Archivio di dicembre 2009

2009 – Un anno in un post

mercoledì, 30 dicembre 2009
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Se ne sta andando anche lui, ormai. Il 2009 è pronto a salutarci, con tutto il suo carico di gioie, allegrie, delusioni e dolori. Un anno come gli altri, si dirà. Un anno che si è aperto con il trionfo di Obama e dell’America, con il primo Presidente nero degli Stati Uniti che nel freddo gennaio di Washington raccoglieva tutto l’entusiasmo di un popolo in visibilio. Un Obama che ha vinto pure il Nobel per la Pace, proprio come Arafat, ottenendo un premio sulla fiducia, cosa da guinness. L’anno che se ne va sarà ricordato come quello che ha visto l’epilogo della triste vicenda umana di Eluana Englaro, che finalmente ha potuto avere la pace che meritava. Un febbraio di crisi istituzionali, di inutile sbraitare da parte di gente che non aveva il minimo diritto di aprire bocca. E’ stato l’anno dell’Abruzzo, del suo dolore. Un dolore di tutta Italia, che ha commosso, ha fatto riflettere. Immagini dure, testimonianze che hanno avuto l’effetto di pugnalate al cuore. Uno dei rari momenti in cui tutta una Nazione, la nostra, ha saputo essere unita. E’ stato l’anno dell’addio a Mister Tv, Mike Bongiorno. Così, senza clamore, senza annunci. In silenzio. Se n’è andato sul finire dell’estate, a Montecarlo, come avrebbe voluto. Senza mai andare in pensione, sempre sulla cresta dell’onda. L’estate 2009 è stata segnata dalla voglia di riscatto di un popolo in catene, neppure tanto metaforiche. Il popolo iraniano. Quell’onda verde che si ribellava alle elezioni farsa e agli intollerabili diktat di Khamenei. L’estate di Neda, ammazzata in mezzo alla strada perché chiedeva libertà.

Densa annata sul fronte politico, dove ne abbiamo viste di tutti i colori: dalla fondazione del Popolo delle Libertà ai tre-leader-tre del Partito Democratico: dal crollo di Veltroni all’eletto dai gazebo Bersani, passando per la parentesi sciatta di Franceschini, appoggiato dalla rampante Serracchiani solo perché simpatico. E’ stato, nel bene e nel male, l’anno di Silvio Berlusconi (un po’ come sempre, del resto): dal trionfo del G8, con un Obama pronto ad esaltare “lo splendido lavoro italiano”, alla sequela di gossip da parrucchiera che ha visto Repubblica (è stato anche il suo, di anno) pubblicare fotogallery sul fazzoletto del premier sporco di trucco, su Noemi, sui fidanzati veri o presunti della stessa, sulle notti allegre del Cavaliere, sulle quali c’era chi voleva istituire commissioni d’inchiesta, anche per capire lo stato di salute della prostata d’Arcore, delle relative capacità sessuali e delle dimensioni dell’organo presidenziale. Tutta roba diventata ancor più succulenta con la divulgazione delle registrazioni intra-tettoniche della escort più celebre d’Italia, Patty D’Addario, capace di scuotere l’Italia con le sue rivelazioni circa “l’eiaculazione non classica” di Berlusconi. Cose, evidentemente, per palati fini. Ha vinto le europee (anche con una campagna elettorale orrenda), ha vinto le amministrative, ha vinto la scommessa del G8 aquilano, nonostante gli appelli in inglese di Di Pietro per la democrazia in pericolo e le prime pagine dell’Unità by Concita e dei media stranieri che già intonavano il De Profundis. Lo hanno minacciato, hanno creato gruppi su facebook per farlo fuori. Ci hanno provato. Ma lui è ancora qua, dispensatore d’amore e di perdono. Il 2009 è stato l’anno del colpo di mano della Corte Costituzionale, che ha bocciato il Lodo Alfano nonostante fossero stati accolti i suoi precedenti rilievi. E’ stato l’anno dei dimissionari, da Bozzo il moralista a Marrazzo. E’ stato l’anno del ravveduto Spatuzza e della giudice Gandus, che è riuscita a condannare Berlusconi anche quando Berlusconi imputato non era. E’ stato l’anno degli addii: da Maldini a Kakà, bandiere di un Milan che mai morirà.

E’ stato questo, in soldoni, il 2009. Un anno che se ne va per la gioia di alcuni e il dolore di altri. A tutti voi, cari lettori, l’augurio che il 2010 sia pieno di soddisfazioni, all’insegna dell’amore che, si dice, vince su tutto. Sempre. Buon anno!

Il grande giornalismo d’America: “Babbo Natale verrà alla Casa Bianca?”

mercoledì, 23 dicembre 2009
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Regalo di Natale per daw-blog.com: da oggi un nuovo acquisto, Massimo Falcioni. Benvenuto a bordo Max!


Mettete insieme
una delle maggiori emittenti televisive della nazione, la più popolare stella del piccolo schermo  ed un Capo di Stato che, con l’intera famiglia, si racconta ed augura un buon natale al Paese. Ne otterrete uno spettacolo di successo, intitolato Christmas at the White House”.

Ma di cosa si tratta esattamente? Semplice: di un lungo speciale trasmesso in prima serata dal canale “Abc”, nel quale il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama per l’appunto, apre le porte della sua “casa” ad Oprah Winfrey, una delle donne più potenti del globo. Se poi considerate che quest’ultima è stata la più convinta ed influente sostenitrice del Presidente democratico durante la sofferta campagna elettorale con John McCain (e ancor prima con Hillary Clinton), l’anomalia è davvero completa.

Immaginatevi infatti cosa accadrebbe se il “format” venisse, “malauguratamente”, importato in Italia. Pensate ad un’importante rete televisiva, ad uno spazio in “prime time” concesso al Premier, al Presidente del Consiglio che in braccio tiene i suoi figli (a dire il vero un pò grandicelli) e per mano la sua consorte (è vero, eventualità questa, altamente improbabile). Piazzateci poi Bruno Vespa (anche se, visto il paragone con la Winfrey, i nomi di Fede o Belpietro sarebbero più idonei), autore di domande tutt’altro che scomode e il mix è completato.

Imminenti e furibonde sarebbero le reazioni. La sinistra  griderebbe al “regime”; Grillo e Di Pietro riaffollerebbero le piazze e il conduttore di “Porta a Porta” finirebbe alla gogna. Un pò come capito lo scorso settembre, quando Berlusconi scelse proprio il salotto di Vespa per celebrare il suo “miracolo abruzzese” post terremoto.

Ma torniamo alle questioni poste al Presidente Obama nel corso del faccia a faccia. «E’ cambiato il rapporto con Michelle da quando è stato eletto?», «Crede che il suo sia un matrimonio da invidiare?», «Babbo Natale verrà alla Casa Bianca. Interrogativi vitali, indispensabili, che hanno completamente oscurato altri argomenti quali il recente rifinanziamento della missione in Afghanistan, la mancata chiusura del carcere di Guantanamo (al contrario proclamata in due anni di campagna elettorale) ed il rifiuto ad aderire al Trattato contro le mine anti-uomo.

Questa è l’America di Barack, che nessun autore di libretti-for-dummies, come Travaglio, racconta, ma che tutti celebrano. A conti fatti, qualcuno è ancora convito di trovarsi in un’atipica dittatura mediatica?

Massimo Falcioni per daw-blog.com

L’Italia dei “valori”: odio, odio e odio

mercoledì, 23 dicembre 2009
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Barbato dellIdv

Barbato dell'Idv

Non c’è niente da fare, è più forte di loro. L’odio per Berlusconi non ha confini né limiti in questo Paese, e adesso si improvvisano comizi nelle piazze per inneggiare alle statuette del Duomo di Milano capaci di tramortire il Cavaliere. Quanto è andato di scena a Palazzo Chigi martedì è squallido e non può che creare nausea. Un deputato dell’Italia dei Valori (pensa un po’!), tale Francesco Barbato, era in vena di solenni promesse natalizie, e così ha garantito che “per ogni operaio mandato via dalla Fiat gliela tiro io in faccia una statuetta a Berlusconi”. Il tutto davanti agli operai della Fiat di Pomigliano d’Arco e Termini Imerese che stavano protestando sotto Palazzo Chigi (con il Governo che però sarebbe dalla loro parte, a sentire Scajola).

Accortosi della gaffe, Barbato è corso ai ripari, spiegando che si limiterà a criticare duramente in aula Berlusconi, perché “l’Italia dei Valori come è noto è il partito della legalità ed è contro ogni atto di violenza”. Abbiamo avuto modo di constatarlo, infatti. Ma non è finita qui. Uno sbarbatello consigliere del centrosinistra a Paderno d’Adda, Fabio Busi, ventenne scapestrato, ha pronunciato parole che senz’altro rimarranno nella storia, facendo di lui uno dei più grandi statisti dell’Italia repubblicana: “Chi è quell’idolo che ha spaccato la faccia a Berlusconi? Sarà Fini? A parte gli scherzi, ma quanto è ridicolo ’sto paese? O gli spari in testa o niente”. E già, proprio ridicolo, ma proprio tanto è ‘sto Paese se consente che tali energumeni, tali scemi possano diventare pure consiglieri comunali.

La madre degli imbecilli è sempre incinta, e anche stavolta, anche sotto Natale, ne abbiamo avuto dimostrazione.

Lettera d’amore di un papà al proprio figlio

martedì, 22 dicembre 2009
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Vincenzo Novari, ad 3 Italia

Vincenzo Novari, ad 3 Italia

Ricordate la lettera (pubblica) di Celli al figlio? Si scatenò un dibattito abbastanza paradossale, visto che – tra l’altro – è nato da una lettera di un signore che, oggi, ha proprio il compito di formare i giovani. Ma andiamo avanti. Oggi Vincenzo Novari, amministratore delegato di 3 Italia ma soprattutto padre, pubblica sul suo profilo personale di Facebook una lettera al figlio. E questa lettera, credetemi, vale cento volte quella di Celli. E’ la lettera di un papà che cerca di trasmettere qualcosa di positivo al figlio. Una lettera di sentimenti. Senza odio, senza rancore. Una lettera d’amore di un padre al proprio figlio. Un messaggio di speranza. Di Fiducia. Per il proprio figlio e per il proprio Paese. Eccola:

****

Giulio, figlio mio, l’altro giorno mi hai telefonato alle 8 di sera per dirmi quanto ti angosciasse la verifica di greco della mattina dopo. Venivi da una settimana nera per te, in cerca come sei di un difficile equilibrio tra i genitori separati, gli amici e l’amore in conflitto, lo studio e lo sport ormai inconciliabili.

Forse per la prima volta, a diciott’anni, tutto ti è sembrato troppo pesante per le tue spalle. Mi hai detto che non stavi bene, che avevi provato a studiare tutto il pomeriggio, ma senza riuscirci. Avevi il mal di testa e il cuore nero.

“Papà, domani non vado - hai concluso – non voglio giocarmi mesi di studio solo perche’ la verifica arriva in un momento no. La recuperero’ la settimana prossima quando il momento buio sara’ passato e finalmente mi potrò concentrare sullo studio”.

 Ti ho risposto di no. Ti ho detto che quando scappi la prima volta, nella vita, prima o poi ce ne sara’ sicuramente una seconda. E poi una terza. Dopo un po’, diventa il tuo modo di vivere. Dopo, non è mai colpa tua. Dopo, c’è sempre un buon motivo per scappare, una persona con cui e’ meglio non confrontarsi, un appuntamento importante al quale non presentarsi. Ti ho detto che mancavano ancora quattro ore alla mezzanotte. Quattro ore per provare a fare del tuo meglio. Anche se non avevi fame, ti ho suggerito di prendere un pezzo di cioccolato, un po’ di pane e di metterli vicino a Senofonte. E di stringere i denti.

“Fa’ quello che puoi - ho insistito – e domattina vai alla tua verifica a testa alta. Non importera’ il voto. Se sara’ un 5, lo festeggeremo perche’ sara’ un 5 che avrai preso senza darti per vinto. Ti sara’ costato fatica e dolore, ma sara’ il piu’ bel 5 della tua vita, molto meglio di un qualsiasi 8 preso la settimana successiva. Ma se prenderai un 6 o un 7, quello sara’ il piu’ bel voto della tua vita. Te lo sarai guadagnato contro ogni pronostico e te ne ricorderai per sempre”. Questa volta mi hai ascoltato.

 La mattina ero in riunione quando e’ arrivato il tuo messaggio. La stanza era piena di colleghi alle prese, insieme a me, con l’ennesima emergenza aziendale di quella che sembra una storia infinita. Non ce l’ho fatta ad aspettare. L’ho aperto e l’ho letto. 

C’era scritto: “Ho preso 7 e mezzo. Incredibile. Grazie. Senza di te non ce l’avrei mai fatta”. Mi sono emozionato.

La mattina dopo ho letto su un giornale la lettera che un’ex collega (ci eravamo incrociati per poche settimane in Omnitel, io Direttore Marketing, lui Direttore del Personale) aveva scritto a suo figlio. Adesso questo ex-collega, dopo una carriera importante, guida un’Universita’ (finanziata coi soldi degli imprenditori italiani e quindi anche con i miei) che dovrebbe formare i giovani dirigenti dell’Italia di domani. Giulio, in questa lettera c’era scritto esattamente l’opposto di quello che ti avevo detto poche ore prima.

 Diceva a suo figlio di andarsene dall’Italia. Diceva che per un giovane di talento non vale piu’ la pena di lavorare nel nostro paese. Che la mediocrita’, il clientelismo, la rissa istituzionalizzata come unico strumento di confronto, l’impunita’ sono ormai l’unica legge e che le regole del gioco sono ormai talmente alterate che non vale nemmeno piu’ la pena di provarci.

 Tu sai quanto io ami il nostro Paese. Continuo ad emozionarmi ogni volta che per lavoro o per piacere lo attraverso da nord a sud. Però continuo ad incazzarmi ogni volta che vedo il suo potenziale sprecato. Continuo a discutere, spesso ad accapigliarmi con Ministri, burocrati e Presidenti vari (quasi tutti a Roma si fanno chiamare cosi…).

Continuo a non capire perche’ la nostra struttura pubblica sia al tempo stesso così ipertrofica e così assente, perchè i meccanismi legislativi siano così ridondanti e perche’ ogni volta che si parla con i sindacati italiani sembra che l’istinto di autoconservazione dell’apparato prevalga sempre sull’interesse dei lavoratori. Continuo a non capire perche’ le nostre televisioni siano invase da pessimi esempi per voi giovani e nascondano in maniera quasi scientifica quanto di piu’ bello produce il nostro paese…

Sono tante le cose che mi mandano in bestia, almeno tante quante quelle che fanno arrabbiare il mio ex-collega, ma nonostante tutto continuo a lottare ogni giorno, proprio perche’ del mio Paese vedo i difetti, che non sono pochi e non sono piccoli.

 Fra non molto toccherà a te, ai tuoi amici, a raccogliere il testimone. Le sfide che vi attendono sono enormi, ma forse non più grandi di quelle che hanno affrontato i vostri nonni, che ereditarono un Paese distrutto dalla guerra, diviso, penalizzato da un’alfabetizzazione incompiuta e ancora alle prese con un’identità nazionale incerta.

 Certo, le esperienze all’estero sono importanti nel mondo globalizzato e integrato di oggi: come fai a competere con inglesi, francesi, tedeschi, ma anche cinesi, indiani e arabi, se non sai come ragionano? Loro vengono da decenni a casa nostra per carpire i segreti di un modello che ha punte di eccellenza riconosciute ovunque, meno che da noi.

A te, Giulio, ai tuoi compagni della generazione del ‘90, dico che il vostro futuro è qui, nel vostro Paese. A te, Giulio, dico che se non siete orgogliosi del vostro Paese, anche quando avete legittimi motivi per criticarlo, è difficile essere orgogliosi di voi stessi. La sfida è rimanere per cambiarlo, questo Paese, dove serve, col tempo che ci vuole fosse anche un sempre. Ci sara’ tanto da fare, figlio mio, e tocca a voi.

 Noi, in effetti, ci meritiamo un bel 5.

Ti abbraccio,
papà.

Di Pietro, la pagliuzza e la trave

martedì, 22 dicembre 2009
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Conoscendo il tipo, viene naturale pensare che stia già organizzando il plotone d’esecuzione per  eliminare dalla faccia della terra i contestatori, coloro che osano dissentire dal modo padronale con cui dirige il partito. Stiamo parlando di Antonio Di Pietro, al centro di una complessa trama della cosiddetta base del suo partito, l’Italia dei Valori, che mira a spodestarlo dal trono sul quale ha poggiato le sue terga forgiate dal duro lavoro campestre. La pattuglia degli anti-dipietristi sembrerebbe sparuta (al momento), ma ben intenzionata a far casino, mostrando che il moralizzatore della politica italiana, il giacobino per antonomasia che tanto vuole portare la lotta per le strade e la rivoluzione nelle piazze per abbattere Berlusconi con qualcosa di più adatto che un misero souvenir del Duomo di Milano, è in realtà l’ultimo che può aprire bocca in materia di trasparenza, legalità e moralità. “Chiediamo un Congresso vero, più democrazia interna e un leader che non gestisca il territorio come un ras, piazzando amici e parenti nei punti nevralgici del partito. Insomma, le critiche che loro dell’Italia dei Valori muovono al Pdl, partito monocratico guidato da un leader eletto per acclamazione. Loro fanno uguale, con un particolare: Di Pietro nomina pure i parenti nei ruoli del partito.

E nessuna voglia di abbassare i toni e di sdrammatizzare, anzi: “Sarò l’anti Di Pietro”, ha annunciato Franco Barbato, ex Sindaco di Nola, che ha deciso di scendere in campo per tentare di dare la spallata al ducione sul trattore per contrastare “il familismo devastante”. Punti cardine del programma di Barbato sono “sancire nello Statuto l’incompatibilità tra parenti” e “l’eliminazione dal simbolo dell’IdV del nome di Antonio Di Pietro”. In pratica, quello che sessant’anni fa è stato fatto con  le effigi di Mussolini sparse per tutta Italia. Opera di rimozione in grande stile, cancellazione di ogni riferimento al fosco passato. Forse, prima di perdere tempo a pensare come far fuori il Cavaliere nero, sua eterna ossessione, il ras farebbe bene a badare che non siano i suoi amici forcaioli a fargli le scarpe.

E come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera (*)

lunedì, 21 dicembre 2009
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Se ne sentono di tutti i colori. Sarà che ci hanno bombardato con la bufala del surriscaldamento globale, ma chiariamo immediatamente un punto: la neve non è opera di Berlusconi. Semmai è, per chi ci crede, opera di Dio. E Dio e Berlusconi non sono la stessa persona (è corretto vero?). La neve è un evento atmosferico. E quando ne cade tanta provoca inevitabilmente disagi su disagi. Lo sappiamo tutti, lo sanno in tutto il mondo. Lo sanno in Europa, dove in questi giorni hanno affrontato autentiche bufere. E poi è inverno pieno, fa freddo. E’ dicembre. E nevica: è una cosa davvero inconcepibile!

Ora, prendete i treni. Fanno schifo, e su questo siamo d’accordo. Oggi non si aprivano le porte di alcuni convogli per via del gelo: ecco, per via del gelo. Non per qualche incompetenza di qualche amministratore delegato. E prendete Milano. La bufera di oggi verrà ricordata per molto tempo. La ricorderanno, in particolare, tutti gli automobilisti intrappolati per le strade. Per ore. Da ore. Alcuni ci metterano una notte per rientrare a casa. E pensare che ieri, con largo anticipo, dal Comune di Milano erano stati chiarissimi: lasciate a casa le macchine, altrimenti passerete la notte nel traffico. L’avviso c’è stato. Eppure il capogruppo dell’opposizione di Milano dichiara che “i milanesi sono stati lasciati soli”. Eppure c’è un piano neve. Ma la neve crea disagio. Con la neve si va a passo d’uomo. Che bisognava fare, oltre ad invitare la gente a non usare le macchine? La prossima volta, magari, tiriamo su un bel tendone per tutta Milano, così la neve non comporterà alcun disagio. O magari qualcuno dirà che è un atto “criminale” che non fa altro che impedire ai milanesi di godere del candore della neve. E chi lo sa. Pazienza, ci vuole pazienza. Tanta.

(*) la citazione è di Khalil Gibran.

Quelle menti labili dei centri sociali

lunedì, 21 dicembre 2009
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Ecco i centri sociali. I pacifisti. Quelli che vogliono occupare proprietà private come se nulla fosse.  Ecco un loro corteo, l’altro giorno a Torino. Come simbolo l’immagine di Berlusconi sanguinante, dopo l’attentato in Duomo. Ecco le menti labili. Poveretti.

Il Grillo odiatore che vuol far bere oro fuso a Berlusconi

domenica, 20 dicembre 2009
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Beppe Grillo è uno dei tanti fomentatori d’odio, un moderno Savonarola in maglione che gode nell’aizzare la piazza incazzata, frustrata ed insoddisfatta . Ci sa indubbiamente fare, nessuno lo mette minimamente in dubbio. Organizza vaffanculo day, protesta e si indigna per tutto, dal Ponte sullo Stretto all’acqua, dalla Telecom a Berlusconi, continuamente insultato e irriso per la sua non proprio statuaria altezza. Vabbè, è pur sempre un comico che si è dato negli anni una vena intellettualoide che lo ha fatto apparire come una delle grosse novità della politica italiana. Ora si è pure dedicato a pubblicare “Comunicati politici”, dove più che di politica si parla del nemico, di resistenza alla dittatura, di democrazia in pericolo. E non si fa altro che insultare continuamente chi non la pensa come lui e i suoi fedeli adepti.  “I servi di Silvio”, colpevoli di parlare di terrorismo mediatico e di insultare Travaglio, “giornalista esile che non ha la scorta e che scrive di fatti documentati”. Il “loro capo” pronto a “fuggire in Svizzera, come Mussolini”, solo che  mentre “Benito fu fermato a Dongo travestito da tedesco, “Colui che ama”, travestito da mummia, passerà invece la frontiera”. Una ironia cattiva, becera.

Odio che tracima da ogni poro. Chiama alla raccolta tutti i gladiatori moderni, il Grillo della (presunta) verità. Lui, ovviamente, è Spartaco, che non vede l’ora di ammazzare il nuovo Crasso facendogli bere oro fuso. Nel 73 a.C. Spartaco e i suoi gladiatori furono sconfitti, ma stavolta, giura il capocomico intellettualoide, vincerà lui e la sua Rete, quella che “ha contribuito all’elezione di Sonia Alfano e Luigi De Magistris in Europa”. Complimenti, pure il coraggio di andare a dirlo in giro. Ma è il finale che inquieta, e non poco. Si parla di fiammiferi da accendere, di incendio democratico che è alle porte. Una chiamata alle armi, alla forca. Un’opera neanche tanto mascherata di aizzamento bello e buono. Di Pietro, evidentemente, insegna. E Grillo, altrettanto evidentemente, segue il suo degno mentore, un uomo armato di cappio, trattore e forcone.

Non vorremmo che qualche altro Tartaglia, magari invasato e accecato dall’odio per colui che viene dipinto come l’oppressore mafioso stragista, pensi bene di scagliare qualcos’altro di magari più pesante ed appuntito contro  “lo psiconano” o i suoi “servi”.