Archivio di febbraio 2010

Chiudiamo il PdL per un panino

domenica, 28 febbraio 2010
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Io non so chi sia questo tizio che doveva depositare la lista del PdL per la provincia di Roma, non voglio neanche sapere il suo nome. Non so nemmeno se lasciare i pacchi delle firme incustodite in corridoio costituisca la prassi normale, non so niente perché non sono pratico di queste cose. Non so se quella gente con la sciarpa viola in quel corridoio fosse una cosa normale. Ma il termine per presentare le liste era mezzogiorno, e a mezzogiorno quelle liste non sono state presentate. Il tizio che doveva farlo, che ripeto non so chi sia e manco voglio saperlo, era uscito “a farsi un panino“. Un panino. Sarà stato mica il McItaly del Ministro Zaia? E così il PdL rischia di ritrovarsi senza lista sulla scheda elettorale per colpa della fame di quel tale, che invece di fare l’unica cosa che doveva fare (stare lì) è andato a mangiare. Un panino. Che poi pensateci un attimo: la Bonino sta facendo lo sciopero della fame e il PdL perde la lista per un panino. Pazzesco.

I ricorsi non so come finiranno, ma sono sicuro che se fosse capitato agli altri ci sarebbe già la raccolta firme di Repubblica, l’intervento di “costituzionalisti” per spiegare che quella lista deve tornare sulla scheda, le prese di posizione di senatori a vita, ex presidenti, popolo viola e Sabrina Ferilli. Ma poco importa, quella lista è giusto che resti fuori dalla scheda elettorale. Lo sbaglio c’è stato, ed è gravissimo: cose da principianti, anzi nemmeno. Se il PdL, il partito più grande del Paese, è in mano a questa gente allora c’è da rimanere senza parole. Tanto vale chiuderlo. Chiudiamo il PdL. Per un panino, sì.

Niente panico

sabato, 27 febbraio 2010
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Immaginate la faccia del senatore Dell’Utri alla lettura del titolone del Giornale:

:-)

Basta poco, che ce vo’?

venerdì, 26 febbraio 2010
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“Bisogna fare attenzione a tutte queste intercettazioni che spesso provocano danni inimmaginabili”

Lo ha detto Berlusconi? No, anche se potrebbe essere. Sono parole di Gianfranco Fini, stranamente allineato sulla stessa lunghezza d’onda del Cavaliere. Caspita, un miracolo? No, ma molto peggio. L’imprenditore Mokbel, quello del senatore Di Girolamo, parlando con un boss della ‘ndrangheta ha fatto il nome di Gianfranco Fini. Attenzione, nel merito sicuramente Fini non c’entra niente con quella gente. Ma la pubblicazione di quell’intercettazione basterebbe per fare i titoli dei giornali a caratteri cubitali  (ma Fini non è Berlusconi, quindi niente titoloni). O basterebbe per una puntata intera di Annozero (ma Fini non è Berlusconi). O basterebbe per scatenare qualche giudice ad aprire qualche indagine (ma Fini non è Berlusconi). Di sicuro è bastata, quell’intercettazione, per far scendere dal trono il Presidente della Camera e riportarlo sulla terra. Per abbandonare, per pochi istanti chiaramente, quel moralismo, quel perbenisimo e quel teatrino (che fa tanto farepassato) che ormai quotidianamente ci regala. E’ bastato poco, tutto sommato.

Il solito odio di Repubblica (ma lasciate stare i figli)

venerdì, 26 febbraio 2010
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Berlusconi ha corrotto Mills. Lo hanno deciso Di Pietro e D’Avanzo, che sembra essersi ripreso dalle inchieste pornografiche sulle eiaculazioni continue e particolari del Presidente del Consiglio che lo hanno mantenuto in costante eccitazione per qualche mese del 2009, prima di essere caduto in disgrazia dinnanzi alle birichinate dei suoi modelli alla Marrazzo e alla Delbono. La Cassazione ha bacchettato la Corte d’Appello di Milano per aver pronunciato il verdetto di un reato caduto in prescrizione? Chi se ne frega, quello che è importante è che la sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la sua imprenditorialità, l’efficienza, la mitologia dell’homo faber, l’intero corpo mistico dell’ideologia berlusconiana ha il suo fondamento nel malaffare, nell’illegalità, nel pozzo nero della corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo”, scrive Beppe D’Av. nel suo consueto sermoneggiare copiato da Eugenio Scalfari, suo degno maestro. E’ la capacità di cambiare la realtà, di dire quello che non sta scritto da nessuna parte, di dire a tutti i costi che Berlusconi è un delinquente, anche se non c’è alcuna sentenza che affermi questo.

Probabilmente questo editoriale è uno dei tanti che vengono tenuti chiusi nei cassetti di Repubblica & associati, di quelli scritti con la bava alla bocca e tirati fuori a scadenza periodica tanto per fare un po’ di casino e ricordare al popolino (magari sotto elezioni, giusto per rispolverare la disinteressata memoria) “chi è Berlusconi, quali sono i suoi metodi, con quali menzogne ha avvelenato il Paese”.  La solita campagna d’odio cui siamo abituati da qualche lustro, il solito cannoneggiamento pre-elettorale che ha l’unico effetto di ricompattare l’Italia a fianco del perseguitato numero uno. Strano non lo abbiano capito ancora, evidentemente non ci arrivano.

E ora, nel 2010, ci ritentano, come se fosse il Superenalotto: più perdi e più ci riprovi, nella speranza che prima o poi becchi almeno tre numeri. Stavolta il tormentone, annunciato da D’Avanzo, si concentrerà sul fatto che da oggi  gli italiani potranno giudicarlo corruttore, bugiardo, spergiuro anche quando fa voto della testa dei suoi figli. Favoloso: dopo lo stalliere e la moglie è la volta dei figli. Sempre meglio.

Senza trucco senza inganno

giovedì, 25 febbraio 2010
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Dunque, già la vicenda ha del paradossale perché Berlusconi avrebbe pagato Mills per testimoniare, badate bene, a suo sfavore, e quindi avrebbe pagato per farsi condannare. Poi di quei soldi presunti non c’è alcuna traccia. E per concludere Berlusconi avrebbe corrotto Mills (per farsi condannare) soltanto dopo la sua testimonianza. La logica non c’è, ce ne rendiamo conto. Che poi è un trucco del Tribunale di Milano per non cadere in prescrizione e per arrivare a condanna. Un trucco pericoloso, perché dimostra chiaramente la volontà persecutoria di quel palazzo. Ma chiaramente a tutto c’è un limite, e oggi la Cassazione ribalta tutto: quel trucco non è legittimo. Sentenza annullata. Lo sapevano tutti che sarebbe finita così. C’era bisogno di arrivare in Cassazione? Quanti soldi sono stati spesi inutilmente?

Rimane in tutto questo l’ennesima dimostrazione della politicizzazione del Tribunale di Milano. Della loro squallida ossessione. Dovevano arrivare comunque a “condannare” Berlusconi, anche col trucco. Non importa come. Dovevano farlo a tutti i costi. Complimenti.

Prima di tutto, fare chiarezza

giovedì, 25 febbraio 2010
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Poche storie. L’autorizzazione all’arresto del senatore eletto all’Estero, Nicola Di Girolamo,va data. “I fatti contestati non mi appartengono. Non ho mai avuto contatti con mafia, camorra e ‘Ndrangheta”, ha spiegato il senatore. Peccato che le foto pubblicate dall’Espresso (e riprese da tutti, perfino dal Giornale) dicano il contrario. Lui in posa, braccio sulla spalla, insieme a tale Franco Pugliese, che di mestiere fa il boss della ‘Ndrangheta. Le accuse sono pesantissime, c’è di tutto e di più. Addirittura la sua elezione sarebbe stata favorita dai legami con le cosche mafiose. Anche il Pdl, suo partito, non si è lanciato in difese a spada tratta del proprio senatore, segno che qualche sospetto sulla buona fede e sull’innocenza di Di Girolamo c’è. I suoi colleghi parlano di un successo elettorale inaspettato e sorprendente: “Non cercavamo Einstein e Galilei: per essere un candidato destinato alla trombatura, andava più che bene. Certo, quando fu eletto ci stupimmo, ma non gli demmo peso”, ha chiarito Marco Zacchera,ex aennino responsabile delle liste elettorali nel 2008. Rispetto a questo quadro, però, quello che sconcerta è la lentezza con cui la Giunta del Senato deciderà in merito alla richiesta d’arresto: “Faremo tutto entro la prossima settimana”, ha annunciato il Presidente Marco Follini, come se la cosa non fosse urgente e si potesse tranquillamente rinviare una questione del genere.

Solitamente su tali vicende i nostri parlamentari sanno essere straordinariamente uniti nel respingere le richieste d’arresto dei loro colleghi, fornendo prove commoventi di solidarietà umana e fraterna. Stavolta, però, sarebbe opportuno se ci pensassero due volte: un senatore su cui pende l’accusa di aver cagionato un danno all’Erario pari a oltre 370 milioni di euro e di essere stato eletto grazie alla sapiente opera raccatta voti della ‘Ndrangheta non è proprio come mandare di traverso il cognac alla bouvette di Palazzo Madama. Avrà modo e tempo di difendersi, ma non può continuare a sedere in Senato. C’è in gioco anche la loro credibilità, a destra come a sinistra. Senza differenza alcuna.

In galera chi pubblica le intercettazioni

mercoledì, 24 febbraio 2010
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Il problema non sono le intercettazioni in quanto tali. Anche perché oggettivamente risultano il più delle volte utili e fondamentali per le indagini dei magistrati, a patto che – comunque – non ne rappresentino l’unico strumento di indagini. E poi siamo nel 2010, se non intercettiamo le conversazioni telefoniche come si fa?

Detto questo, va condannata quella che appare come una oscena abitudine italiana. Dei media italiani. Cioè la pubblicazione delle intercettazioni. E’ francamente indegno di un paese civile. Se consideriamo poi che gli stessi indagati non possono acquisire dai magistrati le loro intercettazioni, beh, siamo al paradosso. Non rimane altro, per le difese, che leggerle sui giornali. Ed è inaccettabile. Tutte le pubblicazioni avvengono nel più totale disprezzo della legge; e poi: chi fornisce i tabulati ai giornali? La risposta appare scontata. Il problema è di legalità, ma anche di onestà e di civiltà. Leggere di intercettazioni completamente inutili ai fini delle indagini, come ad esempio gusti sessuali, marca di preservativi preferita, problemi di prostata, preferenze per il sesso anale o meno è utile solamente per soddisfare la voglia di voyeurismo di molti italiani. Ma per quello c’è già il Grande Fratello.

La guerra dei roses, Santoro a Travaglio: “Se te ne vai non è una tragedia”

martedì, 23 febbraio 2010
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Ah, l’amor tradito. Altro che andare a fare l’amore in tutti i laghi. La lite coniugale tra Santoro e Travaglio si arricchisce di un nuovo capitolo: la lettera di Michele. Pubblicata oggi sul Fatto, ha dell’incredibile: Santoro è pronto a scaricare Travaglio. Pazzesco. Scrive il conduttore di Annozero: se te ne vai “Non sarebbe tuttavia una tragedia o una catastrofe irreparabile. Nel corso della mia lunga esperienza televisiva tanti miei amici e collaboratori hanno scelto o dovuto scegliere di percorrere altre strade. E’ stata sempre per tutti un’occasione di rinnovarsi, una sfida per allargare gli orizzonti di quel laboratorio del quale sentiamo comunque di continuare a far parte“. Insomma, vattene pure, io vado avanti lo stesso. Anzi, sembra quasi un invito: vattene, vai ad “allargare gli orizzonti“. Ne hai bisogno.

Perché tanto, ormai, Travaglio è ovunque: “Già oggi il tuo raggio d’azione è enorme: scrivi quotidianamente per il Fatto (e non solo), hai un blog seguitissimo, hai una parte da protagonista nel blog di Grillo e riempi i teatri col tuo spettacolo su Tangentopoli. Potresti quindi fare tranquillamente a meno di Annozero”. Insomma, l’invito è chiarissimo, il messaggio altrettanto: non sei più indispensabile.

Ma che è successo tra i due? Semplice. Scrive Santoro: “Tu sei cambiato”. E arriva quasi all’insulto: “Non so se ti accorgi che, quando a proposito di Annozero dici che è una questione di format, stai parlando come un membro della Commissione parlamentare di vigilanza“. Anzi, è proprio un insulto.

L’amore è proprio finito. I due ex innamorati ora sono lontanissimi, le divergenze sono troppe: “Tu pensi che Maurizio Belpietro – o Porro o Ghedini – siano soltanto un prezzo pagato alla par condicio, una legge di cui si parla senza conoscerla e di cui nessuno si occupa seriamente, quando per me rappresentano quel vuoto necessario di scrittura che rende la trasmissione imprevedibile”. Povero Travaglio, addirittura l’apprezzamento di Michele per Belpietro.

Ed ecco la stoccata finale: “In passato godevo nel vederti demolire le argomentazioni aggressive con l’ironia e con una precisione chirurgica: adesso chiedi tempo”. Insomma, “sei cambiato”.

Quando una storia d’amore finisce si è tutti più tristi. Va bene essere ossessionati da Berlusconi, va benissimo, ma non è che dovete imitarlo anche nella separazione ok?