
Parla, parla, parla. Allarga le braccia, sorride, incanta. Ormai lo conosciamo, Mister Obama. Da consumato oratore e bravo incantatore di serpenti, riesce a rincoglionire chiunque con il suo sapiente uso delle parole. Perfino Gheddafi, che rincoglionito lo è già di suo, lo ha salutato come “raggio di luce nel buio”. Il problema, e forse di questo dovremmo iniziare a preoccuparci anche noi, è che non decide mai niente. Pensa, parla, va in tv, in tutte le tv. Robe che se lo facesse Berlusconi, quantomeno vedremmo Concita ed Ezio Mauro incatenati nudi davanti a Montecitorio per gridare alla libertà di stampa calpestata. Ma quando si tratta di decidere qualcosa di importante, Obama si eclissa. Siamo impantanati in Afghanistan? Il Generale McChrystal supplica in ginocchio l’invio di nuove truppe per evitare la sconfitta? Pazienza. A Washington D.C. si pensa, si riflette. Si dice che sul tavolo di Barack ci sia di tutto: dall’aumento di soldati, al cambiamento di strategia, fino al poco onorevole darsela a gambe. C’è un piccolo, piccolissimo particolare, però: mentre lui medita all’infinito, gli altri muoiono in quell’inferno. Non solo gli americani, che sono da anni in prima linea ad affrontare coraggiosamente i terroristi tagliatori di gole, dita, orecchie e nasi, no no. Anche i nostri muoiono per i tentennamenti del giovanotto showman dell’Illinois, tanto abile nel tendere la mano ad Ahmadinejad, quanto sciocco nel non capire che senza un suo deciso intervento laggiù si perde.
In una settimana, il contingente italiano ha registrato 6 vittime e 7 feriti, il che fa pensare che i talebani stiano risalendo a nord in seguito all’azione massiccia della Nato nel pericoloso e impervio Sud, roccaforte dei vari mullah Omar (e di Karzai…). A questo punto, basterebbe che Obama si decidesse ad ascoltare chi ne sa più di lui, chi è sul campo, chi vede quotidianamente la morte avvicinarsi. Basterebbe un gesto di umiltà. E invece vediamo tutti commossi salutare la barzelletta della risoluzione votata all’unanimità sul disarmo nucleare (che ha lo stesso valore di una vittoria all’ultima giornata di campionato di una squadra retrocessa da 4 mesi, cioè zero assoluto). Tutti entusiasti, che bravo Obama!, è il migliore! Perfino Chavez, smaltita la sbornia da Festival del Cinema di Venezia, ha notato che all’Onu “non c’è più puzza di zolfo”. Ora tutto va bene, il Mondo è cambiato. Anzi no, perché “dobbiamo cambiare” Mr President l’ha ripetuto anche l’altro giorno all’Assemblea Generale. Non si è ben capito in cosa dobbiamo cambiare, cosa significhi quel change che ci ha frantumato palle e utero (pari opportunità rispettate). Non è il momento di porsi certi interrogativi, evidentemente.
Per ora accontentiamoci di vedere un parolaio inconcludente: dalla sanità alla politica estera, al momento si registrano solo porte sbattute in faccia. E il consenso che cala di giorno in giorno, senza accenni di sosta. E’ venuto il momento di agire, di tirare fuori le palle, di vedere cosa c’è davvero dietro la bella presenza e la capacità oratoria. Su questo terreno si deciderà la sua sorte, stretta tra trionfo epocale da tramandare nei secoli e sciagurato, colossale flop.