
Iran, giugno 2009
Sono solo “khash e khashak”, polvere e spazzatura, aveva detto Mahmoud Ahamdinejad a proposito dei milioni di giovani e vecchi scesi in strada a Teheran,Shiraz, Tabriz, nonostante il monito minaccioso e grave della Guida Suprema, per gridare la loro rabbia nei confronti di un regime che li ha privati del loro voto, della dignità di cittadini. Polvere e spazzatura. E così, oltre alle milizie basij, centurioni della teocrazia imperante, in questi giorni si racconta di ragazzi di tredici e quattordici anni che, accetta in mano, percorrono le vie e le piazze della capitale per scovare “gli estremisti”, coloro che osano ribellarsi all’autorità. Lo fanno per sentirsi più grandi, per poter gonfiare il petto. Non sanno che quei ragazzi, quei milioni di Neda Soltan, combattono anche per loro. Sono giovanotti sbarbatelli, forse un domani capiranno. Per ora si limitano a seguire il capo visibile, Ahmadì, a ripetere come pappagalli le sue parole: “la polvere non deve parlare, la polvere non si muove”. Capiranno.
E’ ormai indiscutibile che ciò cui stiamo assistendo è ben più di una semplice scaramuccia, di un’isolata manifestazione di protesta. No, stavolta è qualcosa di più profondo. E’ qualcosa che va a intaccare il male alle radici, come un potenziale antidoto al veleno che ha fatto marcire, dal 1979 ad oggi, un Paese dalle mille risorse e dalle sconfinate possibilità. Un Paese dove il 60% della popolazione ha meno di 30 anni ha potenzialità immense, attualmente schiacciate sotto il piede dell’ “Ayatollah in una notte”, come è soprannominato dai suoi detrattori Ali Khamenei, il quale usa il quotidiano di famiglia, “Keyhan”, per mandare espliciti avvertimenti a chi si permette di contestare ancora l’esito del voto che ha frodato gli iraniani: “la vendetta contro il candidato degli estremisti potrebbe essere durissima”. E ancora, tanto per essere chiari, si scrive che “Mousavi non pensi di salvarsi nascondendosi dietro le candele”, alludendo alle varie silenziose commemorazioni che in tutto il Paese si sono tenute in ricordo della povera Neda, fatta fuori perché forse scambiata con la sorella di un terrorista. Almeno questo è ciò che dice l’agenzia di stampa iraniana. In pratica, ogni singolo individuo della sterminata folla che ha invaso i larghissimi viali di Teheran, è guardato a vista da selezionati cecchini del regime.
Sappiamo poco di quel che accade realmente laggiù, la censura sta egregiamente compiendo il suo dovere. Tuttavia, grazie al cielo, qualche video, qualche testimonianza, riesce a valicare il muro eretto a protezione del fortino costruito a propria immagine e somiglianza dal fu Khomeini. Un muro di paura, pieno di crepe sempre più evidenti. Si parla sempre più insistentemente di tentativi da parte dell’eminenza grigia della teocrazia, Rafsanjani, di convincere l’alto clero sciita della necessità di sostituire Khamenei con una guida collegiale. Anche questo è un segno, una breccia che potrebbe aprire le porte ad una seconda, nuova Rivoluzione. Ma questa volta senza più barbe e turbanti a dettar legge. Sono loro, i ventenni, i trentenni, i protagonisti. Chiedono più libertà, chiedono di poter frequentare le ragazze senza il terrore della polizia morale, di uscire nei locali dopo mezzanotte, di poter stare in gruppo fra amici. Chiedono di poter studiare l’inglese per aprirsi al Mondo. Loro se ne fregano del sogno di Ahmadinejad di “esportare la rivoluzione islamica nel Mondo, che ha sete di cultura musulmana”.
Nessuno può stare con le braccia conserte a guardare, ormai l’hanno capito tutti. Non è tollerabile che l’Occidente assista inerte al massacro che i pasdaran stanno compiendo. Vedere ragazzi gettati dai ponti direttamente sulle strade sottostanti, presi a manganellate o colpiti da asce raccattate qua e là, non può lasciarci indifferenti. Non possiamo permetterci un ennesimo fallimento, un nuovo macigno sulla coscienza.