo pochi mesi di navigazione, si infranse sugli scogli dell’ avviso di garanzia, con cui Tonino Di Pietro si proponeva di “sfasciare” il premier, del ribaltone di Bossi e del via libera di Scalfaro ad un esecutivo di transizione, guidato da Dini. E, nel 1996, ultima doccia fredda per i presunti, maldestri, golpisti della “polimafia”: a Palazzo Chigi non tornò l’ Uomo di Arcore, “sostenuto dalle cosche” , bensì si insediò Romano Prodi, il leader del centro- sinistra, che era stato designato dal segretario del partito dei post- comunisti, lo scaltro D’ Alema.
Dichiarazioni, quelle di Scarpinato, forse ancora più eclatanti, e inopportune, rispetto a quelle del sostituto procuratore di Caltanisetta, Gozzo, poi in parte ridimensionate e smentite, parzialmente, su richiesta di Pisanu, dal capo del suo ufficio, Sergio Lari ( “dalle nostre inchieste, scaturirà una verità sconvolgente, che difficilemte potrà essere sopportata dalla politica!” ).
Sfruttando gli assist di Travaglio, il nuovo pg nisseno non si limita a delineare il quadro giudiziario delle inchieste, ma lancia avvertimenti e allusioni politiche: “l’ omertà di quanti sanno cadrà soltanto quando il sistema di potere entrerà in crisi“. Molto pesante, l’ attacco – in sintonia con quello sferrato dal finiano, giustizialista, Granata - alla autonoma, e condivisibile, decisione della Commissione ministeriale, presieduta da Mantovano, di negare al killer della cosca dei Graviano, Gaspare Spatuzza, lo status e i benefici, riservati ai collaboratori: “ i boss possono dedurne che lo Stato non è compatto nel voler conoscere la verità sulle stragi“.
Si imporrebbe un monito, da parte del CSM, ai capi e ai sostituti delle Procure a lavorare, con dedizione e serietà, su inchieste cosi’ delicate, esternando solo dopo aver acquisito risultati e prove certe, 20 anni dopo quel che Scarpinato definisce l’oblio organizzato. Insomma, è di gran lunga preferibile la discrezione delle toghe al confuso e quasi giornaliero profluvio di dichiarazioni, destinate ad attizzare il fuoco delle polemiche, inevitabili, se un alto magistrato arriva a sconfinare in campi non suoi. Come quando l’ex collaboratore di Giancarlo Caselli fa capire che, qualora questo governo dovesse continuare a barcollare, sotto i colpi delle Procure, e il premier fosse costretto alle dimissioni, si aprirebbero più ampi squarci di verità sui responsabili e sugli ideatori delle stragi.
(di Pietro Mancini)
giovedì 29 luglio 2010 ore 08:01
(C) DAW-BLOG/DAW-NEWS RIPRODUZIONE RISERVATA










andrea
29.07.10 15:35 at 15:35
ma quante cavolate hai scritto
innanzitutto andreotti è stato riconosciuto colpevole ma prescritto
poi la mafia non stringerebbe mai accordi con comunisti o ex che siano
e il csm dovrebbe ammonire? è più inquinato di berlusconiani dei fiumi campani..
Asdrubale88
29.07.10 22:12 at 22:12
Mangano era già inserito nella villa di berlusconi. Nella VITA di berlusconi.
Definito da Borsellino una delle teste di ponte dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia.
E tu e io ora ci diremo: è un caso! Anzi, ha pure tentato di rapirgli l'invitato a cena.
Ovvio che Silvio avesse già capito di chi si trattava e l'ha prontamente denunciato alle autorità competenti!!
O no?